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Sono stati scarcerati, dopo l’annullamento della condanna all’ergastolo con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello i fratelli Diego ed Ignazio Agrò di Racalmuto, accusati di omicidio. Il provvedimento è stato disposto dopo che, per effetto della sentenza che ha cassato il carcere a vita, sono decorsi i termini per la custodia cautelare. Adesso  i due fratelli sono tornati in libertà e non mancheranno a partire da questo momento le polemiche e le prese di posizione. Lunga e complessa la figura dei due ralcamutesi, industriali e commercianti di olio (e non solo). Secondo il prospetto accusatorio, “avrebbero avuto legami di parentela nel gotha di Cosa nostra agrigentino e non ne facevano mistero alcuno, infatti quando si trattava di riscuotere i proventi dell’usura facevano leva sulle loro amicizie “privilegiate” e “dirette” con il capomafia Salvatore Fragapane. E avrebbero avuto rapporti anche con altri soggetti legati a Cosa nostra come Giuseppe Fanara, Calogero Cesare Lombardozzi e Arturo Messina. Così, sostengono i Pm della Procura distrettuale antimafia di Palermo,  i fratelli Diego e Ignazio Agrò avrebbero accumulato una grossa fortuna, frutto di anni di usura, poi sequestrata dalla Dia. Ai fratelli Agrò, due grossi commercianti d’olio originari di Racalmuto, sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro tra conti correnti, terreni e fabbricati nelle province di Agrigento, Messina, Brindisi e Perugia; due aziende e quote societarie di imprese del settore immobiliare e nella produzione e commercializzazione di olio alimentare. L’allora sostituto procuratore di Palermo, Roberto Scarpinato mise  in evidenza come i fratelli Agrò, grazie alla compiacenza di Cosa nostra, quando le vittime non riuscivano a pagare gli strozzini si rivolgevano ai mafiosi che intervenivano con i loro metodi facendo uccidere o sequestrare le loro vittime. Lo conferma il delitto di Mariano Mancuso di Milena, in provincia di Caltanissetta, anche lui commerciante, finito nelle mani degli usurai, che aveva denunciato i fratelli Agrò alla vigilia del processo. I due fratelli, dopo essersi adoperati in vari modi affinché Mancuso ritrattasse le accuse  (lo avevano anche minacciato pesantemente), secondo quanto hanno riferito i pentiti Ignazio Gagliardo, Beniamino Di Gati ed il fratello Maurizio, avrebbero chiesto a Salvatore Fragapane, all’epoca capo di Cosa nostra della provincia, il suo benestare per eliminare Mancuso. Ad uccidere Mariano Mancuso il 28 settembre del 1992 in contrada San Benedetto, nella zona industriale di Aragona, sarebbe stato Maurizio Di Gati. Mancuso venne raggiunto da due colpi di  fucile sparati a breve distanza, il primo alle spalle ed il secondo al fianco destro. I fratelli Diego e Ignazio Agrò sono stati condannati all’ergastolo come mandanti sia in primo che in secondo grado.   Il delitto si inserisce nella spietata guerra di mafia che ha visto contrapposti nell’agrigentino i clan della Stidda e di Cosa nostra agli inizi degli anni Novanta, con dieci delitti (Giuseppe Sole, Angelo Terrana, Salvatore Sole, Giovanni e Salvatore Restivo Pantalone, Salvatore Alaimo, Carmelo Restivo Pantalone, Ignazio Orlando, Antonino Caravasso e Mariano Mancuso) e tre tentativi d’omicidio (Luigi Cipolla, Giuseppe Castiglione, Castiglione e Rinallo Maurizio). Questa faida è stata il filo conduttore dell’operazione antimafia “Domino II” condotta dalla Squadra Mobile di Agrigento e coordinata dalla Dda di Palermo nel luglio 2007. Il processo è scaturito proprio dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia (Beniamino e Maurizio Di Gati, Ignazio Gagliardo) che hanno contribuito a fare luce su uno scontro sanguinoso cominciato nel luglio del 1991 con la strage di Racalmuto nel territorio fra Racalmuto, Grotte ed Aragona. Adesso la sentenza della Suprema corte rimette in discussione tutto e per i fratelli Agrò verrà celebrato un nuovo processo.