Altri particolari dell’operazione antimafia Montagna News Agrigentotv


Nuovi particolari emergono dall’operazione antimafia “Montagna”   che è  frutto di una complessa e prolungata indagine dei  Carabinieri del Reparto Operativo di Agrigento. Iniziata a fine 2013, è stata svolta con  le più sofisticate tecnologie di intercettazione telefonica e ambientale, con sistemi di 

localizzazione satellitare e, soprattutto, con intense attività di indagine  vecchio stile: pedinamenti e servizi di osservazione. Le indagini hanno pienamente fatto luce sugli attuali assetti organizzativi e gestionali  dei mandamenti mafiosi di Sciacca (AG) e di Santa Elisabetta (AG). Ma hanno anche  documentato l’esistenza di un nuovo mandamento, quello, appunto, della “Montagna”,  da cui, tra l’altro, prende il nome l’operazione. Il nuovo mandamento è risultato essere  il frutto di una scelta fatta nel 2014 dal 37enne Francesco Fragapane, figlio di  Salvatore, quest’ultimo già capo provincia di Cosa Nostra agrigentina e da sempre in  strettissimi rapporti con Totò Riina.  È stata insomma fatta luce sui vertici di tutti i mandamenti agrigentini e delle sedici  famiglie mafiose ad essi collegate. Le telecamere dei Carabinieri hanno registrato incontri e riunioni segrete,  evidenziando la completa ed attuale interconnessione tra i capi mandamento, i boss 

delle famiglie mafiose di quasi tutte le province siciliane e persino esponenti delle ‘ndrine calabresi. “Questa indagine – ha commentato il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi -dimostra che la presenza di cosa nostra continua a essere attuale e vitale  In zone come quella dell’agrigentino – ha aggiunto –  si connota per una rigidità estrema e per la chiusura delle strutture organizzative che cercano contatti con mandamenti di altre province e con personaggi calabresi per favorire traffici droga”. 

Per i responsabili della Direzione Distrettuale Antimafia l’operazione “Montagna” è stata tra  le più grandi attività di contrasto  a cosa nostra realizzate in  Provincia di Agrigento. Dalle indagini, sono state  documentate richieste di pizzo ai danni di ventisette società  appaltatrici di opere pubbliche . In dieci casi, la “messa a posto” è  andata a buon fine. La pretesa andava dai 2000,00 ai 20.000,00 euro. Per realizzarle,  gli indagati hanno posto in essere i più disparati atti intimidatori, fino ad arrivare 

all’incendio doloso di diverse macchine operatrici. Le ditte prese di mira sono 

soprattutto quelle del settore edile e del movimento terra e vengono dalle province di  Agrigento, Palermo, Caltanissetta, Messina, Enna e Ragusa. 

Tra gli atti intimidatori  commessi, I Carabinieri hanno documentato il caso di un mini escavatore incendiato il 15 settembre del duemilaquattordici.

Durante il blitz che ha impiegato circa 400 Carabinieri, sono state inoltre trovati oltre mezzo milione di euro in contanti, custoditi da persone ufficialmente disoccupate. Inoltre, gli inquirenti hanno anche accertato come i ricavi dello spaccio di stupefacenti, servivano a sostenere i familiari degli affiliati in carcere.