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Un analisi delle temperature medie e delle precipitazioni negli ultimi 40 anni ad Agrigento, gli eventi climatici estremi in città nell’ultimo decennio, il “nemico del clima” in Sicilia e le proposte per un’azione di contrasto concreta ai cambiamenti climatici.

Sono questi, in sintesi, i temi affrontati nel corso della conferenza stampa tenuta  a bordo del Treno Verde, in sosta al binario 1 della stazione bassa di Agrigento.

Quella in Sicilia è la seconda di tredici tappe della storica campagna itinerante promossa da Legambiente e dal Gruppo FS Italiane, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. In particolare, i dati evidenziati da Legambiente prendono in esame le temperature medie della città di Agrigento dal 1978 ad oggi, mettono in evidenza come questa abbia subito nel tempo un incremento di 2,6 °C, passando da 16,8 °C a 19,4 °C.

L’andamento si conferma anche prendendo in esame le temperature medie nei mesi estivi, dove si passa da 24°C del 1978 a 28°C del 2018. Questa stessa temperatura media è stata registrata in maniera costante negli ultimi 4 anni, ossia dal 2015 al 2018. Se si stila, infatti, una classifica dei mesi di luglio più caldi, si noterà come l’80% delle temperature medie più alte si sia verificata dopo il 2000, mentre il 40% agli ultimi 10 anni. 

Il trend è simile nei mesi invernali. Analizzando le temperature medie del mese di gennaio dal 1978 al 2018 ne esce un quadro di innalzamento delle temperature medie di 4°C. In altre parole, ad Agrigento, l’innalzamento della temperatura sta procedendo al ritmo di un grado per decennio.

Altro parametro interessante è quello relativo alle precipitazioni. Il “bollettino climatico” prende in esame il numero di giorni medio di precipitazioni annuali, che dal 1978 mostra una tendenza ad aumentare progressivamente. Si passa, infatti, da una media di 4,9 giorni di pioggia dal 1978 al 1988, ai 5,5 dell’ultimo decennio. 

Dato però che si accompagna ad un calo delle precipitazioni, su scala regionale, di quasi il 40% rispetto al 2009.

La scarsità di precipitazioni e l’aumento delle temperature favorisce i processi di evapotraspirazione, che ha fatto registrare un incremento del 22% dal 2009, e quindi di riduzione del contenuto di acqua nei terreni, provocando siccità e aggravando i processi di desertificazione. Con tutte le conseguenze in tema di agricoltura, tipicità gastronomiche e turismo.

Sembra fatto di proposito, ma ovviamente non è così: il Treno Verde è arrivato in Sicilia proprio in coincidenza con un periodo che dal punto di vista meteorologico conferma il dato preoccupante della piovosità scarsa o addirittura nulla, con conseguente inaridimento dei terreni”, ha affermato la direttrice di Legambiente Sicilia Claudia Casa.

Il timore anche in ragione di eventi pregressi – ha continuato l’attivista – è per l’arrivo improvviso di qualche bomba d’acqua o di qualche gelata. Tutto questo accresce senza dubbio la consapevolezza sui cambiamenti climatici in atto e deve servire da monito perché tutti facciano la propria parte: istituzioni, mondo imprenditoriale e cittadini”.

Gli eventi climatici estremi ad Agrigento 

Sono 42 gli eventi climatici estremi, individuati da Legambiente attraverso l’Osservatorio CittàClima (cittaclima.it), che hanno coinvolto il Comune di Agrigento dal 2010 ad oggi.

Di questi, 14 sono state piogge intense, 8 eventi legati a forti raffiche di vento che hanno generato danni, una esondazione fluviale, una frana, 12 eventi che a causa delle piogge hanno provocato danni a infrastrutture. 6, infine, gli eventi legati a piogge e vento che tuttavia non hanno fatto registrare particolari danni.

Forti raffiche di vento che insieme alle forti precipitazioni causano sradicamenti di alberi e cedimenti di rami limitando la viabilità in molte strade e causando danni ad auto in sosta e alle infrastrutture stradali ed edilizie sono solo esempi di alcuni dei disagi che il territorio ha subito in questi momenti. Fino ad arrivare ad episodi più gravi, come nel novembre 2018, quando a causa delle forti piogge gli abitanti del villaggio Peruzzo (più di 50 famiglie) sono stati costretti a lasciare la propria casa a causa dell’esondazione del fiume Arkagas.

Questi eventi portano con sé non solo danni, ma anche disagi alla popolazione. Basti pensare che, secondo i dati presi in esame da Legambiente, il 40% degli eventi estremi siano avvenuti nella zona litorale, in particolare zona Villaggio Mosè e San Leone, creando non pochi disagi. Ma anche al fatto che negli ultimi 8 anni, e per ben 5 volte, il Sindaco è stato obbligato a disporre la chiusura delle scuole a causa dell’allerta meteo. Misure di prevenzione estreme che mettono in evidenza la necessità di rendere le nostre città più resilienti ai cambiamenti climatici, mettendo in sicurezza anche i cittadini. 

Certamente Agrigento risulta una città particolarmente colpita dagli eventi climatici estremi, e in questa analisi manca il tema delle ondate di calore, tema più difficile da gestire in modo locale. 

Nei contesti urbani appare evidente come sia necessario agire con urgenza e concretezza anche attraverso l’aiuto di strumenti di pianificazione come i Piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici, in grado non solo di mettere in evidenza le criticità della città ma anche di pianificare azioni integrate e concrete di adattamento e mitigazione. Tra queste lo sviluppo di piani di riqualificazione del patrimonio edilizio (pubblico e privato), la produzione di energia da fonti rinnovabili approfittando anche dell’apertura ai nuovi modelli energetici come le comunità energetiche. Due soluzioni che oltre che ad aiutare il clima sono in grado anche di ridurre i costi in bolletta per le famiglie.

Un’altra misura possibile per il contrasto ai cambiamenti climatici è la salvaguardia della permeabilità dei suoli, che investe il tema della gestione delle acque soprattutto nei contesti urbani. Sarebbe poi necessario vietare l’utilizzo dei piani interrati come abitazioni, come anche qualsiasi edificazione nelle aree a rischio idrogeologico e in quelle individuate da Enea come aree di esondazione al 2100 per l’innalzamento del livello dei mari. Sarebbe infine necessario delocalizzare gli edifici in aree a rischio 1.

È fondamentale mettere in sicurezza le infrastrutture urbane dai fenomeni meteorologici estremi, compiendo anche scelte importanti come il divieto assoluto di intubamento dei corsi d’acqua.

Altre misure per il contrasto ai cambiamenti climatici sul territorio sono il recupero, riutilizzo e risparmio dell’acqua in tutti gli interventi edilizi, l’utilizzo dei materiali capaci di ridurre l’effetto “isola di calore” nei quartieri, o idee coraggiose e innovative come, ad esempio, l’insediamento di vasche sotterranee di recupero e trattenimento delle acque piovane negli interventi di riqualificazione o creazione di spazi pubblici, come piazze e parcheggi.

È assolutamente indispensabile un cambio di paradigma – ha evidenziato Mimmo Fontana, della segreteria nazionale di Legambiente – non si può immaginare di pianificare le città senza considerarle resilienti. Ci sono Paesi più avanzati dell’Italia, in tal senso. Penso all’Olanda, che ha messo in piedi strategie nazionali come ‘Spazio al fiume’, ossia strategie capaci di partire da una decementificazione profonda con lo scopo di recuperare permeabilità. Ma penso anche all’Austria e al Belgio, che stanno investendo molto sul rifacimento completo dei sistemi fognari”.

In Italia non c’è nulla di tutto ciò – ha sottolineato – perché chi deve pianificare per il territorio non ha una strategia nazionale di riferimento. Da essa, infatti, discende un cambio di paradigma nella pianificazione locale”. 

La pianificazione del domani deve avere come oggetto la mitigazione del rischio, la permeabilità dei suoli, l’azzeramento del consumo di suolo e un ruolo centrale del sistema di verde urbano per combattere le isole di calore. Vale per città medie come Agrigento, ma vale ovunque”, ha concluso Fontana.