Contributo da 300mila euro ritirato dopo informativa prefettizia: il Tar blocca tutto

Il Tar stoppa l’Assessorato all’Agricoltura: imprenditore di Canicattì non dovrà restituire il contributo di trecentomila euro ottenuto per la realizzazione di opere di miglioramento fondiario.

L’uomo, difeso dagli avvocati Girolamo Rubino e Calogero Marino, è titolare di un’azienda agricola e ottenne dei fondi per effettuare alcuni interventi sul terreno di sua proprietà, che sono stati approvati dall’Assessorato regionale dell’Agricoltura e che furono poi anche collaudati da parte dei tecnici dell’assessorato competente. Sei anni dopo però sempre la Regione comunicava il provvedimento di revoca del contributo, richiedendo il rimborso delle somme, in ragione dell’intervenuta informativa antimafia interdittiva resa dalla Prefettura di Agrigento nei confronti dell’imprendiitore. Gli avvocati Rubino e Marino hanno contestato come le opere oggetto del contributo revocato erano state eseguite ed ultimate ben prima dell’adozione del provvedimento di revoca e che al momento dell’adozione del decreto concessorio nonché al momento dell’erogazione dell’ultimo Sal in esito all’accertata ultimazione delle opere, nessun provvedimento interdittivo era stato adottato.

Polizia municipale, respinto il ricorso di Antonica: legittima la nomina di Di Giovanni

Polizia municipale, Gaetano Di Giovanni rimane comandante. Il tribunale di Agrigento ha respinto infatti il ricorso avanzato da Cosimo Antonica, ex dirigente-comandante del corpo e quasi 2 anni fa spostato ad altro incarico dall’Amministrazione. “La pretesa attorea diretta al riconoscimento di un diritto all’assegnazione in via definitiva e senza limiti di tempo ad un incarico di natura dirigenziale quale è quello di comandante del corpo di Polizia Municipale – argomenta il tribunale – già di per sé contrasta con il principio generale della temporaneità degli incarichi dirigenziali. In  ogni  caso,  pur  volendosi  prescindere  dal  superiore  assorbente  rilievo, merita   evidenziare   come   nel   caso   di   specie   non   sussistano   le   ragioni   di illegittimità denunciate dal ricorrente”.  Il giudice inoltre specifica tra le altre cose che non “sia ostativo al conferimento di un incarico dirigenziale,  come  quello  in  esame  avente  natura  altamente  fiduciaria,  il  previo superamento  di  un  concorso  per  lo  svolgimento  di  funzioni  analoghe”. Il tribunale ha condannato Antonica al pagamento delle spese legali per un totale di 4.700 euro, da  corrispondersi  nella misura di euro 2.700,00 in favore del Comune di Agrigento e di euro 2.000,00 in favore di Di Giovanni.

Caso Arnone, il tribunale di Sorveglianza ha deciso: in carcere solo la sera

I giudici del tribunale di sorveglianza di Palermo hanno disposto nei confronti dell’avvocato ed ex consigliere comunale Giuseppe Arnone la semilibertà. Arnone, di giorno, potrà esercitare la professione, ma gli è vietato affiggere manifesti dal balcone del suo studio che è di fronte al tribunale, l’uso di Facebook e piattaforme di vario tipo. La sera dovrà tornare in carcere. La decisione è arrivata tre giorni dopo l’udienza nella quale i suoi difensori, gli avvocati Arnaldo Faro e Raimondo Tripodo, avevano chiesto al tribunale di concedere nuovamente l’affidamento in prova ai servizi sociali mentre il sostituto procuratore generale Rita Fulantelli aveva chiesto che scontasse le due condanne per calunnia e diffamazione, con fine pena fissato per il luglio del 2021, in carcere. Arnone fu arrestato, dalla squadra mobile, lo scorso 27 marzo in seguito a un’ordinanza del magistrato di sorveglianza che gli contestava di avere violato le prescrizioni diffondendo volantini di accuse ai magistrati.

Vince un concorso al Viminale ma non viene assunta perché è figlia di un boss mafioso

Gisella Licata, 36 anni di Grotte non ha mai commesso alcun reato eppure ha dovuto fare causa allo Stato, davanti al Tar del Lazio, perché il ministero dell’Interno vuole impedirle di entrare in servizio dopo che la donna ha vinto un concorso da funzionario civile di prefettura. La vicenda viene raccontata dal Giornale di Sicilia . E’ la figlia di Vincenzo Licata, 63 anni, in carcere da 20, boss mafioso di Grotte, condannato a tre ergastoli. Gisella avrebbe dovuto prendere servizio il 4 febbraio firmando un contratto a tempo indeterminato. La sua assunzione, comunicatale il 28 dicembre 2018, è stata bloccata dal Viminale . Il 2 febbraio infatti, due giorni prima della firma del contratto, Gisella ha saputo che non sarebbe potuta entrare in servizio, nonostante non c’entri niente con la storia del padre, in carcere da quando lei era bambina. La donna, assistita dal legale Girolamo Rubino, ha fatto ricorso al Tar del Lazio chiedendo di sospendere la sospensione e di consentirle di prendere servizio. Il Tar però potrebbe dichiararsi incompetente e decidere di mettere tutto nelle mani del giudice del Lavoro di Palermo o di Agrigento.

Casarini per sette ore davanti al pm: “Rifarei quello che ho fatto e non scappo”

Sette ore di interrogatorio. Per Luca Casarini, capo missione della nave Mare Jonio, quella di ieri è stata la giornata in cui, di fronte al procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, ha dovuto rispondere alle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di non aver rispettato l’ordine impartito dalla Guardia di finanza di arrestare la nave che il 19 marzo è approdata a Lampedusa dopo avere salvato 49 migranti in acque libiche. «Salvare vite umane è un dovere, non c’erano altre scelte», ha spiegato Casarini, in un’aula del quinto piano del tribunale di Agrigento , al pm confermando che , in situazioni analoghe, rifarebbe le stesse scelte. rima di entrare in procura, rispondendo ai cronisti, senza nominarlo ma in maniera esplicita, ha polemizzato col ministro dell’interno Matteo Salvini: «Io rispondo ai pm – ha detto l’ex leader dei no global – sono altri che si nascondono e scappano dai processi». Per quanto riguarda l’accusa di non aver rispettato l’ordine impartito dalla Guardia di finanza, Casarini ha spiegato che non sarebbe stato possibile «perché saremmo morti tutti per le condizioni del mare. Ci siamo diretti verso Lampedusa – ha proseguito – per una scelta precisa. In Libia i migranti rischiavano di morire e dovevamo portarli in un posto sicuro». A supporto delle sue tesi, Casarini ha poi consegnato dei documenti di cui i pm non erano ancora in possesso. Il procuratore aggiunto Vella, insieme al procuratore Luigi Patronaggio e al pm Cecilia Baravelli con cui coordina l’inchiesta, nei prossimi giorni deciderà i successivi passi dell’inchiesta.

Il consigliere comunale non può essere trasferito.Il TAR dà torto al Ministero della Giustizia

Il consigliere comunale non può essere trasferito.Il TAR dà torto al Ministero della Giustizia. La vicenda riguarda un 45enne , assistente capo di Polizia Penienziaria che ricopre la carica di consigliere comunale e  per effetto di provvedimenti di assegnazione temporanea presta servizio alla casa circondariale di Agrigento. Il Ministero della Giustizia, aveva disposto la revoca del provvedimento e il trasferimento nella casa circondariale di Palermo. Da qua la decisione del consigliere comunale di proporre un ricorso davanti al Tar Sicilia, con il patrocinio degli Avvocati Girolamo Rubino (nella foto) e Giuseppe Impiduglia. Condividendo la tesi difensiva sostenuta dagli avvocati Rubino e Impiduglia secondo cui gli amministratori lavoratori dipendenti, pubblici o privati, non possono essere soggetti a trasferimenti durante l’esercizio del mandato, il Tar ha accolto la richiesta di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato. Il consigliere comunale continuerà a prestare servizio ad Agrigento.

Mafia, la maxi inchiesta “Kerkent”: confermati otto arresti

Angelo Iacono Quarantino, 28 anni, di Porto Empedocle; Giuseppe Messina, 31 anni, di Agrigento; Francesco Vetrano, 34 anni, di Agrigento; Gabriele Miccichè, 29 anni, di Agrigento; Alessio Di Nolfo, 33 anni, di Agrigento; Salvatore Ganci, 45 anni, di Agrigento; James Burgio, 26 anni, di Porto Empedocle e Gerlando Massimino, 31 anni, figlio di Antonio Massimino, quest’ultimo considerato dagli investigatori il reggente della famiglia mafiosa di Agrigento. Per questi 8, dei 32 indagati nell’ambito dell’operazione Kerkent, il Tribunale della Libertà ha confermato il carcere. L’unico provvedimento che è stato annullato – nella giornata di ieri dal Tribunale del Riesame – è quello nei confronti di Attilio Sciabica, 30 anni di Agrigento, che è ritornato in libertà. Gli otto indagati si erano rivolti al Riesame per chiedere l’annullamento della misura cautelare nell’ambito dell’inchiesta della Dia che lo scorso 4 marzo ha permesso di disarticolare un’associazione per delinquere con base operativa ad Agrigento e ramificazioni nel Palermitano e in Calabria, capeggiata da Antonio Massimino. Tra gli arresti confermati, dunque, quello del figlio di Antonio Massimino, al quale si contesta di essere stato uno dei “promotori ed organizzatori” dell’organizzazione criminale dedita al traffico di droga, veicolando gli ordini di suo padre agli altri associati e contribuendo in prima persona all’acquisto dello stupefacente dai fornitori ed alla cessione agli intermediari ed in alcuni casi – scrive il gip – ai consumatori finali”.

“La carica delle 104”: stenta a partire il processo

Ancora un “fermo” al processo scaturito dai presunti falsi invalidi che ha portato alla maxi inchiesta denominata “La carica delle 104”. E’ stata, infatti, ancora rinviata la prima udienza del processo che vede 48 persone rinviate a giudizio dopo la decisione del gup del Tribunale di Agrigento del 23 marzo dello scorso anno. Nel corso dei mesi i problemi nella composizione del collegio dei giudici ha fatto slittare l’avvio del processo.

L’operazione, come si ricorderà, scattò nel settembre del 2014 rivelando un presunto giro di false certificazioni per concedere i benefici spettanti dalla legge 104.

Operazione “Lampedusa”: chiusa l’inchiesta

Fiumi di droga in tutto l’Agrigentino: lo scorso 30 novembre la Polizia di Stato ha smantellato un’articolazione criminale capace di veicolare un florido giro di stupefacenti in ambito interregionale che riforniva di droga anche l’isola di Lampedusa . Ed proprio “Lampedusa” il nome scelto dagli inquirenti per denominare l’operazione. Dalla Calabria, la droga smerciata raggiungeva anche l’isola più grande delle Pelagie. L’operazione della Polizia ha coinvolto molte province, sia in Calabria che in Sicilia. A distanza di quasi 4 mesi da quella operazione, la Direzione distrettuale antimafia di Palermo chiude l’inchiesta e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dei quindici indagati, gran parte dei quali furono destinatari di un provvedimento cautelare. Il publico ministero Francesco Gualtieri ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini. Tra i 15 indagati 5 sono agrigentini: Salvatore Capraro, 30 anni, di Agrigento; Angelo Cardella, 46 anni, di Porto Empedocle; Davide Licata, 32 anni, di Racalmuto; Imam Maazani, 21 anni, nata e residente ad Agrigento e Calogero Vignera, 36 anni, anche lui di Agrigento. I poliziotti hanno accertato che lo smercio dello stupefacente era garantito da una cerchia di corrieri: commercianti ambulanti, pusher di fatto che, per la loro professione ufficiale, raggiungevano i mercati rionali ed in tal modo spostavano la droga senza destare sospetto. Non solo hashish e marijuana ma anche cocaina.

Assolta l’ex assessore regionale Mariella Lo Bello dalla Corte dei Conti

La Procura Regionale della Corte dei Conti aveva citato in giudizio l’ex Presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta e gli ex assessori regionali Bonafede Esterina, Lo Bello Maria ed altri nonché l’ex dirigente generale dell’Assessorato Regionale del Lavoro Anna Rosa Corsello chiedendo una condanna al pagamento della complessiva somma di oltre trentacinquemilioni di euro in favore della Regione Siciliana per avere “frettolosamente e sostanzialmente al buio adottato con voto favorevole una deliberazione contrastante non solamente con il divieto di assunzioni ribadito con legge regionale n. 25 del 2008 ma anche sprovvista di adeguata istruttoria idonea a giustificare l’ingente allocazione di risorse, l’economicità e la congruità dell’affidamento nonché l’inerenza del progetto con il titolo del finanziamento,,”, Il procedimento aveva origine da esposti presentati da dipendenti di enti di formazione professionale impiegati nelle attività dei cd. “Sportelli Multifunzionali”; con detti esposti i denuncianti lamentavano l’orientamento dell’Amministrazione Regionale che non intendeva più avvalersi dell’attività degli enti di formazione che gestivano gli sportelli a supporto dell’attività dei centri per l’impiego, ritenendo che il mancato utilizzo di personale qualificato e formato negli anni per volere dell’Amministrazione Regionale avrebbe costituito un danno all’erario. La Procura Regionale della Corte dei Conti aveva ravvisato nella progettazione e gestione del progetto denominato “Spartacus” un’ipotesi di danno erariale sotto molteplici profili, in primo luogo tra l’altro per essere stato lo stesso affidato al C.I.A.P.I di Priolo, organo in house ritenuto inadeguato dal momento che lo stesso, al momento dell’affidamento, aveva un organico di n. 27 unità ed aveva, pertanto, dovuto procedere al reclutamento di ulteriori 1753 lavoratori per l’erogazione dei servizi previsti nel progetto, con ciò violando le prescrizioni regionali in tema di divieti di assunzione. Si è costituita in giudizio, tra gli altri, l’ex assessore regionale Mariella Lo Bello, rappresentata e difesa dagli Avvocati Girolamo Rubino e Rosario Capizzi, i quali hanno sostenuto l’insussistenza di un nesso di causalità tra l’asserito danno contestato e la condotta della convenuta Lo Bello che, al pari degli altri membri della giunta, si è limitata a valutare l’astratta ammissibilità del progetto, rimettendo poi ai competenti organi del settore la concreta fattibilità dello stesso. La Corte dei Conti Sezione Giurisdizionale per la Regione Siciliana, ritenendo che in effetti la Giunta si era limitata a “prendere atto” della proposta avanzata dall’Assessore Regionale del Lavoro, e che tale presa d’atto non può avere rilevanza causale, ha assolto Mariella Lo Bello e gli altri ex assessori regionali non proponenti , a fronte di una richiesta di condanna in misura pari ad euro 885.250 ciascuno, , liquidando a favore di ciascuno dei convenuti assolti la somma di euro tremila a titolo di spese legali oltre accessori, e viceversa condannando l’ex presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta, l’ex assessore regionale del lavoro Esterina Bonafede e l’ex dirigente generale dell’Assessorato Regionale del Lavoro Anna Rosa Corsello al pagamento della somma complessiva di euro 2.216.340, da suddividere in parti uguali tra gli stessi, e cioè nella misura di 738.780 ciascuno a favore della Regione Siciliana.

Operazione antimafia “Kerkent”: quattro arresti confermati

Continuano al Tribunale del Riesame le udienze dopo i ricorsi presentati dai legali difensori di alcuni dei soggetti coinvolti nell’operazione antimafia denominata “Kerkent” condotta dalla Dda di Palermo e dalla Dia di Agrigento.

Nelle ultime ore sono stati confermati quattro provvedimenti restrittivi. Si tratta di Vincenzo Sanzo, 37 anni, di Agrigento e di Antonio Messina, 61 anni, di Agrigento che restano in carcere; mentre Francesco Luparello, 44 anni, di Realmonte e Valentino Messina, 45 anni, di Porto Empedocle sono finiti ai domiciliari.

Altre posizioni sono al vaglio dei giudici del Riesame che decideranno nelle prossime ore.

Inchiesta Kerkent, Massimino resta in carcere: cade accusa principale per Puntorno

Antonio Massimino, 51 anni, personaggio chiave della maxi inchiesta “Kerkent” che ipotizza una riorganizzazione della famiglia di Cosa Nostra di Agrigento da parte dell’esperto capomafia, tornato libero nel 2015 dopo due condanne, resta in carcere. I giudici del tribunale del riesame, che nelle scorse ore hanno depositato i primi provvedimenti in seguito ai ricorsi della difesa, hanno confermato l’ordinanza cautelare nei suoi confronti. Le principali accuse sono di associazione mafiosa, col ruolo di capo, e associazione finalizzata allo spaccio sempre con un ruolo verticistico L’agrigentino Andrea Puntorno, 42 anni, ritenuto il “canale” calabrese di Massimino, l’uomo che – secondo gli inquirenti – avrebbe messo in contatto il capomafia con la ‘Ndrangheta, è stato invece scagionato dall’accusa principale. I giudici del riesame, accogliendo gran parte dei motivi del ricorso dell’avvocato Salvatore Pennica, difensore anche di Massimino, hanno ritenuto che il quadro indiziario in relazione all’accusa di concorso esterno nel traffico di droga, con l’aggravante mafiosa, fosse insussistente. Concessi gli arresti domiciliari, per ragioni di salute, nei confronti dell’agrigentino Sergio Cusumano, 56 anni.

Pilota di ultraleggero morto dopo schianto, i familiari: “No all’archiviazione”

Secondo il procuratore aggiunto Salvatore Vella la morte di Salvatore Scannella, 55 anni, il pilota di un areo ultraleggero deceduto dopo lo schianto sulla statale 640, nei pressi dello svincolo per Favara, non è da addebitare al dirigente dell’ufficio Anas di Agrigento, Valerio Mele, né a Marco Mancioli, responsabile dell’elettrodotto della società Terna. Vella ha chiesto l’archiviazione del caso e i familiari di Scannella, assistiti dagli avvocati Francesco Turoni e Maria Elisa Butera, si sono opposti. A decidere, con due provvedimenti separati, sarà il giudice delle indagini preliminari Alessandra Vella che ha voluto dividere le posizioni. Tre le ipotesi: archiviazione dei due fascicoli, supplemento istruttorio oppure imputazione coatta per l’ipotesi di omicidio colposo.

L’incidente avvenne esattamente 2 anni fa.

L’omicidio di Alessandria, il 19enne resta in carcere: il giudice ha convalidato

Il giudice Rosario Di Gioia ha convalidato il fermo di indiziato di delitto a carico del diciannovenne di Alessandria della Rocca, Pietro Leto, accusato – da carabinieri e Procura della Repubblica di Sciacca – d’aver accoltellato il compaesano ventitreenne Vincenzo Giovanni Busciglio (nella foto) che è deceduto, martedì sera, prima di arrivare al pronto soccorso dell’ospedale Fratelli Parlapiano di Ribera. Il diciannovenne, su disposizione del giudice, resterà in carcere. Il giovane, difeso dall’avvocato Antonino Gaziano, ha risposto – nel tardo pomeriggio di giovedì – a tutte le domande del giudice, esattamente come aveva fatto con gli interrogativi del Pm, titolare del fascicolo d’inchiesta, Roberta Griffo.

L’informativa antimafia blocca un finanziamento, ministero deve risarcire i danni.

Chiede un finanziamento, attraverso il “pacchetto giovani”, per un primo insediamento di una impresa agricola. L’assessorato regionale delle Risorse agricole, approvando la graduatoria, ha dichiarato ammissibile l’istanza presentata dall’imprenditore ventinovenne di Favara. Con successivo decreto l’amministrazione regionale disponeva la concessione del contributo. Ad un certo punto però l’ispettorato provinciale dell’Agricoltura di Agrigento ha comunicato l’avvio del procedimento di revoca sulla base delle informazioni antimafia fornite dalla Prefettura di Agrigento. ” Informativa fondata esclusivamente – ricostruisce l’avvocato Girolamo Rubino – su presunti lontani legami parentali tra l’imprenditore e alcuni soggetti controindicati”. Il giovane ha presentato un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, con il patrocinio dell’avvocato Girolamo Rubino, per l’annullamento dell’informativa prefettizia e della revoca del finanziamento. L’ imprenditore ventinovenne , per tutto ciò , è stato costretto ad un periodo di inattività di oltre un anno. Il Tar ha accolto il ricorso e ordinato alle amministrazioni di pagare entro 60 giorni  il risarcimento del danno.