La famiglia di Ignazio di Cutrò dicono che non rischia ma intanto fioccano i 41 bis

Carcere duro disposto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafaede a diversi esponenti di spicco della criminalità organizzata agrigentina arrestati nell’ambito delle inchieste antimafia “Nuova Cupola” e “Montagna”. 

L’applicazione del 41 bis ha interessato  anche il boss Francesco Fragapane, ritenuto a capo della mafia agrigentina; Calogerino Giambrone, reggente del clan di Cammarata e San Giovanni Gemini; Pasquale Fanara, esponente di spicco di Favara; Giuseppe Nugara, ritenuto a capo del clan di San Biagio Platani e Giuseppe Spoto, reggente della famiglia Bivona”. 

Dal ministero inoltre è giunta anche la conferma del carcere duro ai boss emergenti Giovanni Tarallo e Francesco Ribisi, coinvolti nell’operazione “Nuova Cupola” e attualmente detenuti.

Diversi di questi nominativi soggetti al regime di 41 bis non sono nuovi al testimone di giustizia Ignazio Cutrò così come per alcuni di loro, non è sconosciuta l’identità dell’ex imprenditore di Bivona. Di questa conoscenza biunivoca ne sono consapevoli anche le autorità inquirenti tant’è che il 6 febbraio del 2014 in un’intercettazione, Giuseppe Nugara, ritenuto a capo della famiglia di San Biagio Platani, diceva di Cutrò ad un allevatore suo compaesano “Appena lo Stato si stanca… che gli toglie la scorta poi vedi che poi…”.

Intercettazioni queste, risalenti al 2014 ma pubblicate dopo il taglio della scorta ai familiari di Cutrò e il declassamento del livello di protezione allo stesso. 

Una decisone quella avallata anche dalla Prefettura di Agrigento che aveva suscitato scalpore e che aveva indotto il testimone di giustizia a rinunciare a qualsiasi dispositivo riservato alla sua persona per, paradossalmente, auto proteggere i suoi cari. La famiglia Cutrò dunque non correva più nessun rischio, oggi però alcuni dei nemici dell’ex imprenditore edile, per volontà del ministro della Giustizia, sono ristretti al carcere duro.

Pronta è stata la replica di Cutró “ Eppoi – ha dichiarato – dicono che io e la mia famiglia non corriamo alcun pericolo. In tutto ciò – aggiunge il testimone di giustizia – assisto con sdegno e umiliazione al silenzio di quelle istituzioni che dovrebbero proteggerci. Dove sono – si interroga – quegli organi dello Stato che dichiaravano che la famiglia Cutrò non aveva nulla da temere? Perché non hanno il coraggio di dire che si sono sbagliati e che la mia famiglia va pienamente protetta? Hanno vergogna a dire che hanno preso una decisione sbagliata oppure non hanno proprio vergogna visto e considerato che, ancora oggi, tacciono spudoratamente? Io – conclude Ignazio Cutrò – non mi sono girato dall’altra parte quando si è trattato di denunciare, loro invece hanno voltato le spalle ad una onesta famiglia”.

Alle amare dichiarazioni di Cutrò si aggiungono anche quelle di un’altra testimone di giustizia, oggi deputato alla Camera,  Piera Aiello che ha dichiarato: “Sono in pensiero per lui. Leggo e rileggo alcuni passi tratti dalle intercettazioni del 6 febbraio 2014. Oggi – ha aggiunto l’onorevole – Ignazio Cutrò è senza scorta, e da tempo porta avanti una battaglia affinché tutta la sua famiglia torni ad essere protetta e non solo la sua persona. 

Mi sono recata personalmente da Ignazio la scorsa settimana, ho rivolto lui la mia solidarietà e la promessa che mi occuperò personalmente della sua situazione.

E’ arrivato il momento di ridare dignità a Chi ha donato la propria vita allo Stato.

Ignazio non sei solo” – ha concluso.

Omicidio Passafiume. Ignazio Cutrò (TdG) “vicinanza ai familiari del collega che non si è piegato alla mafia”

L’aver appreso dell’arresto del killer dell’imprenditore di Cianciana, Diego Passafiume, ucciso a 41 anni il 23 agosto del 1993 nel giorno del suo anniversario di matrimonio suscita in me sentimenti contrastanti, se da un lato c’è la soddisfazione per il lavoro svolto dagli inquirenti, che nonostante i 25 anni trascorsi, hanno riaperto e risolto il caso, dall’altro lato c’è il rammarico per le motivazioni che avrebbero indotto cosa nostra a condannare a morte l’imprenditore ciancianese”. Così il presidente dell’associazione nazionale Testimoni di Giustizia Ignazio Cutrò commenta l’arresto dell’agrigentino Filippo Sciara, quest’ultimo affiliato alla famiglia mafiosa di Siculiana.
Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo infatti, la condanna a morte di Passafiume sarebbe stata dovuta al fatto che l’imprenditore non aveva voluto piegarsi alle regole imposte dalle cosche mafiose in ordine alla spartizione dei sub appalti nel settore del movimento terra e del trasporto di inerti.
“In questo giorno, nel quale mi sento emotivamente vicino ai familiari dell’ex collega ucciso – dice Cutrò – mi auguro che il suo sacrificio, unitamente agli sforzi di legalità compiuti da tanti imprenditori onesti, non risulti vano e che le Istituzioni sane di questo Paese attivino tutte le forze necessarie affinché il numero delle denunce per estorsioni, cresca sino a diventare la normalità a tutela delle imprese che non solo hanno il diritto di lavorare ma anche – conclude il presidente dell’associazione Testimoni di Giustizia – il dovere di offrire sbocchi occupazionali nel proprio territorio”.

Racket delle estorsioni. L’appello di Cutrò (TdG) agli imprenditori e alle associazioni di categoria “facciamo squadra e denunciamo

“Mai piegare la testa al racket, gli imprenditori siciliani che come me, come Daniele Ventura e Vincenzo De Marco, hanno scelto di denunciare, hanno si perso tutto ma non la dignità, per questo motivo invito tutti gli artigiani, commercianti e imprenditori taglieggiati ad affidarsi alla giustizia e a denunciare gli estorsori”.
Questo è il nuovo appello lanciato dal presidente dell’associazione nazionale Testimoni di Giustizia Ignazio Cutrò che invita anche le associazioni di categoria e le organizzazioni sindacali ad intensificare le attività di sensibilizzazione alle denunce.
“Nonostante le minacce e la rinuncia alla scorta – continuerò personalmente ad accompagnare dalle forze dell’ordine tutti gli imprenditori che vogliono scegliere un percorso di legalità, un cammino – dice ancora il Testimone di Giustizia- che però deve essere sostenuto da una vera e propria squadra formata dagli organi dello Stato ma anche dal mondo dell’associazionismo e sindacale perché per sconfiggere la mafia, non bastano gli sforzi dei singoli ma ci vuole il contributo di molti. Un lavoro di coalizione che però non deve essere finalizzato solamente alla consegna alla giustizia dei mafiosi ma che aiuti chi denuncia a continuare a vivere e lavorare serenamente nella propria terra”.

Secondo i dati del ministero dell’Interno, in Provincia di Agrigento dal 1 giugno al 31 dicembre del 2017, si è registrato un incremento delle denunce di casi di estorsione pari al 78% rispetto al semestre precedente.
Sempre nello stesso periodo però sono cresciuti anche i casi di minacce, +20% con oltre 400 episodi accertati nell’agrigentino. In aumento anche i danneggiamenti – oltre 500 episodi – di vigneti e uliveti. Dati che preoccupano ma che secondo la Direzione Investigativa Antimafia di Agrigento sono sostanzialmente in linea con l’ultimo quinquennio.

Le estorsioni, tradizionalmente precedute da minacce, intimidazioni e danneggiamenti, colpiscono imprenditori e operatori commerciali dei settori più diversi. La crisi di liquidità poi porta la mafia a concentrarsi principalmente sui piccoli imprenditori e commercianti al minuto.
Secondo la DIA c’è ancora un nutrito gruppo di imprenditori compiacenti che mettono a disposizione dell’organizzazione mafiosa la propria impresa, con i relativi requisiti economici e tecnici, al fine di turbare gare di appalto, o prestandosi a partecipare in associazione temporanea di impresa per conto di cosa nostra, ed è anche a questi imprenditori compiacenti che è rivolto l’appello del presidente dell’associazione Testimoni di Giustizia che incalza “se siete con loro siete come loro, come ho più volte detto – conclude Cutrò – l’aver denunciato i miei estorsori, ha cambiato la mia vita e quella della mia famiglia, ma mi rende orgoglioso per essermi ribellato al malaffare fidandomi delle Istituzioni e di avere ottenuto, grazie alla mia testardaggine, alcune normative che oggi sono riferimento per tutti i Testimoni di Giustizia”.

Atto esecutivo di precetto congelato per Ignazio Cutrò. La Banca Popolare Sant’Angelo, blocca il recupero del debito

Ieri la notifica al Testimone di Giustizia Ignazio Cutrò della procedura di precettazione avviata dalla Banca Popolare Sant’Angelo di Licata per un vecchio debito da circa 60 mila euro, che doveva essere pagato entro e non oltre il 19 agosto prossimo.
Il disperato appello dello stesso ex imprenditore, al presidente dell’sitituto di credito, ha smosso le coscienze di parte della classe politica con in testa i parlamentari Piera Aiello, Filippo Perconti e Beppe Lumia, ma anche della società civile che si è stretta attorno alla famiglia bivonese e della segreteria provinciale della CGIL di Agrigento, con l’accorato appello del segretario Massimo Raso.

Della drammatica corsa contro il tempo di Ignazio Cutrò si è anche interessato il sottosegretario al ministero dell’Interno Luigi Gaetti e a meno di 24 ore dalla notifica dell’atto esecutivo di precetto, a Casa Cutrò è giunta una chiamata gradita, ovvero quella del presidnete del consiglio di amministrazione di Banca Popolare Sant’Angelo, Antonio Coppola che ha comunicato al testimone di giustizia, di avere sospeso la procedura. I due, subito dopo ferragosto si incontreranno personalmente per discutere della vertenza.

Un sospiro di sollievo dunque per Ignazio Cutrò e i suoi familiari, un ruolo importante in questa fase, lo ha avuto l’onorevole Lumia che ha fatto da mediatore.

Antonio Coppola, così come il suo prdecessore, Nicolò Curella, si è dimostrato sensibile al problema che vede, il testimone di giustizia, sommerso dai debiti causati dalla sua battaglia legale avviata contro il racket delle estorsioni. Le denunce di Cutrò hanno rapidamente spento le commesse per la sua impresa edile fino a causarne la definitiva chiusura.

Cutrò, che in caso di mancato blocco della pratica, aveva anche minacciato estremi gesti di protesta, ringrazia il presidente della Banca e quanti in queste ore lo hanno sostenuto e incoraggiato.

Debito con Banca da saldare entro dieci giorni per Ignazio Cutrò. Il Testimone di Giustizia minaccia di darsi fuoco

Dopo la recente revoca della protezione ai familiari e la conseguente volontà a rinunciare alla tutela personale, la già turbata serenità della famiglia del testimone di giustizia Ignazio Cutrò viene ulteriormente messa in difficoltà da un atto di precetto della Banca Popolare Sant’Angelo che intima all’ex imprenditore di pagare un vecchio debito di circa 60 mila euro, oltre more ed interessi, entro e non oltre il 19 agosto prossimo.

Acclarato, con documenti ufficiali redatti dagli organi dello Stato, che la chiusura dell’impresa edile di Cutrò è stata dovuta ai debiti accumulati dall’azienda dopo le denunce per le estorsioni subite, per l’ex imprenditore di Bivona adesso è una corsa contro il tempo per chiedere ai responsabili dell’Istituto di credito licatese, il blocco della precettazione.

Il 23 maggio del 2013, nel giorno del ventunesimo anniversario della strage di Capaci, il tribunale di Sciacca emanava un decreto Ingiuntivo di pagamento del debito in favore della Banca Popolare Sant’Angelo, Ma per come spiega lo stesso Cutrò : ”Grazie alla sensibilità dell’allora presidente della Banca, Nicolò Curella, il decreto ingiuntivo, alla luce del racconto delle mie vicende, era stato momentaneamente sospeso.

Quattro anni dopo, nel novembre del 2017 – aggiunge il testimone di giustizia – torna a rivivere il decreto ingiuntivo per mano dell’avvocato Corrado Candiano, con il quale oltretutto ho avuto un incontro mostrando la documentazione trasmessa al Ministero. Nulla di ciò li ha bloccati, oggi – dice ancora Cutrò – è arrivato l’atto di precetto, che precede di dieci giorni il pignoramento forzato”.

Non è la prima volta che l’ex imprenditore, la cui azienda, prima delle denunce al racket, faceva diverse migliaia di euro di utili all’anno, si trova in questa situazione. Già nel 2016 UniCredit ha teso la mano al testimone di giustizia congelando un debito nettamente superiore a quello maturato con la banca licatese. 

L’uomo che per essersi ribellato alla mafia ha perso lavoro e serenità e che per la stessa ragione ha più volte denunciato di essere stato abbandonato dallo Stato non ci sta e annuncia una drastica protesta. 

“Se non riesco a trovare un modo per incontrare e bloccare l’atto tramite il presidente della banca, il dott. Antonio Coppola, pagherò con la mia stessa vita, dandomi fuoco davanti ad una loro filiale che sceglierò a caso e senza comunicare a nessuno data e ora dell’eventuale gesto. Ormai -conclude Cutrò – non ho più nulla da perdere, la mafia mi ha tolto tutto”.

Testimoni di giustizia. A Ignazio Cutrò il premio legalità Contusri Terme

Si è svolta in piazza Garibaldi a Contursi Terme in Provincia di Salerno la XXII edizione dell’omonimo premio “Contursi Terme – La Valle del benessere”. Il riconoscimento per la Legalità è stato conferito al testimone di giustizia bivonese Ignazio Cutrò, kermesse  che quest’anno è stata dedicato alla memoria di Fabrizia Di Lorenzo la giovane abruzzese, la cui famiglia è originaria proprio del centro campano, morta durante l’attentato ai mercatini di Natale di Berlino del 2016.

Un emozionato Cutrò ha ritirato il premio che conferma il legame dello stesso ex imprenditore con la Campania, non a caso, l’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, di cui Cutrò è presidente, ha sede a Padula, comune salernitano che dista una settantina di chilometri da Contursi Terme.

Un premio che Cutrò ha dedicato ai suoi familiari.

Ignazio Cutrò e Daniele Ventura ad Agrigento. Il coraggio di denunciare e la paura di essere lasciati soli

Nonostante parlare pubblicamente di mafia per molti rimane ancora un tabù, ci sono uomini che con il loro coraggio, testimoniano quotidianamente che non piegarsi alla prepotenza della malavita non solo è possibile ma deve essere anche un obbligo morale per una società che vole sconfiggere questo cancro le cui metastasi infestano il territorio e fanno leva proprio sulle difficoltà e i disagi della popolazione. Paolo Borsellino diceva:”La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” e di questo ne hanno fatto propria esperienza di vita l’ex imprenditore e testimone di giustizia Ignazio Cutrò e il giovane palermitano Daniele Ventura, anch’egli vittima di estorsioni. Due storie che geograficamente sono maturate in territori diversi ma che hanno in comune il coraggio di due uomini, imprenditori, di ribellarsi al pizzo, denunciare e restare nella propria terra. Entrambi si sono ritrovati ad Agrigento per presentare i libri che raccontano la loro storia. In una piazza Purgatorio semi deserta, quasi nell’indifferenza dei passanti, Cutrò e Ventura più che fare la cronaca della loro esperienza, hanno voluto affrontare la quotidianità della loro stessa esistenza, delle conseguenze che la loro scelta ha portato nella vita, con le attività di entrambi oggi chiuse, dello Stato che li ha lasciati da soli a combattere una guerra più grande di loro, un tradimento quello delle stesse Istituzioni che li hanno applauditi per le denunce ma che puntuali hanno presentato loro il conto per i debiti regressi con l’erario. Tra il pubblico un altro testimone di giustizia, Vincenzo De Marco che al pari dei suoi amici, ha perso la serenità personale e professionale.

Ignazio Cutrò, che recentemente ha denunciato due incursioni sospette nella sua proprietà, si è interrogato sul suo futuro, su quello dei suoi familiari e di tutti i testimoni di giustizia. Lo steso, che proprio ieri ha ricevuto nella sua abitazione di contrada San Leonardo, una visita a lui gradita e quasi inaspettata, vvero quello della giunta comunale di Bivona, nei prossimi giorni a Contursi Terme, nel salernitano, riceverà il premio internazionale “Legalità”

Daniele Ventura, lo avevamo incontrato nei mesi scorsi, era stato nostro ospite di “speciale interviste”, sono trascorsi circa tre mesi, in questo arco di tempo, Daniele (il giovane che aveva il sogno di aprire un bar nel centro storico di Palermo) ha fortunatamente trovato un’occupazione persso una concessionaria di auto, “l’acquisto etico” è lo slogan di questa attività che è stata confiscata a cosa nostra e affidata a Gianluca Calì, un altro imprenditore che ha denunciato il pizzo e fatto arrestare gli estorsori. Per Daniele però, se da un lato è arrivato il lavoro, dall’altro lato, si ritrova a dover fronteggiare cartelle esattoriali per circa 65 mila euro che lo Stato ovviamente non dimentica di recapitare.

La poca affluenza di gente all’incontro non è sicuramente giustificabile perché per molti probabilmente si è persa l’opportunità di ascoltare e comprendere non solo il fenomeno mafioso e le sue modalità di azione, ma anche le dinamiche interne a chi dovrebbe avere quale interesse primario quello della tutela della legalità.

Ignazio Cutrò, testimone di giustizia denuncia: “Qualcuno, per due volte è riuscito ad intrufolarsi nella mia proprietà”

“Qualcuno, per due volte è riuscito ad intrufolarsi nella mia proprietà approfittando del buio della sera.
Ho denunciato entrambi gli episodi alle autorità, ciò non toglie lo stato di tensione in cui siamo costretti a vivere io e la mia famiglia”.

Così il testimone di giustizia Ignazio Cutrò racconta, in una nota stampa, i due episodi che si sono verificati a pochi giorni di distanza nella sua proprietà di contrada San Leonardo a Bivona.
“Il primo caso – aggiunge Cutró – è accaduto la sera dello scorso 8 luglio, erano circa le ore 21:30 quando insieme a mia moglie e mia figlia, dalla tavernetta di casa, abbiamo sentito dei rumori provenire dalla baracca degli attrezzi.
Come se fossero stati – continua ancora il testimone di giustizia – dei pugni sferrati sulla lamiera. Mi sono così affacciato, ho gridato verso la baracca e ho notato un’ombra allontanarsi”.

L’episodio è stato prontamente segnalato alla stazione Carabinieri di Bivona.

Nel secondo episodio denunciato da Ignazio Cutrò invece, si registra la presenza di alcuni testimoni ospiti della famiglia bivonese, tra loro anche un ex appartenente delle forze dell’ordine in quiescenza.

“La sera del 20 Luglio, erano circa le ore 22:30 – spiega il testimone di giustizia – mentre stavamo cenando insieme a degli amici, dalla tavernetta di casa, abbiamo sentito due fischi provenire dal terreno sottostante, come – scrive ancora Cutrò – se si trattasse di un richiamo tra due persone. Abbiamo immediatamente chiamato la caserma dei Carabinieri e una pattuglia è arrivata dopo una ventina di minuti ma i militari non hanno notato nessuna anomalia”.

Entrambi i casi, oltre ad essere stati denunciati alle forze dell’ordine sono stati anche racchiusi in un esposto che il presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia ha inoltrato al Prefetto di Agrigento e alla Stazione Carabinieri di Bivona.

Ignazio Cutrò, che dopo la revoca della scorta ai familiari ha deciso di rinunciare alla protezione personale, tiene a precisare che non intende ritornare sui propri passi.
“Continueró da uomo libero – dice – a invogliare gli imprenditori onesti a denunciare il racket, così come – aggiunge il testimone di giustizia – sempre da uomo libero, resterò a testa alta nella mia Bivona dove può accadere anche di incrociare in strada lo sguardo dei miei aguzzini, ma se questo accadrà – dichiara ancora Cutrò – io non abbasserò mai gli occhi, l’aver denunciato i miei estorsori, ha cambiato la mia vita e quella della mia famiglia, ma mi rende orgoglioso per essermi ribellato al malaffare fidandomi delle Istituzioni e di avere ottenuto, grazie alla mia testardaggine, alcune normative che oggi sono riferimento per tutti i testimoni di giustizia. Ho voluto rendere noti i due episodi – conclude Cutrò – non per chiedere il ripristino dei servizi di protezione ma per informare l’opinione pubblica dello stato di tensione in cui vive la famiglia Cutrò, la stessa che per le istituzioni non correrebbe più nessun rischio”.

Viminale. Gaetti “I testimoni di giustizia sono una priorità”

L’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia esprime vivo apprezzamento per le parole del viceministro degli interni Gaetti sui testimoni di giustizia: ” i testimoni di giustizia sono insieme ai beni confiscati una priorità “. Con queste parole il sottosegretario agli interni Luigi Gaetti intervistato dal quotidiano La Gazzetta di Mantova ha affermato che porterà avanti quello che ha caratterizzato il suo lavoro in commissione parlamentare antimafia: testimoni di giustizia e beni confiscati. Una bella intervista, dichiara Ignazio Cutrò Presidente della Associazione, che lascia ben sperare sulla fine dell’isolamento e dell’indifferenza attorno a questi temi. Dunque oggi “siamo una priorità”. Non sentivamo parole di questo tenore da tanto tempo. Forse non le abbiamo mai sentite. Il vento del cambiamento aveva già cominciato a soffiare in commissione antimafia quando le forze politiche avevano proposto un disegno di legge di riforma dell’attuale programma di protezione poi trasformato in legge dello Stato. Un vento che porta con sè la parola Speranza. Doveroso ringraziare l’allora Presidente Rosy Bindi e il coordinatore del comitato di inchiesta sui testimoni Davide Mattiello. C’è ancora molto da fare: ” le norme sono importanti, ma non meno dei regolamenti e delle prassi applicative, cioè delle abitudini che si creano negli apparati dello Stato ai quali spetta il dovere di proteggere e rispettare pienamente la dignità dei testimoni di giustizia”. Ieri la testimone e deputata Piera Aiello ha chiuso un capitolo buio della sua vita mostrando il suo volto nascosto per anni, troppi anni. Un gesto che assume anche un significato simbolico per tutti i testimoni di giustizia. Mai più una vita vissuta nell’ombra, vite fantasma. Non siamo più delle trepide ombre ma uomini e donne che hanno offerto la propria vita e quella dei propri familiari per il bene dello Stato. Le Istituzioni tutte, conclude Ignazio Cutrò, facciano la loro parte, valorizzino i testimoni di giustizia e restituisca loro quelle che le mafie ed un malcelato senso dello Stato gli hanno ingiustamente tolto.

26 anni dopo le stragi di Palermo. Più che di commemorazioni ci sarebbe bisogno di buoni esempi

Se non avvertiamo, ogni giorno, la stessa tensione del 23 maggio corriamo il rischio di riproporre una celebrazione stanca e anche ipocrita.

L’antimafia va vissuta nel dovere del silenzio, con grande sobrietà e umiltà, altrimenti ricordare l’esempio di chi è morto rischia di restare soltanto un dovere di calendario”. Così il preseidente della Regione, Nello Musumeci dai social network ha commentato le celebrazioni indette in occasione della giornata della Legalità.

Il ventiseiesimo anniversario della strage di Capaci, con le recenti inchieste che hannno coinvolto illustri personalità dell’antimafia siciliana, porta a riflettere sul senso stesso delle manifetsazioni commemorative.

C’è un cartello posto all’ingresso del centro abitato di Capaci che testualmente riporta” qui il 23 maggio 1992 sono stati uccisi dal potere politico mafioso: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Mortinaro.

Questa epigrafe di latta, non è stata posta sull’autostrada sventrata da 500 chiglogrammi di tritolo, sul luogo del delitto infatti ci sono due totem con lo stemma della Repubblica.

Il cartello che forse più di ogni altro spiega il vile attentato, è defilato, nascosto come a coprire ciò che invece negli anni è in parte emerso.

Il 23 maggio, così come il 19 luglio, hanno dei messaggi chiari indirizzati alle nuove generzioni e fa’ effetto vedere sulla collina di Capaci, nello stesso punto da dove Giovani Brusca il 23 maggio di 26 anni fa, azionò la detonazione dell’esplosivo, dei bambini, alle ore 17:58, stesso orario della fatale esplosione, hanno esposto le foto dei magistrati

e degli agenti di scorta uccisi. Per recipere il messaggio però, queste anime innocenti hanno bisogno di esempi e lo Stato, negli anni, ha tenuto troppi scheletri negli armadi.

Affidiamo allo stesso Giovanni Falcone la chiusra:

La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

 

Caso Montante. Ordine dei Giornalisti pronto a collaborare con i magistrati nisseni

L’Ordine dei giornalisti di Sicilia, preso atto delle vicende connesse al cosiddetto “caso Montante”, relative ai rapporti tra l’imprenditore arrestato e alcuni giornalisti, ha deciso di trasmettere alla Procura della Repubblica di Caltanissetta gli esiti delle proprie indagini e delle audizioni dei colleghi che, già nel 2015, erano stati sentiti su vicende strettamente collegate a quelle attuali. Al tempo stesso il presidente prenderà contatti con il capo della Dda nissena per chiedere copia degli atti ostensibili, anche non costituenti notizie di reato, riguardanti iscritti a questo Ordine professionale. Gli accertamenti dell’Ordine, che si erano fermati in doverosa attesa degli eventuali sviluppi giudiziari, possono essere infatti utili per l’accertamento della verità da parte degli inquirenti, così come ciò che è emerso dalle intercettazioni e dai riscontri trovati dagli investigatori può servire per stabilire se, in che misura e a quali livelli il “sistema Montante” abbia tentato di estendere a singoli iscritti o a singoli organi d’informazione quella che i magistrati hanno definito una “rete tentacolare”. Senza generalizzazioni e condanne pregiudiziali, l’Ordine approfondirà i fatti, rimanendo vicino a tutti i colleghi citati negli atti, se risulterà che hanno svolto e continuano a svolgere il proprio mestiere ignorando le sollecitazioni e le lusinghe provenienti da ambienti legati a un’antimafia che, sfruttando un’immagine “ufficiale”, si rivela nei fatti ambigua e insidiosa. Infine, preso atto che tra gli indagati figura anche la giornalista pubblicista Maria Grazia Brandara, che, per motivi connessi alle funzioni pubbliche rivestite negli ultimi anni, di fatto non esercita da tempo la professione, il Consiglio ha deciso di interpellarla per sapere se abbia ancora interesse alla permanenza nell’albo.

Fonte OdG di Sicilia

 

Interrogatori di garanzia inchiesta double face. Montante respinge le accuse. Musumeci:” Anche in Sicilia l’industria dell’antimafia ha avuto le sue ciminierie”

È durato più di sei ore l’interrogatorio di garanzia dell’ex presidente di Confindustria Sicilia, arrestato dalla Procura di Caltanissetta con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Si è avvalso della facoltà di non rispondere invece Diego Di Simone, ex sostituto commissario della squadra mobile di Palermo.

Ho sposato le istituzioni. Non ho mai avuto vantaggi, nè appalti, nè finanziamenti, nè agevolazioni. Ho stravolto la mia vita e sono sicuro che non posso più tornare indietro” così l’ex responsabile Legalità di Confindistria si sarebbe giustificato al gip del tribunale nisseno, respingendo dunque le accuse mosse dalla Procura.

Tra le reazioni all’operazione “Double Face” registriamo anche quella del presidente della Regione, Nello Musumeci. “Anche in Sicilia – ha detto il governatore – l’industria dell’antimafia ha avuto le sue ciminierie”.

“Speciale Interviste” con Daniele Ventura vittima di estorsione

Nuovo appuntamento con “Speciale Interviste” ospite in studio l’imprenditore palermitano Daniele Ventura. Vi racconteremo la storia del 34enne che era riuscito a realizzare il sogno di aprire un bar nel centro di Palermo ma che ha dovuto fare i conti prima con il racket delle estorsioni e poi con lo stesso Stato a cui aveva denunciato tutto. Il coraggio di non piegarsi al pizzo infatti è costato al giovane imprenditore la chiusura del locale che dopo la denuncia era stato isolato da clienti e commercianti della zona. Ventura, che nel libro “Cosa nostra non è cosa mia” ha raccontato il suo calvario, non è pentito della sua scelta di denunciare i suoi aguzzini ed è proprio grazie alla sua collaborazione con gli inquirenti che nel 2011 scattò la maxi operazione antimafia “Hybris” che portò all’arresto di 39 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni. Daniele Ventura, nonostante i problemi derivanti dalla sua scelta, non si dice pentito di essersi rivolto allo Stato, adesso però alle istituzioni chiede un lavoro per, insieme alla sua famiglia, ritornare ad avere una vita dignitosa e sempre all’insegna della legalità.

Favara dice no alle mafie ma i cittadini non scendono in strada

Favara ripudia le mafie, la manifestazione promossa dall’amministrazione comunale in seguito ai recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto, direttamente e indirettamente, persone della città dell’agnello pasquale, si è svolta sabato scorso.

Ad accogliere l’invito della sindaco Anna Alba, quelli che in termini giornalistici si definiscono “gli addetti ai lavori”, assente la collettività. Favara non è nuova a queste diserzioni, in passato lo ha fatto per i problemi idrici e da sette anni lo fa’ in occasione della festa della Legalità, manifestazione rilegata alla sola presenza delle scuole, ciò non toglie ovviamente la ferma condanna alla criminalità organizzata della maggioranza assoluta del grosso centro cittadino.

Per la cronaca, tra le personalità presenti, segnaliamo il vice presidente della commissione nazionale antimafia Mario Giarrusso, del vice Prefetto di Agrigento, Carmelina Guarneri e della sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Significativa la presenza dell’amministratrice empedoclina in quanto, secondo gli inquirenti, i recenti episodi malavitosi, potrebbero essere il frutto di un contrasto tra clan di Favara e Porto Empedcole per il controllo del mercato dello spaccio della droga. Ci sono delle interviste, vediamo.

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Tentato omicidio a Favara. In mano agli inquirenti alcuni tasselli del complicato puzzle

Tentato omicidio di martedì scorso in via Torino a Favara, le indagini di Polizia e Carabinieri continuano serrate, tanti i lati oscuri della vicenda a cui gli investigatori lentamente stanno cercando di dare una spiegazione. Non ci sono ancora certezze sul come sia stato possibile che il 35enne sia scampato all’agguato, così come poco chiaro al momento se dal magazzino hanno risposto al fuoco incrociato dei sicari. In questo complicato puzzle però qualche tassello potrebbe già essere in mano agli inquirenti, tra le certezze il numero del commando di fuoco, composto da quattro persone. Tutti giunti in via Torino a bordo di un Renault Kangoo, intorno alle ore 22.13 dal mezzo fermo nella parte alta della stessa via, tre uomini armati con il volto travisato da caschi e passamontagna, sono scesi in direzione del magazzino aprendo il fuoco. Una ventina i colpi esplosi con pistole e armi d’assalto, tra i quali anche un kalashnikov. Poi la fuga della banda. Il 35enne, ferito ad un gluteo e agli arti inferiori, incredibilmente scampato alla morte, riesce poi a raggiungere l’Ospedale di Agrigento nonostante la sua auto, una BMW, fosse rimasta ferma in via Torino. Qualcuno quindi avrà accompagnato C.N. Fuori dall’Ospedale, non si esclude che quel qualcuno, fosse proprio in compagnia del ferito durante l’agguato. Ovvio che le indagini mirano all’identificazione, oltre dei sicari anche degli eventuali accompagnatori.

La stessa sera dell’agguato, nella frazione balneare di Cannatello, un’auto è stata data alle fiamme, indagini specifiche chiariranno se quel mezzo è lo stesso utilizzato dalla banda armata o se è in qualche modo collegato ai fatti di via Torino.

Il ferito, che ha diversi precedenti di polizia giudiziaria, è ricoverato all’Ospedale San Giovanni Di Dio a seguito dell’intervento chirurgico ad una gamba le cui ossa erano state pesantemente danneggiate dai colpi ricevuti. Nessuna pista è esclusa, ma quella privilegiata resta comunque quella che lega, il fatto di martedì sera con gli altri omicidi avvenuti sia in Belgio che a Favara.

Inquietante comunque l’uso di armi d’assalto che farebbe pensare ad un commando organizzato. Per questo motivo, i fatti di favara, sarebbero al vaglio anche delle squadre antimafia.

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