“Ha stuprato l’ex compagna”, 34enne condannato a 7 anni di reclusione

Il collegio di giudici della seconda sezione penale – presieduto da Luisa Turco – del tribunale di Agrigento ha condannato a 7 anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale di 5 mila euro, oltre alle spese processuali, l’empedoclino di 34 anni, arrestato dai carabinieri il 2 giugno dell’anno scorso, poco dopo la presunta aggressione, con l’accusa di avere violentato e picchiato l’ex compagna in presenza della loro figlia. Il pubblico ministero Chiara Bisso, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna a 11 anni e 4 mesi di reclusione. La vittima, costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Daniela Posante, sarà risarcita e ha ottenuto anche una provvisionale, vale a dire un anticipo, di 5000 euro. 

Morte di Chiara La Mendola. Condanna di primo grado per due funzionari del Comune di Agrigento

Lincidente stradale costato la vita all’agrigentina Chiara La Medola in via Cavaleri Magazzeni a Cannatello, è stato causato da una buca sull’asfalto, per questo motivo il giudice monocratico presso il Tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli, ha condannato per omicidio colposo, il dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale Giuseppe Principato e il responsabile dell’ufficio manutenzione Gaspare Triassi. Per entrambi, la condanna di primo grado è stata di un anno di reclusione ciascuno, l’accusa aveva chesto un anno e mezzo di carcere per i due dipendenti comunali.

Come ricorderete, il tragico incidente, si verificò la sera del 30 dicemnre dle 2013, la ventiquatrenne viaggiava a bordo del suo scooter, a causa di una buca, perse il controllo del mezzo e andò a schiantarsi contro un’utilitaria in transito.

Nella sentenza emessa c’è anche la condanna definitiva al pagamento di una provvisonale complessiva di 35 mila euro in favore dei familiari che nel processo si sono costituiti parte civile, nello specifico, il giudice ha deciso che 25 mila euro dovranno essere corrisposti ai genitori e 10 mila euro a due fratelli di Chiara.

“Tratta di migranti dall’Africa verso Lampedusa”, condanne per oltre 120 anni

(ARCHIVIO)
La deposizione di una corona di fiori nel luogo del naufragio a Lampedusa il 03 ottobre 2014.
ANSA/CORRADO LANNINO

Il 3 ottobre 2013, al largo dell’Isola dei Conigli, un barcone con 500 persone a bordo si ribalta e 368 migranti muoiono vicino alle coste italiane. Dopo quella tragedia, ricordata come una delle peggiori stragi nel Mediterraneo, partì l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero della Dda Gery Ferrara. Dopo quasi 5 anni arrivano le condanne per per oltre centoventi anni di carcere per i presunti componenti della rete criminale che avrebbe gestito la tratta di esseri umani dall’Africa con destinazione Lampedusa, dopo aver fatto un lungo giro. Il gup di Palermo Annalisa Tesoriere, al termine del processo con rito abbreviato, ha riconosciuto colpevoli sedici imputati. Il processo è quello scaturito dall’operazione Glauco 2. Le imputazioni erano di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Si contestava, in particolare, di avere fatto entrare illegalmente in Italia centinaia di extracomunitari in cambio di somme che andavano dai 1500 ai 2000 dollari ciascuno e di avere consentito ai migranti giunti nel Paese di spostarsi e trasferirsi nel nord Europa. Il primo stralcio processuale aveva portato ad una serie di condanne. Ieri è stato emesso il secondo verdetto. Le pene più elevate, 10 anni e 33mila euro di multa, sono state inflitte ai capi della banda.

Costrinse la cognata a fare sesso: il processo il 2 ottobre

Bisognerà attendere il prossimo 2 ottobre, data in cui verrà avviato il processo che vede imputati una donna, suo cognato, suo marito ed il suocero.

Una torbida storia che arriva da Favara. La donna sarebbe stata costretta dal cognato ad avere un rapporto sessuale. Denunciata la violenza per la favarese ne arriva un’altra di violenza, quella psicologica esercitata dal suocero e dal marito di lei, nonché fratello del presunto violentatore.

I “protagonisti” di questa vicenda saranno imputati nel processo che si aprirà il prossimo autunno. La donna si costituirà parte civile

Resta in carcere il 53enne Giuseppe Nugara

Resta in carcere il 53enne Giuseppe Nugara, ritenuto presunto appartenente alla famiglia mafiosa di San Biagio Platani e arrestato dai militari dell’Arma dei Carabinieri lo scorso 22 gennaio nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Montagna” che ha sgominato i presunti vertici e affiliati di “Cosa Nostra” agrigentina.I giudici della Cassazione hanno infatti ritenuto inammissibile il ricorso presentato dai legali difensori dell’uomo, facendo così diventare definitiva l’ordinanza cautelare di custodia in carcere emesso dal gip del Tribunale di Palermo e successivamente confermato dal Riesame.

Secondo l’accusa, Nugara avrebbe stretto legami con l’ex Sindaco del paese che avrebbero previsto una serie di favori in cambio di un sostegno elettorale

Tragedia delle Maccalube, il giudice: “Non ci fu vigilanza e quella riserva andava chiusa”

“Non ci fu vigilanza, quella riserva andava chiusa”. E’ questa una delle motivazioni della sentenza per la morte dei fratelli Mulone ad Aragona. Sotto accusa la mancanza di una recinzione idonea. Le motivazioni del giudice Giancarlo Caruso del tribunale di Agrigento sono scritte dentro ad una sentenza a chiare lettere. Il fatto risale al settembre del 2014, quando i due fratellini Carmelo e Laura Mulone furono inghiottiti dal fango della riserva delle Maccalube. I piccoli furono travolti dall’esplosione di un vulcanello della riserva aragonese. Nel gennaio scorso il giudice condanno in primo grado Domenico Fontana e Daniele Gucciardo, rispettivamente presidente di Legambiente Sicilia e operatore della Riserva. Fu assolto invece Francesco Gendusa, funzionario della Regione. “L’esistenza di una barriera, ancorché precaria – sottolinea il giudice Caruso –  in grado di frapporre una distanza minima dalla sede dell’esplosione, avrebbe potuto esercitare un’incidenza rilevante, quantomeno in termini di mitigazione del rischio, sugli eventi verificatisi il 27 settembre 2014. “

“Provocò la morte dell’amico ma non guidava drogato”, chiesta condanna a 2 anni

Due anni di reclusione per omicidio stradale e lesioni personali colpose ma non c’è la prova che l’automobilista guidasse drogato, “perché andavano fatti ulteriori accertamenti”. Il pubblico ministero Antonella Pandolfi esclude un’aggravante che, nel caso in cui, invece, dovesse essere riconosciuta, potrebbe portare a una condanna fino a dieci anni di carcere. Il processo, in corso con rito abbreviato davanti al gup Alessandra Vella, è quello per la morte del ventitreenne di Raffadali Salvatore Lombardo.

Secondo la Procura, il ragazzino morì per colpa dell’amico, Alfonso Amodeo, 25 anni, di Raffadali. Il pm Silvia Baldi, trasferita nei mesi scorsi, aveva chiesto il rinvio a giudizio contestandogli l’aggravante di avere guidato la Fiat Punto, a bordo della quale si trovavano insieme a un terzo ragazzo, in stato di alterazione dovuto all’assunzione di droghe leggere.

“Minaccia giudice per sentenza sfavorevole”, sessantacinquenne a giudizio

Sarebbe entrato nell’aula del Tribunale di Agrigento minacciando un giudice in servizio alla sezione civile poiché riteneva che quest’ultimo avrebbe negato un risarcimento al figlio.

Una vicenda che risale al luglio del 2016 ma ora finisce con la citazione diretta a giudizio del protagonista, un uomo di Palma di Montechiaro, accusato di minacce gravi. Il 65enne finirà così a processo e la prima udienza si terrà il prossimo 20 giugno davanti al giudice monocratico del tribunale di Caltanissetta.

La presunta minaccia sarebbe stata effettuata poichè l’uomo riteneva di essere stato vittima di una ingiustizia per una causa intentata ad alcuni medici dell’Ospedale che avrebbero, secondo la sua versione, causato la perdita di vista da un’occhio per il figlio. Il giudice non ritenne vi fosse alcun nesso fra la condotta dei medici ospedalieri e per la perdita di vista. Una sentenza che, data la reazione, non fu accettata dal 65enne che si recò così dal giudice, non trovandolo in aula, e iniziò ad inveire contro i presenti dicendo che sarebbe andato a trovare a casa il giudice

Interrogatori inchiesta double face. Schifani fa’ scena muta

Proseguono gli interrogatori dei pm di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta “Double Face”. Dinanzi ai magistrati nisseni si sono presentati Angelo Cuva, professore di diritto Finanziario nella facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo, Arturo Esposito ex capo dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna e l’ex presidente del Senato Renato Schifani. Tutti e tre gli indagati, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, sono accusati di rivelazione di segreto istruttorio.

Oltre a non rispondere alle domande dell’accusa il senatore palermitano, tramite i suoi legali, ha presentato istanza di trasferimento degli atti alla Procura di Palermo perché secondo Schifani è competente a indagare, essendo, i presunti reati di rivelazione del segreto investigativo e favoreggiamento a lui contestati, stati commessi nella città capoluogo di Regione.

Secondo l’accusa, il senatore Schifani avrebbe rivelato notizie coperte da segreto sulle indagini a carico di Montante che lo stesso esponente di Forza Italia avrebbe appreso dall’ex direttore dell’Aisi Esposito che a sua volta le aveva avute da altri uomini delle forze dell’ordine.

Sempre secondo i pm, Schifani avrebbe riferito al docente universitario Angelo Cuva e al colonnello Giuseppe D’Agata.

Alle domande dei pm nisseni invece, hanno risposto gli altri indagati interrogati: Andrea Cavacece, capo reparto dell’Aisi el’ex direttore dello Sco della polizia Andrea Grassi, entrambi si sono difesi respingendo ogni accusa.

A Grassi, viene contestato di aver rivelato a Cavacece l’avvio delle intercettazioni sull’ex numero uno degli industriali siciliani e di aver avvisato il colonnello D’Agata che lo stesso era coinvolto nelle indagini.

Omicidio Vinci, la parte civile chiede condanna per Lodato senza alcuna attenuante

Continua il processo a carico Daniele Lodato, il 34enne che, lo scorso giugno, uccise a coltellate Marco Vinci di fronte un pub a Canicattì.
Dopo la requisitoria del pubblico Ministero e la richiesta di condanna a 30 anni, è stata la volta della parte civile. Gli avvocati della famiglia della vittima, hanno chiesto la condanna del 34enne senza alcuna attenuante possibile.
Lodato, infatti, sembrerebbe avere avuto il tempo di far sbollire la rabbia montata in seguito alla discussione con Marco Vinci, visto che sarebbe salito in macchina per tornare a casa e prendere il coltello con cui uccise il giovane canicattinese.

Caltanissetta. “Inquinamento delle prove” Antonello Montante trasferito in galera

Antonello Montante, ex presidenti degli industriali siciliani dai domiciliari nell’abitazione di Serradifalco è passato in una cella del carcere Malaspinadi Caltanissetta.

L’inasprimento della misura cautelare è stato richiesto dal procuratore capo Amedeo Bertone e disposto dal Gip del Tribunale nisseno.

A prelevare Montante sono stati gli agenti della squadra mobile.

L’ordinanza di carcerazione è “riconducibile – motivano gli inquirenti – alla grave condotta d’inquinamento di prove messa in atto dal Montante in occasione del suo arresto, avvenuto a Milano lo scorso 14 maggio. L’arrestato, infatti, – si legge tra le righe dell’ordinanza – nell’occasione, si barricava in casa per quasi due ore, non aprendo ai poliziotti e distruggendo documenti e circa ventiquattro pen drive. Lo stesso – aggiungono gli inquirenti – tentava anche di disfarsi di altra documentazione che veniva però rinvenuta e sequestrata dagli agenti della Squadra Mobile di Caltanissetta”.

Dieci giorni dopo il blitz “double face” che ne aveva cagionato il suo arresto per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, l’ex responsabile “legalità” di Confindistria ha trascorso la sua prima notte in galera. Ci ha provato Montante a distruggere delle potenziali prove che attualmente sono al vaglio dei tecnici della Polizia di Stato che avranno il compito di estrapolare dai dispositivi danneggiati, elementi utili alle indagini.

Alcune pen drive e degli hard disk sono stati recuperati in un pozzo luce di casa Montante, mente altro materiale è stato raccolto nel cortile adiacente alla sua abitazione, mentre uno zainetto contente altri documenti era stato lanciato nel balcone di uno stabile vicino.

Ma Montante, avrebbe cercato di inquinare le prove non solo il giorno dell’arresto ma anche l’indodmani, il 15 maggio.

“Le gravi condotte – scrivono gli investigatori – che hanno indotto il giudice a inasprire la misura cautelare sono proseguite anche dopo l’arresto dell’indagato. Infatti, una volta condotto agli arresti domiciliari presso la sua abitazione di Serradifalco, dopo l’interrogatorio di garanzia avvenuto lo scorso 15 maggio, il Montante Antonio Calogero – aggiungono – ha violato le prescrizioni impostegli dal Giudice con il provvedimento che ha disposto gli arresti domiciliari.”

Nello specifico, Montante non avrebbe rispettato l’obbligo di non avere contatti con altre persone non autorizzate, gli agenti della squadra mobile di Caltanissetta infatti, nella casa di Serradifalco, avrebbero documentato alcuni incontri tra Montante e altre persone.

Intanto dei dubbi sono sorti sulla storia dell’azienda della famiglia Montante. Secondo l’ANSA infatti alcuni degli anziani di Serradifalco incalzati dai giornalisti che chiedevano informazioni sulla fabbrica di bicilette, avrebbero fornito notizie discordanti. “C’è chi dice che la fabbrica di biciclette non è mai esistita – scrive l’agenzia di stampa – chi parla di una officina che rigenerava ammortizzatori e chi ricorda “un negozio che vendeva biciclette di vari marchi e le affittava chiedendo in pegno giubbotti e maglioni”.

La Cicli Montante, secondo Antonello Montante e per come si legge anche sul sito aziendale, fu creata dal nonno Calogero a cavallo tra le due guerre.

Corruzione. La procura di Caltanissetta indaga altre illustri personalità coinvolte nel “sistema Montante”

L’inchiesta “double face” della Procura nissena che ha portato all’arresto dell’ex numero uno degli industriali siciliani Antonello Montante sta provocando effetti simili a quelli di un devastante sisma che fa tremare i palazzi del potere e i consigli di amministrazione di diverse aziende.

Da ieri, nuovi illustri nominativi si sono aggiunti nel registro degli indagati, tra loro l’ex presidente della Regione, Rosario Crocetta accusato di finanziamento illecito ai partiti e concorso in associazione a delinquere finalizzato alla corruzione. Indagate anche due membri della giunta Crocetta, Linda Vancheri e Mariella Lo Bello, nell’indagine finiscono anche l’attuale commissario straordinario al Comune di Licata, Mariagarzia Brandara e il successore di Antonello Montante a sicindustria Giuseppe Catanzaro. Tra gli indagati anche il vice questore aggiunto Vincenzo Savastano, in servizio all’ufficio della polizia di frontiera dell’aeroporto di Fiumicino e le due strette collaboratrici di Montante, Carmela Giardina e Rosetta Cangelosi che sono accusate di favoreggiamento.

Secondo i pm nisseni, un contributo di circa un milione di euro, in nero, sarebbe stato messo a disposizione dagli industriali per la corsa di Rosario Crocetta verso Palazzo d’Orleans. La controparte per il presidente eletto, sarebbe stata la nomina all’assessorato alle Attività Produttive di Linda Vancheri e Mariella Lo Bello mentre per Mariagrazia Brandara si sarebbero aperte le porte dell’Irsap al posto di Alfonso Cicero che attualemnte è tra gli accusatori di Montante.

Sempre secondola Procura nissena, i due assessori in quota Montante, avrebbero portato benefici negli interessi dell’imprenditore che avrebbe avuto dei contributi elargiti in favore di aziende a lui vicine o riconducibili.

Quello che emerge è il sistema di potere fatto di ragalie di varia natura e di ricatti a cui si associa anche l’impressionante attività di dossieraggio. Non mancherebbero neanche video compromettenti che il Montante avrebbe poi fatto uscire al bisogno. Tra i peronaggi immortalati in vicende più o meno scabrose risulterebbero l’ex assessore Nicolò Marino e Giulio Cusumano, ex presidnete dell’azienda siciliana trasporti (AST).

Documenti contenuti in hard disk e pen drive che Montante almometo del suo arresto,avrebbe cercato di danneggiare, circonstanza quest’ultima negata dal legale difensore dell’imprenditore di Serradifalco.

“Il mio assistito, all’arrivo della polizia nella sua abitazione, non si è disfatto di alcuna prova di reato – spiega l’avvocato Giuseppe Panepinto – temendo che non si trattasse di agenti, ma di malviventi, ha tardato ad aprire e ha cercato di mettersi al sicuro. Il contenuto delle pen drive danneggiate, ritrovate dai poliziotti nello zaino dell’indagato – ha aggiunto l’avvocato – era stato trasferito in altre chiavette perfettamente funzionanti, già in possesso degli inquirenti”.

C’è il binario della legalità, che lega gli itnerari professionai di molti degli indagati, da Montante che è stato il responsabile legalità di Confindustria alla Brandara, che è stata la presidente del consorzio agrigentino della legalità e lo sviluppo. Di legalità ha parlato spesso anche l’ex vice presidente della Regione Mariella Lo Bello paladina da assessore delle zone franche della Legalità.

Una nota di colore, nel torbido sistema che la Procura nissena sta facendo emergere, riguarda la titolarità della scorta assegnata a molti degli indagati. Paradossi italiani, se si pensa alle misure di prevenzione revocate ai familiari del testimone di giustizia Ignazio Cutrò che l’antimafia l’ha fatta non a parole denunciando e facendo arrestare i suoi estorsori.

“Crack da 50 milioni di euro dei supermercati”, Burgio condannato a 8 anni

Otto anni di reclusione per l’accusa di bancarotta fraudolenta: i giudici della seconda sezione penale del tribunale di Agrigento hanno condannato l’imprenditore Giuseppe Burgio, 54 anni, originario di Porto Empedocle, accusato di avere fatto sparire somme per circa 50 milioni di euro dalle imprese del suo gruppo che operava nel settore della distribuzione alimentare.

Una settantina di dipendenti e soci si erano costituiti parte civile e hanno ottenuto anche il risarcimento che dovrà essere quantificato in sede civile. Il collegio di giudici presieduto da Luisa Turco ha emesso il verdetto poco dopo le 16,30 di ieri. La linea dei pubblici ministeri Simona Faga e Alessandra Russo è stata accolta quasi interamente: Burgio è stato assolto solo per una contestazione di distrazione di circa un milione di euro. 

“Il fatto non sussiste”, morte Enzo Rigoli: assolti i due medici imputati

Assoluzione perché il fatto non sussiste: il diciannovenne Enzo Rigoli non morì per la negligenza dei medici ma per i gravi traumi subiti nell’incidente che non gli avrebbero lasciato scampo qualunque sarebbe stato l’operato dei sanitari. È la conclusione a cui è giunta il giudice monocratico Maria Alessandra Tedde che ha emesso la sentenza del processo a carico dell’ex primario del reparto di Chirurgia dell’ospedale San Giovanni di Dio, Salvatore Napolitano, e del medico dello stesso reparto Sergio Sutera Sardo.Al primo veniva contestato di essere arrivato in sala operatoria due ore dopo essere stato chiamato (l’imputato, residente a Gela, ascoltato in aula, ha dato la colpa del ritardo al maltempo) mentre Sutera Sardo, secondo l’accusa, avrebbe dovuto intervenire chirurgicamente per tamponare l’emorragia nell’attesa che venisse il primario. Il pubblico ministero Manuela Sajeva aveva concluso la requisitoria chiedendo la condanna di entrambi gli imputati. Anche la pena proposta era piuttosto elevata. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti per Sutera Sardo e due anni e sei mesi per Napolitano. Nessuno dei due, secondo il magistrato onorario che ha rappresentato l’accusa, era meritevole della concessione delle attenuanti generiche. Per Sutera Sardo era stata proposta anche la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione. Enzo Rigoli è morto il 16 dicembre del 2012 per uno choc emorragico in seguito a un incidente stradale autonomo con la sua Citroen C3 in contrada Gasena. L’incidente, negli istanti immediatamente successivi, non sembrava neppure così grave tanto che il ragazzo era lucido. Il verdetto del processo è stato emesso di sabato perché il giudice Tedde è stata trasferita e nei prossimi giorni lascerà il tribunale di Agrigento. Nelle scorse settimane Michela Frasca, madre dello sfortunato ragazzo, aveva lanciato un appello al giudice chiedendo che non si azzerasse il dibattimento e si facesse presto visto che la prescrizione non era lontana. A tenere i riflettori accesi sulla vicenda sono stati proprio i genitori del ragazzo che hanno lanciato diversi appelli chiedendo che venisse fatta giustizia e opponendosi all’archiviazione del caso. A lungo hanno sostenuto le loro ragioni, invocando la condanna degli imputati a loro dire responsabili di gravi omissioni. La sentenza è arrivata al termine di un dibattimento molto complicato in cui i consulenti di parte erano giunti a conclusioni opposte. “La condotta professionale dei medici non è certamente condivisibile e un trattamento ottimale avrebbe aumentato le possibilità di sopravvivenza ma forse in maniera non decisiva”. Così i periti, nominati dal giudice Maria Alessandra Tedde per tentare di fare luce sulle cause della morte, all’udienza precedente avevano tentato di chiarire i dubbi. Il medico legale Dino Maria Tancredi e il chirurgo Innocenzo Bertoldi, lunedì mattina, hanno illustrato in aula le loro conclusioni e, nella sostanza, avevano lasciato qualche margine di dubbio.Le posizioni di altri quattro medici, inizialmente indagati per omicidio colposo, sono state archiviate.

Assolto direttore di banca accusato di truffa

Salvatore Lombardo, ex direttore della Banca Antonveneta di Ravanusa, è stato assolto, in appello, dall’accusa di truffa aggravata ai danni di un avvocato. La vicenda ruotava intorno ad una somma di 40mila euro depositata in banca da un avvocato che a seguito di alcune irregolarità sporse denuncia. A Lombardo, assistito dall’Avv. Ignazio Valenza, veniva contestata l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso di relazioni di prestazioni d’opera. In primo grado l’ex direttore di banca era stato condannato, dal tribunale di Agrigento, ad un anno di reclusione e al risarcimenti di 5mila euro per danni morali e altri 51mila eurom per danni patrimoniali.

Netturbino accusato di abusi sulla figlia: la vittima conferma in aula

Conferma le accuse nei confronti del padre, pur mostrando un profondo travaglio. In molti casi le vengono evidenziate le divergenze rispetto a quanto aveva detto in precedenza ai carabinieri. Alla fine, comunque, la sua testimonianza è stata acquisita e sarà pienamente utilizzabile in un eventuale processo. Il procedimento è quello a carico del netturbino cinquantenne finito in carcere il 10 gennaio con l’accusa di avere ripetutamente violentato e picchiato la figlia. Ieri, fra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, si è celebrato l’incidente probatorio.
A chiedere l’interrogatorio della donna, in modo da acquisire la prova e renderla pienamente utilizzabile al processo, era stata il pm Russo sottolineando l’urgenza di acquisire subito la testimonianza in quanto “la vittima versa in una condizione di particolare vulnerabilità”. Nell’ambito dell’inchiesta sono stati iscritti sul registro degli indagati, con le accuse di false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento, altri due figli, la moglie e i cognati del principale indagato che avrebbero mentito, lo scorso 16 settembre quando furono chiamati a testimoniare, per sviare l’inchiesta.

Frattura al femore e “cure sbagliate”, chiesti 500 mila euro all’Asp

Chiesto una maxi risarcimento da oltre 500 mila euro all’Asp di Agrigento per presunte cure mediche errate a seguito di una frattura al femore destro provocata da un incidente stradale nel 2009.

E’ stata infatti presentata una istanza di risarcimento per “responsabilità da colpa medica consequenziale alle ritenute errate cure ricevute”. L’Ente si è costituita in giudizio.

Neonato morto per un guasto della culletta termica, due condanne

Un anno e otto mesi di reclusione per un pediatra e otto mesi per una ginecologa. Sono le pene inflitte dalla giudice del Tribunale di Agrigento nei confronti dei presunti responsabili della morte di un neonato, che secondo l’accusa sarebbe avvenuta per una disattenzione e una mancata diagnosi precoce.

Assoluzione invece per un infermiere. Per i tre l’accusa era di omicidio colposo. Il tragico evento avvenne nel giugno del 2011 a causa, sempre secondo la tesi accusatoria, di una mancata diagnosi durante la gestazione e dal malfunzionamento di una culletta termica che sarebbe servita a trasportare il neonato in una struttura ospedaliera meglio attrezzata.

Secondo il pm la diagnosi della patologia sofferta dal neonato avrebbe potuto consentire un intervento programmato ed evitare così il decesso. La nascita e la necessità di trasportare il piccolo in altra struttura sanitaria avrebbe invece provocato la morte dovuta anche dal malfunzionamento della culla termica che non sarebbe stata controllata prima della partenza. Un viaggio lungo sette ore che ha così portato dapprima ad una sosta tecnica al “Sant’Elia” di Caltanissetta e il successivo trasporto in elisoccorso per Catania per Taormina.

Potrà insegnare vicino casa per assistere il figlio disabile, condannato l’Ufficio scolastico regionale

Battaglia vinta per una docente licatese alla quale è stata assegnata una sede di servizio vicino casa o, in subordine, in una struttura limitrofa, secondo l’ordine di preferenza espresso nella richiesta.Lo ha stabilito un’ordinanza del Giudice del Lavoro del Tribunale di Caltagirone che ha dato ragione alla donna, mamma di tre bambini, di cui uno portatore di handicap grave, che, per l’anno scolastico 2017-2018, aveva legittimamente chiesto, facendo leva su una apposita legge in materia, il temporaneo trasferimento da un Istituto Comprensivo in Provincia di Catania, dove ha una cattedra di ruolo, alla sede di Licata e in alternativa a quella di Palma o di Agrigento, in modo da potere accudire, curare e assistere il figlio disabile. A seguirla e ad accompagnarla in questo procedimento sono stati i legali agrigentini, Domenico Scarnà e Gianmarco Carnabuci.

Mafia, la maxi inchiesta “Montagna” approda in Cassazione

L’inchiesta antimafia “Montagna”, che il 22 gennaio ha disarticolato le nuove famiglie mafiose della provincia di Agrigento, approda in Cassazione. Davanti alla Suprema Corte saranno discusse quasi tutte le cinquantacinque posizioni degli indagati. Da una parte i ricorsi della difesa contro le decisioni del tribunale del riesame di confermare gli arresti e dall’altra quelli della Dda che chiedono di ripristinare le misure cautelari annullate.

Il 24 maggio toccherà a Raffaele La Rosa, 59 anni, ritenuto un componente della famiglia mafiosa di San Biagio Platani. Devono essere ancora fissate le date ma con ogni probabilità saranno lo stesso giorno, oppure a ridosso, le udienze per l’ormai ex sindaco di San Biagio Platani, Santo Sabella, dimessosi dopo l’arresto, e per il presunto boss del paese Giuseppe Nugara, con cui avrebbe stretto un patto elettorale in occasione delle elezioni amministrative del 2014.

“Non si appropriò di soldi di una finanziaria”, assolto l’imprenditore Burgio

Assoluzione perché il fatto non sussiste”. Secondo il giudice monocratico del tribunale di Agrigento, Sabrina Bazzano, l’imprenditore Giuseppe Burgio, 54 anni, coinvolto anche in una maxi inchiesta per il crack delle sue imprese, non si appropriò dei soldi destinati a una finanziaria ma semplicemente, come sostenuto dallo stesso imputato, non pagò perché la società stava per fallire e non era nelle condizioni di farlo. La vicenda risale a otto anni fa. Burgio, definito un tempo il “re dei supermercati” e adesso detenuto, prima in carcere e adesso ai domiciliari da un anno e mezzo, con l’accusa di avere provocato una bancarotta da 50 milioni di euro, era stato denunciato da una dipendente della Ingross. L’impiegata di uno dei supermercati del suo gruppo, che prima di fallire operava con decine di punti vendita sparsi per la Sicilia, denunciò una presunta sottrazione di fondi – circa 2.500 euro – da parte del titolare della società. La donna, in particolare, aveva subito la cessione del quinto dello stipendio da una società finanziaria.

Legge 104, ad Agrigento le prime nove sentenze di condanna

Prime sentenze di condanna a seguito del processo avviato ad Agrigento per far luce su un vasto giro di false certificazioni di invalidità (legge 104) ottenute, secondo l’accusa, da numerosi docenti e lavoratori ATA con la complicità di medici e funzionari, al fine di essere trasferiti nella propria provincia di residenza abusando dei benefici prevista dalla legge. Il Tribunale della città dei templi ha condannato le prime 9 persone coinvolte nelle indagini che hanno scelto il giudizio abbreviato o il patteggiamento mentre altre 48 sono state rinviate a giudizio.

Gli imputati, oltre alle pene di legge, sono stati condannati anche al risarcimento del danno in favore della FLC CGIL di Agrigento, da liquidare in sede civile, e al rimborso delle spese legali.

“La prima sentenza del tribunale di Agrigento, contro i cosiddetti furbetti della legge 104, ci soddisfa non tanto per le condanne ma per aver stabilito una volta per tutte la certezza che nessuno può abusare di una legge di civiltà riconosciuta a chi ha veramente bisogno di assistenza perché in grave stato di salute.” Interviene così il segretario provinciale della Flc Cgil, Gaetano Bonvissuto che continua: “

L’esserci costituiti parte civile, al tribunale di Agrigento, contro i cosiddetti furbetti della legge 104, noi pensiamo, rientra proprio nello spirito fondativo della CGIL: i valori, le persone, i diritti veri, la tutela collettiva e individuale”.

“Non è socialmente pericolosa”, revocata sorveglianza alla sorella di Gerlandino Messina

 Revocata la sorveglianza speciale per la 39enne empedoclina Anna Messina. A deciderlo i i giudici della seconda sezione misure di prevenzione del tribunale di Agrigento presieduta da Luisa Turco, con a latere Giuseppe Miceli e Rosanna Croce, che hanno accolto le richieste dell’avvocato Salvatore Pennica, difensore della sorella del boss Gerlandino.

Secondo i giudici infatti, non vi sarebbero più elementi per sostenere che la donna sia ancora socialmente pericolosa.

Anna Messina fu sottoposta al provvedimento restrittivo dopo i processi, per concorso esterno in associazione mafiosa, che la videro coinvolta come imputata. Secondo l’accusa Anna Messina avrebbe avuto il compito di smistare “pizzini” che sarebbero poi finiti al fratello Gerlandino. Una vicenda conclusa, dopo le condanne nei primi due gradi di giudizio, con l’assoluzione della stessa dopo il rinvio da parte della Cassazione ad un nuovo processo d’Appello. Assoluzione divenuta così definitiva e che ora si conclude con la revoca della sorveglianza speciale.

Tangenti al comune di Campobello, si difende l’ex dirigente Nigro

Si difende l’oramai ex dirigente dell’ufficio Ambiente del Comune di Campobello di Licata, Giuseppe Nigro, accusato di avere preteso una tangente da alcuni imprenditori per effettuare dei lavori per conto dell’Ente.

L’uomo, licenziato dopo l’arresto con l’accusa di concussione, dice di non sapere nulla accusando l’altro funzionario coinvolto, Francesco La Mendola, che avrebbe riscosso la tangente e che nelle scorse settimane ha patteggiato la pena a due anni e otto mesi di reclusione, oltre a un anno di interdizione dai pubblici uffici. Fu quest’ultimo a intascare la “mazzetta” da tre mila euro non sapendo però che a riprenderle c’erano le telecamere poste dai Carabinieri dopo la denuncia degli imprenditori a seguito delle presunte pressioni ricevute. Dopo l’arresto fu lo stesso funzionario ad accusare il dirigente.

Ipotesi smentita da Nigro che davanti al gup del Tribunale di Agrigento ha affermato di non sapere nulla della tangente. Prossima udienza il 31 maggio.

Depuratore inquinante sequestrato a Lampedusa: 13 avvisi di garanzia

IL gip del tribunale di Agrigento Francesco Provenzano, ha disposto il sequestro preventivo del depuratore comunale di contrada Cavallo Bianco a Lampedusa, poiché a seguito delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica e condotte da Carabinieri e Guardia Costiera, è risultato essere non funzionante.

13 sono stati gli avvisi di garanzia emessi, tra gli indagati anche l’ex sindaco Giusi Nicolini e l’attuale primo cittadino dell’isola Salvatore Martello, ma nel mirino della magistratura ci sono anche tecnici comunali e funzionari regionali.

La vicenda trae origine dalla realizzazione del nuovo impianto di depurazione datata 2012, costo dell’opera 8 milioni di euro, dalla dismissione del vecchio impianto, le acque dovevano continuare ad essere trattate in attesa dell’entrata in esercizio della nuova struttura.

Secondo gli inquirenti invece, tramite un pennello a mare, non autorizzato, i liquami venivano scaricati direttamente in acqua tramite una condotta sottomarina che tra le altre cose, come rilevato dai sommozzatori della guardia Costiera, era rotta a pochi metri dalla costa.

Dalle analisi dell’ARPA, nello specchio d’acqua antistante la Porta d’Europa, sono stati rilevati valori fecali 10 mila volte superiori ai limiti consentiti.

Tra le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, ci sono quelle di inquinamento ambientale, distruzione di habitat protetto e omissione in atti d’ufficio.

Durante i controlli, gli inquirenti hanno anche scoperto e sequestrato un deposito all’interno del quale, erano stati stoccati irregolarmente circa 60 tonnellate di materiale, ritenuto potenzialmente pericoloso.

Con il depuratore comunale di Lampedusa, cresce la lista degli impianti sequestrati dalla magistratura in Provincia di Agrigento, in precedenza i sigilli erano scattati in diverse strutture gestite dalla società Girgenti Acque.

Processo Macalube. Condannati i responsabili della riserva naturale

Ci sono due condanne di primo grado per duplice omicidio colposo per la tragedia delle Macalube di Aragona dove, a causa dell’esplosione di un vulcanello, il 27 settembre del 2014, persero la vita i fratelli Carmelo e Laura Mulone di 9 e 7 anni. Il giudice della prima sezione penale, Giancarlo Caruso ha emesso la sentenza che condanna a sei anni l’ex presidente di Legambiente ed ex assessore comunale di Agrigento Mimmo Fontana, l’accusa aveva chiesto la pena a 8 anni, e a 5 anni e 3 mesi di reclusione per Daniele Gucciardo operatore quest’ultimo della riserva naturale integrale “Macalube” di Aragona, per lui invece la richiesta di pena era stata di 6 anni e 8 mesi. Per entrambi gli esponenti di Legambiente è scattata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e, in solido con il comitato regionale di Legambiente, al risarcimento di 600 mila euro di provvisionale per ciascuna delle parti civili. Nell’aula 6 del Tribunale di Agrigento ad attendere la sentenza del giudice, da un lato gli imputati, dall’altro invece i genitori degli sfortunati bambini, papà Rosario e mamma Giovanna che dopo la pronuncia del verdetto si sono commossi e abbracciati. “Anche se i miei figli non ritorneranno in vita – ha detto a caldo la signora Giovanna Lucchese – siamo soddisfatti della sentenza”. Nel processo invece è stato assolto con la formula del fatto non costituisce reato, l’allora dirigente responsabile delle aree protette della Regione, Francesco Gendusa. Il Giudice ha infine rigettato le richieste di risarcimento avanzate dalle parti civili, ovvero Comune di Aragona, Presidenza della Regione e Assessorato Regionale Territorio e Ambiente. Inattesa di conoscere le motivazioni della sentenza, Lagambiente annuncia di ricorrere in appello.“Fiduciosi nell’operato della magistratura – di legge in una nota – aspettiamo di conoscere le motivazioni della sentenza -per impugnarle nelle forme previste dalla legge, convinti che nel giudizio di appello – si legge ancora – sarà dimostrata l’obiettiva inevitabilità di questo dramma e, quindi, l’assenza di responsabilità da imputare alla nostra associazione e ai nostri dirigenti”.

Agrigento. Da Palazzo Chigi arriva la rimozione del prefetto Nicola Diomede

Nicola Diomede non è più il prefetto di Agrigento, la decisione è giunta in seno al consiglio dei ministri svoltosi in mattinata a Roma. La rimozione di Diomede si deve al coinvolgimento dello stesso nell’indagine su Girgenti Acque. La Procura della Repubblica, contesta all’ormai ex prefetto della Città dei Templi, pesanti accuse, quali: corruzione, truffa, ricettazione, corruzione elettorale e false comunicazioni in ambito societario. Da indiscrezioni, il Viminale avrebbe già provveduto alla nomina del suo sostituto, si tratterebbe di Dario Caputo, vicecapo di gabinetto del ministro della Coesione territoriale Claudio De Vincenti.

Assunzioni e gestione del servizio idrico in Provincia di Agrigento. 73 indagati, tra cui il prefetto, il papà del ministro Alfano, politici, dirigenti pubblici, giornalisti e uomini delle forze dell’ordine

E’ bufera giudiziaria sulla gestione del servizio idirico in Provincia di Agrigento, la Procura ha notificato ben 73 avvisi di proroga delle indagini nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza un’associazione a delinquere legata anche alle assunzioni a “Girgenti Acque”, società che gestisce il servizio idrico e fognario in 27 dei 43 Comuni dell’agrigentino. Tra i reati ipotizzati l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa, corruzione, riciclaggio e inquinamento ambientale.

Nel lungo elenco degli indagati, figurano personalità illustri, tra i quali il prefetto di Agrigento Nicola Diomede, il presidente dell’antitrust Giovanni Pitruzzella, l’ex presidente del Consiglio di Giustzia Amministrativa della Sicilia Raffaele De Lipsis, il padre del ministro degli Esteri, Angelo Alfano, due ex presidenti della Regione e uno della Provincia di Agrigento, rispettivamente Angelo Capodicasa. Raffaele Lombardo e Eugenio D’Orsi e il parlamentare regionale Riccardo Gallo e gli ex deputati, Giovani Panepinto e Vincenzo Fontana.

La Proroga delle indagini è stata firmata dal procuratore capo Luigi Patronaggio e dai sostituti Salvatore Vella, Alessandra Russo e Paola Vetro.

Nel mirino della magistratura ci sono gli affari che ruotano attorno al servizio idrico, ed in particolare sulla gestione della società Girgenti Acque di cui nel recente passato si è occupata anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

Dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia circa le modalità di assunzione del personale impiegato da Girgenti Acque, la DDA, aveva ipotizzato, il voto di scambio politico mafioso. Lo stesso ex procuratore aggiunto di Agrigento, Ignazio Fonzo, durante un’audizione con la commissione parlamentare d’inchiesta aveva parlato senza mezzi termini di assumificio.

Nell’inchiesta sono coinvolti anche dirigenti pubblici, amministratori e consiglieri comunali, membri delle forze dell’ordine, giornalisti e avvocati. Nei giorni scorsi, la Procura di Agrigento ha intensificato i controlli proprio su Girgenti Acque e Hydrotecne, società controllata dalla stessa Girgenti Acque e i cui vertici, di entrambe le aziende figurano adesso iscritti nel registro degli indagati, ovvero Marco Campione e Pietro Arnone.

Tra le ipotesi degli inquirenti, quelle di un sistema corruttivo che abbia beneficiato diversi esponenti politici che in Girgenti Acque, avrebbe piazzato persone considerate vicine alle loro posizioni, se non addirittura appartenenti allo stesso nucleo familiare. Assunzioni che poi, avrebbero garantito agli stessi, un bacino elettorale da cui attingere in caso di consultazioni. In attesa di conoscere le eventuali responsabilità contestate a ciascuno degli indagati, vediamo insieme chi sono le altre persone coinvolte: Giuseppe Giuffrida,Gerlando Piro, Pietro Pasquale Leto, Alfonso Bugea, Salvatore Aiola, Giacomo Antronaco, Silvio Apostoli, Giuseppe Arcuri, Bernardo Barone, Filippo Caci, Giuseppe Carlino, Lelio Castaldo, Francesco Castaldo, Giovanni Caucci, Vincenzo Corbo, Salvatore Cossu, Piero Angelo Cutaia, Antonio D’Amico, Domenico D’Amico, Angelo Lombardo, Luigi D’Amico, Carmelo Dante, Igino Della Volpe, Leonardo Di Mauro, Pietro Di Vincenzo, Salvatore Fanara, Arnaldo Faro, Filippo Rosario Franco, Salvatore Gabriele, Diego Galluzzo, Calogerino Giambrone. Gerlando Gibilaro, Giuseppe Giuffrida, un altro Giuseppe Giuffrida, Flavio Gucciardino, Ignazio La Porta, Francesco Paolo Lupo, Maria Rosaria Macaluso, Piero Macedonio, Giuseppe Marchese, Giuseppe Milano, Calogero Patti, Giuseppe Pitruzzella, Gian Domenico Ponzo, Vincenzo Puzzo, Fulvio Riccio, Giancarlo Rosato, Antonino Saitta, Luca Cristian Salvato, Giuseppe Maria Scozzari, Carlo Sorci, Alberto Sorrentino, Gioacchino Michele Termini, Emanuele Terrana, Maria Terrana, Giuseppe Maria Saverio Valenza, Carmelo Vella, Rino Vella, Calogero Vinti, Roberto Violante.

“Falsi invalidi per i benefici della 104”, chiusa inchiesta per altri 80 indagati

Patologie aggravate o del tutto simulate che servivano, in base alla famosa “legge 104”, per ottenere trasferimenti in sedi lavorative nella propria provincia di residenza: tre anni dopo il blitz della polizia, scattato il 22 settembre del 2014, la Procura tira le somme del secondo filone di inchiesta. Il pubblico ministero Andrea Maggioni ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini a ottanta indagati.

Nella nuova lista degli ottanta indagati, ai quali si contestano i reati di falso e truffa, ci sono medici e finti invalidi o ammalati. L’indagine si è sviluppata sulla base della consulenza tecnica che ha già portato al primo processo in cui si contestava, per alcuni imputati, anche l’associazione per delinquere.

Alcuni degli indagati sono comuni col processo principale.

“Fucili detenuti illegalmente”, torna libero l’impiegato 49enne

I due fucili calibro 12, e le munizioni, erano stati regolarmente denunciati dal padre, poi deceduto. In casa del quarantanovenne, a Naro, ci sarebbero finite in quanto il figlio non era nient’altro che un erede detentore. Mercoledì mattina, davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Agrigento Stefano Zammuto, si è tenuta l’udienza di convalida per l’impiegato quarantanovenne, C. G. di Naro, arrestato sabato scorso dai carabinieri per l’ipotesi di reato di detenzione illegale di armi. L’indagato, difeso dall’avvocato Luigi Reale, è, dunque, comparso davanti al Gip. Il pubblico ministero – durante l’udienza di convalida – ha chiesto l’applicazione degli arresti domiciliari. Il giudice Stefano Zammuto, sciogliendo la riserva, come chiesto dal difensore Luigi Reale, ha deciso di non applicare nessuna misura al quarantanovenne, disponendone l’immediata scarcerazione

“Si è fatto pagare 750 euro a persona”, al via la direttissima per il primo scafista arrestato dopo uno sbarco “fantasma”

E’ iniziata, davanti al collegio penale del tribunale di Agrigento presieduto da Luisa Turco, la direttissima a carico del 27enne, tunisino, arrestato lo scorso 22 settembre dalla Guardia di finanza. Si tratta del primo, presunto, scafista di uno sbarco “fantasma” che si è registrato a Realmonte. La sezione operativa navale e la tenenza di Porto Empedocle della Guardia di finanza sono riusciti a bloccare il peschereccio, guidato dal ventisettenne, che dopo aver scaricato numerosi tunisini, stava riprendendo il largo. Il tunisino è accusato – l’accusa è rappresentata dal pm Salvatore Vella – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, resistenza a nave militare e false dichiarazioni perché in Italia sarebbe entrato ben 5 volte indicando altrettanti alias fasulli.

“Tangenti all’Agenzia delle Entrate”, chieste 8 condanne e 3 assoluzioni

8 condanne e tre assoluzioni. È la richiesta del pubblico ministero Andrea Maggioni a conclusione della requisitoria sullo stralcio abbreviato nato dalle presunte tangenti all’Agenzia delle Entrate per avere informazioni utili e per ipotetici annullamenti di sanzioni tributarie. L’inchiesta denominata “Duty Free” ipotizza un presunto giro di tangenti che ha coinvolto il mondo dell’imprenditoria agrigentina e alcuni esponenti dell’Agenzia delle Entrate di Agrigento. Il magistrato, per tutta la giornata di ieri ha illustrato le sue conclusioni per le posizioni dello stralcio abbreviato. Il pm ha chiesto pene che vanno da quattro anni di reclusione ad un anno. In particolare, tre anni e quattro mesi sono stati chiesti per l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Agrigento, Pietro Pasquale Leto; un anno per la figlia di quest’ultimo; due anni per l’imprenditore agrigentino Marco Campione. L’assoluzione invece è stata chiesta per Daina, ragioniere del gruppo “Campione”. Sul banco degli imputati anche altri tre funzionari dell’Agenzia; per due di essi, Aurelio Bruno e Francesco Caci, è stata chiesta l’assoluzione, mentre per Antonino Migliaccio è stata chiesta la condanna a otto mesi; stessa richiesta anche per l’imprenditrice Vincenza Maria Lombardo.  Quattro anni di reclusione, invece, sono stati chiesti per Dario Peretti presunto responsabile dell’Università Unipegaso. Un anno, infine, sono stati chiesti per Salvatore Trupia e Vincenza Rubino.

“Bancarotta da 20 milioni di euro”, Burgio si difende

“Non ho mai sottratto neppure un euro dalle mie società, ho sempre cercato di salvare le mie aziende anche nei momenti più duri. Le banche ci hanno azzerato i fidi e aumentato il tasso di scopertura, per le imprese del gruppo è stato un colpo mortale”: l’imprenditore Giuseppe Burgio, arrestato il 27 ottobre dell’anno scorso, con l’accusa di avere provocato una bancarotta fraudolenta da 20 milioni di euro, ha chiesto di essere sentito e rilasciare spontanee dichiarazioni e si è difeso su tutti i fronti per quasi tre ore. L’ex “re dei supermercati” ha replicato punto su punto alla deposizione fatta all’udienza precedente da Giuseppe Lentini, curatore fallimentare della Gestal, una delle aziende al centro del presunto crack. E lo ha fatto attaccandolo senza mezzi termini e accusandolo di “superficialità e visione approssimativa delle cose”.  Si torna in aula il 23 ottobre.

“La banda del ferro”, sette rinvii a giudizio: tre imprenditori sotto accusa

Il gup del tribunale di Agrigento, Alfonso Malato, ha rinviato a giudizio sette persone accudati di furti di ferro. Il materiale veniva rubato da un gruppetto di persone che poi la andava a smaltire in un’azienda di autodemolizioni.

A processo, a partire dal 7 novembre, davanti al giudice monocratico del tribunale di Agrigento, Maria Teresa Moretti, andranno Salvatore Siracusa, 51 anni, di Porto Empedocle; Giuseppe Mannella, 52 anni, di Porto Empedocle; Gino Mendola, 28 anni, di Porto Empedocle; Carmelo Vaccaro, 49 anni, di Cattolica Eraclea; Angelo Nobile, 36 anni, di Agrigento; Eugenio Nobile, 66 anni, di Agrigento; e Carmelo Nobile, 31 anni, di Agrigento. I difensori , qualche ora prima che il giudice emettesse il provvedimento, avevano illustrato le loro tesi chiedendo il non doversi procedere. Le indagini sono state svolte sul campo dai carabinieri della stazione di Realmonte. La maggior parte dei furti sarebbe avvenuta nei pressi di Porto Empedocle.

Rapina con pestaggio in piazza Rosselli, decisa condanna a 3 anni

Tre anni di reclusione e 1.000 euro di ammenda: sei mesi dopo la rapina violenta commessa in piazza Rosselli ai danni di un uomo di 56 anni, che sarebbe stato colpito con pugni al volto da due romeni che gli hanno sottratto il marsupio, arriva il primo verdetto sul caso. Il giudice dell’udienza preliminare Alfonso Malato ha condannato Elvis Betean, di 30 anni. La seconda imputata è Sinziana Maria Cutitariu di 18 anni, arrestata anche lei in flagranza di reato il 2 marzo ma fuggita da tempo, dopo che nei suoi confronti erano stati applicati gli arresti domiciliari. Betean, invece, dopo che la Procura ha chiesto e ottenuto che il gip lo mandasse a processo con rito immediato ha chiesto, attraverso il suo difensore Davide Casà, di essere giudicato con il giudizio abbreviato. La pena, infatti, per questo è ridotta di un terzo.

La vittima si è costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Salvatore Cusumano.

“Morì di epatite C per sangue infetto”, risarcimento di 1,4 milioni alle figlie

Un milione e 400 mila euro è il risarcimento che il ministero della Salute dovrà dare agli eredi di una donna di Agrigento che ha contratto l’epatite C dopo una trasfusione da sangue infetto. 28 anni fa, nel 1989 la donna, all’età di 47 anni, è stata ricoverata in un ospedale di Firenze. Sottoposta a una trasfusione di sangue infetto ha contratto l’epatite C. Negli anni le sue condizioni si sono aggravate anche a causa della comparsa di un tumore al fegato che nel 2008 ne ha determinato la morte.
Nel 2012 il tribunale di Palermo aveva accolto le richieste degli avvocati Angelo Ferruggia e Annalisa Russello condannando il ministero a risarcire la somma complessiva di un milione e quattrocentomila euro: 700 mila euro circa per ognuna delle due giovani figlie. Il ministero è stato ritenuto responsabile”di avere favorito, con l’omissione dei controlli già all’epoca previsti dalla legge in materia di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue, che in grosse quantità veniva importato da paesi come l’Asia e l’Africa, ad alto rischio patogeno, una vera e propria epidemia colposa per la diffusione del virus dell’epatite C”.
Ora lo Stato, secondo la sentenza di primo grado, è tenuto a pagare”poiché ha violato il dovere istituzionale di controllo nell’attività di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue. Controlli, che se effettuati, con probabilità avrebbe impedito il contagio”.

Maccalube verso la riapertura?

Potrebbe tornare fruibile la riserva delle Maccalube di Aragona. Almeno questa è la richiesta di Legambiente. «La nostra associazione, attraverso il responsabile del sito Domenico Fontana, – spiega il direttore regionale di Legambiente, Claudia Casa ad agrigentonotizie – ha proposto alla Regione di riaprire la riserva magari programmando un sistema di fruizione diverso». Nel settembre del 2014 la riserva fu posta sotto sequestro in seguito ai tragici fatti in cui morirono i fratellini Carmelo e Laura Mulone, divorati da un’esplosione dei vulcanelli. Le difficoltà sono legate al fatto che la riserva, chiusa dal presidente della Regione Rosario Crocetta all’indomani della tragedia , è tuttora sotto sequestro. Di conseguenza le decisioni politiche si dovranno necessariamente confrontare con quelle degli organi giudiziari. «La magistratura sta accertando i fatti – spiega Claudia Casa che, peraltro, di recente è stata ascoltata al processo – e di conseguenza l’aspetto giudiziario non sarà secondario nella definizione della questione. L’associazione Legambiente, che gestisce la riserva, ha intanto chiesto alla Regione di valutare questo aspetto ed è in corso un’interlocuzione con la Regione».

Nuovi guai in vista per Farm Cultural Park a Favara?

Oltre ad una segnalazione per occupazione abusiva di suolo pubblico ci potrebbe essere altro per Farm Cultural Park di Favara. Dopo la polemica sorta in seguito al sequestro di due installazioni artistiche poiché, secondo l’Ufficio Tecnico Comunale di Favara, realizzate in assenza dei dovuti permessi, per il polo di arte contemporanea di cortile Bentivegna ci sarebbe anche una denuncia per violenza privata e invasione di edificio, che ad inizio estate sarebbe stata sporta da una famiglia di emigranti residenti in Belgio e proprietari di un immobile interno ai sette cortili. I due infatti, avrebbero segnalato alle autorità l’impossibilita ad accedere nell’abitazione che sarebbe stata parzialmente coperta da un’impalcatura, così come sarebbe stato ostruito il passaggio dell’auto dell’uomo al’interno del settecentesco cortile. Querele, queste che sarebbero già al vaglio della Procura della Repubblica di Agrigento.

Intanto, sulla vertenza abusivismo, il sindaco di Favara Anna Alba difende l’operato del dirigente capo dell’UTC, Alberto Avenia e del comandante della Polizia Municipale, Gaetano Raia che secondo la giovane amministratrice hanno solamente fatto il proprio dovere.
Probabile che il presunto caso di occupazione abusiva di suolo pubblico alla Farm Cultural Park giungerà anche tra i banchi dei parlamenti, nazionale e regionale, con relative interrogazioni proposte da esponenti del PD.

“Pizzo sulla busta paga”, Procura chiude indagini

“La grave crisi occupazionale che ormai da diversi anni qualifica il mercato del lavoro nel territorio Agrigentino ha rappresentato il terreno di coltura di gravissime forme di abuso poste in essere da taluni datori di lavoro in danno dei dipendenti”. Lo aveva scritto la compagnia dei carabinieri di Licata in merito all’operazione denominata “Stipendi spezzati” dello scorso 19 maggio che ipotizzava una serie di estorsioni sistematiche, tra i quali il pizzo sulle buste paga, ai danni dei dipendenti di una cooperativa di Licata, la “Suami”. A poco più di due mesi da quella operazione la Procura chiude le indagini: sette indagati vanno verso il processo, qualcuno ha parzialmente ammesso i fatti nelle scorse settimane. Il pubblico ministero Carlo Cinque ha fatto notificare gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Tra i destinatari Salvatore Lupo, 41 anni, di Favara, amministratore unico della cooperativa Suami che gestisce una comunità per disabili psichici (finita peraltro al centro di un’altra inchiesta per maltrattamenti) e sua moglie Maria Barba, detta Giusy, 35 anni, ritenuta la responsabile di fatto delle due sedi operative della struttura. Gli indagati avranno venti giorni di tempo per chiedere di essere sentiti o produrre delle memorie.

Benzina lanciata sullo spiedo: scarcerato l’uomo di Palma di Montechiaro

Il Gip del tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto, ha scarcerato il trentunenne, che, nei giorni scorsi, era stato arrestato, dalla polizia di Stato di Palma di Montechiaro, dopo che aveva lanciato una bottiglia di benzina contro il girarrosto di un venditore ambulante con cui aveva avuto un diverbio. Il Gip ha applicato al giovane l’obbligo di dimora con divieto di uscire da casa dalle ore 20 alle ore 5:00. L’accusa per lui è stata derubricata da “strage” a “tentato incendio”.

 

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“Affittò la casa ad una squillo”, condannato settantaseienne

E’ stato condannato ad un anno e sei mesi, pena sospesa, un pensionato di 76 anni di Sciacca. L’anziano ha affittato una casa ad una donna che l’ha utilizzata per prostituirsi.  La difesa dell’anziano – rappresentata dall’avvocato Nino Augello – ha sempre sostenuto che il suo cliente aveva soltanto affittato la casa ad una donna e che era, del tutto, estraneo a quanto accadeva all’interno. L’anziano è stato però ritenuto responsabile, e pertanto condannato, per favoreggiamento della prostituzione.

Anna Messina torna in libertà

I termini di custodia cautelare sono scaduti: Anna Messina, 38 anni, dopo l’annullamento con rinvio della condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, torna in libertà. I giudici della terza sezione della Corte di appello, presieduta da Antonio Napoli , hanno revocato gli arresti domiciliari alla quale la donna era sottoposta ininterrottamente dal 6 febbraio del 2014.La scorsa settimana la Cassazione, accogliendo in parte il ricorso del difensore, l’avvocato Salvatore Pennica, ha disposto un nuovo processo di appello per la donna, accusata di avere smistato messaggi e direttive per conto del fratello durante la latitanza. In appello, peraltro, i giudici avevano concesso le attenuanti generiche riducendo la pena da sei a cinque anni. Il fatto che il processo sia “regredito” all’appello ha fatto scadere i termini di custodia cautelare.

Laboratori, Cga: “stop all’accorpamento”

Il consiglio di giustizia amministrativa dice la sua sulla discussa vicenda dell’accorpamento dei laboratori di analisi e sospende il decreto dell’assessore regionale della sanità. “L’imminenza del termine del 3 agosto rende verosimile la prospettazione del danno grave ed irreparabile”. E così, il Cga capolvoge l’ordinanza del Tar di pochi mesi fa, bloccando ancora una volta l’accorpamento dei laboratori d’analisi.
Tutto sospeso, quindi. Le strutture al di sotto della soglia minima di prestazioni individuata dal Ministero della Salute e poi dalla Regione siciliana (200 mila l’anno), non dovranno “fondersi” in strutture più grandi. Secondo il Consiglio di giustizia amministrativa, i termini fissati dall’Assessorato alla Salute avrebbero rischiato di produrre danni gravi a carico dei centri convenzionati. L’ordinanza capovolge come detto la prima pronuncia del Tar, secondo il quale “il termine statuito per la costituzione di nuove aggregazioni o per la rimodulazione di quelle già esistenti, fissato in sei mesi dalla data di pubblicazione sulla Gurs” appariva “congruo e idoneo, in ragione del fatto che, per un verso, – scriveva il Tar – è ormai da tempo prevista la soglia minima di prestazioni e con essa la doverosa e urgente attivazione di un reale processo di aggregazione e, dall’altro, che è stato pure previsto, in luogo dell’immediata decadenza, un periodo di sospensione di trenta giorni dell’accreditamento per le strutture non conformi al requisito della soglia minima”.
Ma il Cga ha giudicato diversamente, dando ragione a decine di laboratori d’analisi che si erano opposti. Tra le tesi della difesa – è il caso ad esempio del ricorso di alcuni laboratori difesi dagli avvocati agrigentini Girolamo Rubino e Lucia Alfieri – proprio l’esiguità del termine assegnato per il raggiungimento della soglia delle prestazioni e, dunque, per l’aggregazione, pena la perdita dell’accreditamento; la mancata consultazione delle organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative; ed infine la violazione dei principi comunitari in materia di concorrenza, con la determinazione  una vera e propria posizione dominante delle strutture più forti, con conseguente pregiudizio per i consumatori. Si ferma tutto, quindi, ancora una volta.

“Editoriale diffamatorio contro il sindaco Firetto”, condannato il Fatto Quotidiano

Si è conclusa con una sentenza di condanna al risarcimento del danno di  22mila118 euro oltre interessi e rivalutazione monetaria e spese legali per   4mila 500 euro la causa civile promossa dall’attuale sindaco di Agrigento, Calogero Firetto, e la moglie  Simona Russello, entrambi assistiti da Angelo Farruggia, contro il noto Editoriale “Il Fatto Quotidiano”, diretto da Marco Travaglio. La vicenda processuale prende le mosse da un articolo, a firma del giornalista Giuseppe Lo Bianco, pubblicato in seno all’edizione del 25 giugno 2015, dall’Editoriale “il Fatto Quotidiano”, dal titolo “Evasione, famiglia e mafia le elezioni a Porto Empedocle”. Il Tribunale di Agrigento, in persona ritenendo che l’articolo in questione avesse effettivamente carattere diffamatorio, ha condannato la testa giornalistica “ Il Fatto Quotidiano” al risarcimento in favore di Firetto e la moglie della somma di  22mila118 euro oltre interessi e rivalutazione monetaria, e spese legali per 4mila500 euro.

Tragedia delle Macalube, dirigente Regione scagiona Legambiente

“Legambiente, ente gestore della riserva della Macalube, non aveva alcuna competenza in materia di sicurezza. Il suo compito esclusivo era quello di provvedere alla promozione e alla valorizzazione del sito”. Marcello Panzica, dirigente dell’assessorato regionale al Territorio e all’Ambiente, primo teste della difesa degli imputati, di fatto scagiona il direttore della riserva Domenico Fontana e il dipendente del sito Daniele Gucciardo, imputati di omicidio colposo insieme al dirigente della Regione Francesco Gendusa.

Secondo giorno consecutivo di udienze al processo per la tragedia delle Macalube dove, il 27 settembre del 2014, morirono, travolti dal fango di un’esplosione, i fratellini Carmelo e Laura Mulone, di 9 e 7 anni, mentre facevano una passeggiata insieme al padre Rosario, un appuntato dei carabinieri all’epoca in servizio alla caserma di Joppolo. Il giorno prima Fontana si era difeso rispondendo per ore alle domande del pm Carlo Cinque, dei difensori di parte civile e difesa e del giudice Giancarlo Caruso, davanti al quale si celebra il processo.

“Ha molestato una 16enne vicina di casa”, condannato per violenza sessuale

“Ha toccato le parti intime di una sedicenne”. Un sessantacinquenne di Sciacca è stato condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Su di lui l’accusa di avere toccato le parti intime di una ragazzina, sua vicina di casa. L’uomo, secondo quanto riferisce il Giornale di Sicilia, le avrebbe dato un passaggio a casa, la giovane scesa dall’auto avrebbe raccontato tutto ai genitori. Da lì, la denuncia ai carabinieri.  L’imputato è stato anche condannato al pagamento delle spese processuali, cifra che si aggirerebbe a 1200 euro. Il processo è stato celebrato con rito abbreviato.

Quattro omicidi di mafia e tre agguati falliti, condannato a 20 anni il pentito Sciabica

Venti anni di reclusione, con doppia riduzione fra rito abbreviato e attenuanti speciali previste dalla legge sui collaboratori di giustizia, per Daniele Sciabica. Sono stati inflitti dal gup di Palermo, Lorenzo Matassa, che ha accolto in pieno la richiesta del pubblico ministero Alessia Sinatra. Il processo è stato istruito sulla base delle dichiarazioni dello stesso pentito che si è autoaccusato di quattro vecchi omicidi di mafia. L’ex assicuratore, in particolare, ha raccontato di avere avuto un ruolo logistico e operativo negli agguati per cui la giustizia si è già pronunciata.

Lottizzazione villette San Leone, 7 assoluzioni

Il pubblico ministero Manuela Sajeva aveva chiesto per i sette imputati la condanna a sei mesi di arresto e 35mila euro di ammenda. Questa mattina è , invece, arrivata l’assoluzione perchè il fatto non sussiste, così come riporta il sito web agrigentonotizie: il giudice monocratico Enzo Ricotta ha scagionato tutti i sette imputati del processo scaturito dall’inchiesta che ipotizzava una lottizzazione illegale di villette a San Leone. Il giudice ha dissequestrato anche l’intera area, le motivazioni saranno depositate fra 90 giorni.

L’indagine rappresenta una costola dell’inchiesta “Self Service”, che ipotizzava un vasto giro di tangenti all’Ufficio tecnico di Agrigento e ha portato a una quindicina di condanne. Quattro dei sette imputati sono comuni con l’inchiesta precedente anche se le accuse sono del tutto diverse e nulla c’entra la corruzione. Sono l’ex dirigente dell’ufficio tecnico comunale Sebastiano Di Francesco, 57 anni; l’architetto Luigi Zicari, 64 anni, e gli architetti Pietro Vullo, 46 anni, e Roberto Gallo Allitto, 46 anni. Il primo è il direttore dei lavori che stavano portando alla realizzazione delle villette, il secondo è il progettista. Gli altri tre imputati sono i proprietari di terreno e villette, Domenico De Michele Granet, 49 anni, di Agrigento; e Rosa Maria De Michele Granet, 51 anni, di Agrigento; nonchè Ali Borzoee, 58 anni, iraniano ma residente a Favara, anch’egli direttore dei lavori. I fatti contestati risalgono al 2012. I difensori e i rispettivi consulenti, invece, hanno sempre sostenuto che la lottizzazione sarebbe stata del tutto in regola anche perché “in precedenza la zona è stata urbanizzata e, quindi, le costruzioni sono legittime”.

“Terremoto” giudiziario sta scuotendo Palma di Montechiaro.

Un vero e proprio “terremoto” giudiziario sta scuotendo Palma di Montechiaro. Notificato l’avviso di conclusioni delle indagini per 29 persone, tra cui un ex sindaco, ex dirigenti dell’Utc dello stesso Comune, alcuni ex consiglieri comunali, un vigile urbano, diversi professionisti e semplici cittadini. Gli indagati – fa sapere il quotidiano La Sicilia – sono al centro dell’inchiesta su appalti truccati e concessioni edilizie date in cambio di “mazzette”, relativa a vincede che vanno dalla fine del 2010 al 2012. Per diversi indagati contestata l’associazione a delinquere. “Tra i promotori l’architetto, – si legge sul quotidiano – oggi pentito Giuseppe Tuzzolino, e l’ex sindaco di Palma di Montechiaro, Rosario Bonfanti, entrambi indagati nell’inchiesta, anche se il primo già ha patteggiato la pena a un anno e dieci mesi di reclusione, seguì la scarcerazione e l’inizio di una collaborazione con i magistrati agrigentini, poi con la Dda di Palermo”. Secondo la Procura più persone avrebbero messo in atto un’associazione, finalizzata ad accaparrarsi appalti pubblici milionari, creando anche false concessioni edilizie i cui proventi non venivano versati al Comune, ma sarebbero finiti nelle tasche della cosiddetta “cricca”.

Sorelline morte nel crollo di una palazzina: 2 condanne e 8 assoluzioni

23 gennaio 2010, un boato fortissimo. In pochi minuti in via del Carmine , nel centro storico di Favara, detriti e tanta disperazione. Crolla un vecchio edificio abitato dalla famiglia Bellavia, 5 persone, padre, madre e 3 figli: marito e moglie, Giuseppe Bellavia, e Giuseppina Bello, sono estratti da sotto le macerie. Si scava e due bambini, Giovanni, 11 anni, e Chiara di 3 anni, sono vivi. Marianna, 14 anni, viene trovata senza vita . Durante il trasporto in ospedale muore Chiara Pia di soli 3 anni. Giovanni si salva. Sette anni dopo, il processo di primo grado finisce con otto assoluzioni e due condanne. Ieri i giudici hanno inflitto tre anni di carcere ad Antonio Noto, che aveva l’uso dell’immobile, e a Sebastiano Dispenza, ex dirigente dell’ufficio tecnico comunale, con l’aggiunta di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per Dispenza. Assolti i tecnici del comune Giacomo Sorce, Pasquale Amato, Alberto Avenia, Antonio Grova, geometra, Francesco Criscenzo, Rosalia Presti, proprietaria della palazzina, e i sindaci Carmelo Vetro e Lorenzo Airò. Ai genitori delle vittime, costituiti parte civile, sono stati riconosciuti 20mila euro a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva. La famiglia stava aspettando di una casa popolare per lasciare la palazzina, che doveva essere messa in sicurezza.I sindaci erano stati coinvolti in qualità di responsabili dell’ufficio di protezione civile e i tecnici e la proprietaria per presunte violazioni degli obblighi connessi alla propria funzione: vigilare e verificare che l’edificio fosse messo in sicurezza. Responsabilità che il tribunale ha attribuito ai soli Dispenza e Noto. Il 27 giugno 2011, l’accusa aveva sotenuto che quel crollo si poteva evitare se le persone indagate avessero messo in atto i controlli e le verifiche necessarie finalizzate a constatare l’agibilità dell’immobile e a emettere il conseguente ordine di sgombero.

“Corrotto con 40 palme” 4 mesi a D’Orsi

Quattro mesi di reclusione per l’accusa di corruzione: secondo i giudici l’ultimo presidente della Provincia, Eugenio D’Orsi, si sarebbe fatto dare da un vivaista quaranta palme del suo negozio, destinate alla sua villa di Montaperto, in cambio di un appalto consistente nella vendita all’ente di tutte le piante dell’attività, prossima alla chiusura.

La sentenza è stata emessa nel pomeriggio. Il pubblico ministero Carlo Cinque aveva chiesto la condanna a sei mesi di reclusione. Il difensore, l’avvocato Daniela Posante, aveva invece insistito per l’assoluzione sostenendo che “non esiste alcuna prova dell’accordo fra loro o di un nesso fra le palme arrivate a casa di D’Orsi e l’acquisto delle piante fatto dalla Provincia”.La sentenza, dopo una breve camera di consiglio, è stata emessa dal collegio di giudici presieduto da Gianfranca Claudia Infantino.

Il processo è una costola dell’inchiesta principale che ha portato alla condanna di D’Orsi a un anno di reclusione per l’accusa di avere ottenuto il rimborso di pranzi e cene senza che risultasse “adeguatamente motivato” il fine istituzionale.

Agrigento, diffamazione al collega consigliere comunale: condanna di primo grado per Giusepe Di Rosa

Tre mesi, pena sospesa, più il pagamento delle spese processuali, 1.700 euro, e risarcimento in sede civile del danno cagionato. Questa è stata la condanna di primo grado emessa a carico dell’ex vice presidente del consiglio comunale di Agrigento Giuseppe Di Rosa. La vertenza giudiziaria che vede protagonista l’ex membro di Aula Sollano era maturata proprio nel corso di una seduta della pubblica assise cittadina. La parte offesa, in questo caso, fu il consigliere Francesco Messina. Un acceso dibattito tra i due che poi, secondo il Tribunale di Agrigento, sarebbe continuata anche sui social network, con commenti diffamatori pubblicati da Di Rosa.

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Agrigento, la vertenza giudiziaria sul risarcimento per il crollo di Palazzo Lo Jacono approda in appello

Risarcimento del danno per il crollo di Palazzo Lo Jacono Maraventano ad Agrigento, il proprietario dello storico immobile ricorre alla Corte d’Appello. Lo stesso imputa all’Ente Comune, responsabilità nel collasso avvenuto il 25 aprile del 2011, data quest’ultima che quell’anno coincideva con la Pasquetta. Due anni fa’, il titolare dell’immobile aveva chiesto la condanna del Comune di Agrigento e un risarcimento danni di 150 mila euro. Richieste però che non sono state accolte dai giudici del Tribunale di Agrigento, ed ecco quindi che lo stesso proprietario adesso ha ricorso in appello. Ricordiamo che per il crollo della Palazzina del Centro Storico la Procura della Repubblica di Agrigento aveva iscritto sul registro degli indagati 7 persone, tra tecnici e funzionari del Comune di Agrigento che nel periodo compreso tra il 2008 e il 2010 sono stati coinvolti nei lavori di messa in sicurezza dello stesso palazzo. Tra gli indagati anche l’ex sindaco Marco Zambuto che però nel 2014, venne assolto, per non aver commesso il fato, dall’accusa di crollo colposo. In merito al ricorso presentato in appello dal proprietario, il Comune di Agrigento sarà difeso dall’avvocato Rita Salvago l’incarico è stato affidato dall’attuale primo cittadino, Lillo Firetto.

 

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Agrigento. Slitta udienza preliminare su un presunto giro di truffe ai danni dell’INPS

Aziende agricole fantasma create nel licatese e a Palma di Montechiaro, per truffare l’INPS, dopo le indagini della Procura della Repubblica di Agrigento avviate nel 2010 e concluse nel 2013, ieri al Tribunale di Via Mazzini è stata rinviata al prossimo 17 febbraio la prima udienza del processo che vede alla sbarra 63 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, falso e la truffa. Dalle indagini condotte dagli uomini del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Agrigento, l’associazione “fabbricava” aziende che operavano fittiziamente nel settore agricolo. Sulla carta risultavano numerose assunzioni di braccianti che però servivano solo, una volta terminati i rapporti, a incassare i soldi dell’indennità di disoccupazione. Inoltre i falsi posti di lavoro, servivano alle aziende anche per incassare i contributi pensionistici e le indennità di malattia.[wp-rss-aggregator]

Il TAR condanna la Regione Siciliana. Illegittimo il decreto assessoriale di istituzione dell’elenco unico ad esaurimento dei lavoratori provenienti dai servizi formativi

La legge regionale n. 8 del 2016 prevedeva che con decreto dell’assessore regionale della famiglia e del lavoro fosse istituito l’elenco unico ad esaurimento dei lavoratori provenienti dai servizi formativi; conseguentemente l’Assessore regionale della famiglia, con proprio decreto, prevedeva la possibilità ai lavoratori di presentare l’istanza di inserimento nell’elenco tramite posta elettronica certificata o per raccomandata entro il 30 settembre dello scorso anno. Alfonso Di Piazza, 42 enne assessore comunale di Cammarata, aveva spedito il proprio plico per essere inserito nell’elenco, ma l’istanza arrivò a destinazione oltre i termini e quindi escluso. Per questo motivo, l’uomo aveva presentato ricorso al TAR che adesso, grazie al patrocinio degli avvocati Rubino e Impiduglia, è stato accolto. Pertanto Di Piazza sarà incluso con riserva, nell’elenco unico ad esaurimento dei lavoratori provenienti dai servizi formativi mentre l’assessorato regionale della Famiglia pagherà le spese giudiziali.

 

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Distacco fogna agli utenti morosi. Il TAR dà ragione al sindaco di Grotte

Distacco di Girgenti Acque del servizio di fognatura agli utenti morosi, il TAR Sicilia ha respinto il ricorso avanzato dalla società che gestisce il servizio idrico integrato nei confronti del Comune di Grotte. Era il 23 ottobre del 2015 quando il sindaco del centro agrigentino, Paolo Fantauzzo, con propria ordinanza, vietava ai tecnici di Girgenti Acque di procedere al distacco degli allacci fognari ai cittadini grottesi che non erano a posto con il pagamento delle bollette idriche. Nell’ordinanza del sindaco si faceva leva sul rischio igienico-sanitario che tale procedura poteva innescare. La società presieduta da Marco Campione si era rivolta al TAR per impugnare l’ordinanza sindacale. Lo scorso 20 dicembre però i giudici della prima sezione del Tribunale Amministrativo di Palermo, Presidente Calogero Ferlisi, ha rigettato il ricorso di Girgenti Acque. Una sentenza questa che fa’ giurisprudenza e consentirà anche agli altri sindaci dei Comuni gestiti da Girgenti Acque, di non permettere agli stessi di staccare la fogna ai morosi. I contenuti della sentenza emessa lo scorso 20 dicembre, sono stati illustrati in una conferenza svoltasi nella sede dell’ATI di Agrigento dallo stesso sindaco di Grotte Paolo Fantauzzo. Presenti in conferenza anche i primi cittadini di Casteltermini e Favara, rispettivamente Nuccio Sapia e Anna Alba, quest’ultima amministratrice, nei giorni scorsi aveva diffidato Girgenti Acque a procedere con il distacco dei collegamenti fognari sul suo territorio comunale.

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Il TAR condanna l’assessorato regionale della Salute su sanzioni per aggregazione tardiva dei laboratori di analisi

I titolari di due laboratori di analisi cliniche con sedi rispettivamente a Palma di Montechiaro e Aragona, si erano appellati al TAR Sicilia, per impugnare il decreto dell’Assessore Regionale della Salute che disciplina il sistema di aggregazione dei laboratori di analisi in Sicilia , contenente una previsione di decadenza automatica dell’accreditamento nell’ipotesi di omessa presentazione, entro i termini previsti. I titolari dei due laboratori, patrocinati dagli avvocati Girolamo Rubino e Lucia Alfieri hanno fatto leva sull’illegittimità di una previsione temporale assai ristretta, 60 giorni, per l’aggregazione tra laboratori per il raggiungimento di una soglia minima di prestazioni, contestualemnte i due legali, hanno anche posto l’indice sull’illegittimità della sanzione della automatica decadenza dell’accreditamento di ogni singola struttura nell’ipotesi di esito negativo del procedimento di accreditamento dell’aggregato. I difensori hanno altresì censurato la violazione dei principi comunitari in materia di concorrenza e di autonomia privata. Si è costituito in giudizio l’assessorato regionale della Salute, che chiedeva il rigetto del ricorso, avanzato dai due laboratori. Già il Presidente della Terza sezione del TAR Sicilia, aveva accolto la richiesta di misure cautelari monocratiche avanzata dai difensori , sospendendo l’efficacia della sanzione automatica contenuta nel decreto assessoriale impugnato. Da ultimo il Tar condividendo le censure formulate dagli avvocati Rubino e Alfieri, ha accolto il ricorso condannando l’assessorato regionale della Salute anche al pagamento delle spese giudiziali.

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Agrigento. Approda in Corte d’appello la causa sull’aggressione di un automobilista

Lo scorso 20 luglio ,il Tribunale di Agrigento ha condannato a cinque mesi di reclusione pena sospesa un agrigentino di 49 anni per il reato di minaccia aggravata e lesioni personali in danno di un giovane neopatentato. La vicenda risale al Febbraio del 2009 quando in una serata uggiosa che aveva reso viscido l’ asfalto del viale Emporium di San Leone, il ragazzo, alle prime esperienze di guida, e che procedeva lentamente, fu prima sorpassato e poi aggredito fisicamente e minacciato di non denunciare il fatto ai Carabinieri.  Aggressione che costrinse il giovane a ricorrere alle cure ospedaliere, il referto fu una prognosi di sette giorni, e successivamente, lo stesso si recò dai militari di Villaseta per denunciare il fatto. La persona offesa si era dapprima costituita parte civile con l ‘assistenza dell’avvocato Alfonso Neri e ha successivamente rimesso la querela e revocato la costituzione. Il processo ha comunque il suo corso per la procedibilità d’ufficio e approderà ora innanzi alla Corte di appello di Palermo che potrebbe confermare la condanna per aggressione e minaccia a carico del quarantanovenne automobilista agrigentino.

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“Fu responsabile della morte del figlio”, condannato 70enne aragonese

Un uomo è stato condannato con l’accusa di aver provocato la morte del figlio. La vicenda è quella dell’incidente avvenuto lo scorso marzo ad Aragona. Il camion guidato dall’uomo è andato fuori strada, facendo sbalzare il figlio 36enne fuori dall’abitacolo per poi finire schiacciato dalla ruota anteriore del camion.

Secondo quanto riporta il Giornale di Sicilia, il padre settantenne, accusato di omicidio colposo, ha patteggiato la pena, rifiutandosi di difendersi. Ieri mattina il gip, si legge sul quotidiano, “ha ratificato l’accordo processuale fra il difensore e la Procura che prevede l’applicazione della pena di un anno e quattro mesi di reclusione”.

L’uomo si è sempre difeso sostenendo che si è trattato di una tragedia inevitabile, provocata dalla pioggia, e che la sua condotta era stata ineccepibile.

 

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Agrigento. Comunità alloggio per minori stranieri chiede 367 mila euro al Comune

Si preannuncia un braccio di ferro nelle sedi giudiziarie ad Agrigento tra il Comune e una comunità alloggio per minori stranieri. Al centro della vertenza, il presunto mancato pagamento dell’Ente delle rette relative agli anni 2015 e 2016. La cooperativa, si sarebbe rivolta alle autorità giudiziarie per avere il dovuto corrispettivo per i servizi resi, dal Tribunale, sarebbe già stato notificato al Municipio, un decreto ingiuntivo di pagamento di oltre 367 mila euro. Da Palazzo dei Giganti comunque, sarebbe già pronto un ricorso, secondo il settore Servizi Sociali del Comune, come riportato dai colleghi del giornale online agrigentonotizie.it, “alla cooperativa sono state pagate anche somme maggiori”.IL ricorso al decreto ingiuntivo, su disposizione del sindaco Lillo Firetto, sarà curato dall’avvocato Rita Salvago.Una somma certamente non indifferente quella richiesta dalla cooperativa che, qualora non venisse accolta l’opposizione dell’ingiunzione del Comune, potrebbe pesantemente influire sulle già magre casse di Palazzo di Città.

 

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Cemento depotenziato. Nessun risarcimento per l’ASP di Agrigento

Nessun risarcimento del danno per l’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento che, dopo lo scandalo sul cemento depotenziato dell’Ospedale San Giovanni di Dio, aveva avviato una vertenza giudiziaria nei confronti dei direttori e collaudatori della struttura di contrada Consolida.

La Corte dei Conti adesso ha dichiarato inammissibile l’istanza risarcitoria, l’azienda chiedeva circa 15 milioni di euro.

L’ASP, all’epoca dei fatti ancora ASL, nel 2005 si era rivolta al tribunale civile, in quello stesso anno, dagli uffici giudiziari di via Mazzini, in seguito alle relazioni tecniche eseguite nella struttura, si era decretato l’effettivo utilizzo, nella costruzione dell’edificio, di malta non conforme, quindi di “Cemento depotenziato”.

Nel mirino della magistratura erano finiti quattro lotti di lavori eseguiti tra il 1987 e 2004. Lo scandalo che investì il nosocomio agrigentino, come ricorderete, culminò nell’estate del 2009 con il sequestro preventivo della struttura e l’iscrizione nel registro degli indagati, di diversi professionisti che a vario titolo, sono stati coinvolti nella realizzazione del nuovo presidio ospedaliero.

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Sciacca. In Ospedale scoperti sei talassemici infetti da epatite C

La Procura della Repubblica di Sciacca ha avviato le indagini sui casi di epatite C, riscontrati ed accertati su altrettanti pazienti in cura presso il reparto di Talassemia del locale Ospedale Giovanni Paolo II.

I Carabinieri del NAS di Palermo stanno acquisendo tutte le documentazioni sanitarie presenti nell’unità operativa. Sono circa un centinaio i pazienti del reparto, al vaglio degli inquirenti anche le condizioni dei degenti che non hanno contratto il virus.

Si teme che il contagio possa essere avvenuto tramite le trasfusioni di sangue infetto, per questo motivo, i donatori che hanno effettuato prelievi negli ultimi sei mesi, sono stati richiamati per accertamenti. Intanto sabato scorso, nella Città delle Terme, era presente il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, non si esclude quindi un monitoraggio romano sul caso Sciacca.

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Arresto Arnone. Il 28 novembre la pronuncia del Riesame

E’ attesa per lunedì prossimo 28 novembre alle ore 11:30 la pronuncia del Tribunale del Riesame di Palermo sulla custodia cautelare al quale è sottoposto l’avvocato agrigentino Giuseppe Arnone.

Il legale, intanto dovrà restare ai domiciliari fino al prossimo 10 gennaio a causa del rinvio dell’udienza del processo che vede imputata l’avvocato Francesca Picone e che condiziona la permanenza della stessa custodia cautelare.

Intanto, Arnone sarà parte civile nel processo a carico della sua presunta vittima e a cui, secondo l’accusa, l’ex consigliere comunale avrebbe estorto 50 mila euro per non suscitare clamore mediatico.

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Estorsione Aggravata. Arnone ai domiciliari a San Leone

Parliamo ancora della convalida degli arresti dell’avvocato Giuseppe Arnone, il legale arrestato sabato scorso in flagranza di reato, accusato di estorsione aggravata è attualmente in regime di arresti domiciliari nella sua casa di San Leone.

Dopo un iniziale trasferimento nella residenza di via Mazzini, Arnone è stato accompagnato nella frazione balneare dove, ricordiamo, non potrà comunicare con l’esterno.

L’ex consigliere comunale, difeso dagli i avvocati Faro e Danile, dovrà restare in casa almeno fino a martedì prossimo 22 novembre quando al Tribunale della città dei Templi, è fissata l’udienza del processo che vede imputata l’avvocatessa Picone, ovvero la vittima della presunta estorsione attuata da Arnone.

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Mafia, sequestrato un conto corrente riconducibile al palmese Ribisi

giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale hanno
disposto il
sequestro di un conto corrente
riconducibile al
palmese
Francesco Ribisi, 34 anni, condannato con l’accusa di essere il
capo del nuovo mandamento mafioso di Agrigento. Lo riporta
oggi il
Giornale di Sicilia.
Ribisi è una delle figure di maggiore spessore della maxi inchiesta
«Nuova Cupola», eseguita da squadra mobile e commissariato di
Porto Empedocle il 26 giugno del 2012. Nei mesi scorsi la
Direzione distrettuale antimafia, al termine di una complessa
indagine svolta dalla Guardia di Finanza, ha
chiesto ai giudici
della sezione misure di prevenzione del tribunale di sequestrare un
complesso di beni
ritenuti riconducibili a Francesco Ribisi e,
secondo gli inquirenti, provento della sua attività criminale.
Il collegio di giudici presieduto da Giuseppe Melisenda
Giambertoni
ha rigettato quasi integralmente la richiesta che è
stata accolta solo per un conto corrente.
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Mafia. Sequestrati beni all’imprenditore Collura

2 fabbricati, 26 terreni, un’impresa individuale agricola , beni
aziendali, conti correnti bancari, conti deposito titoli, buoni
postali, carte di credito, per un valore di oltre 550 mila euro. È
quanto seqestrato a Vitale Salvatore Collura, 64 anni, attualmente
detenuto per associazione mafiosa al carcere di Reggio
Calabria.Ad eseguire il provvedimento è stata la
Dia di Agrigento
che, coordinata dal
vice questore aggiunto Roberto Cilona,
si è
occupata delle indagini bancarie e patrimoniali d’intesa con il
procuratore aggiunto Bernardo Petralia. Nel 2002, Collura, è stato
arrestato dalla Dia in esecuzione di un’ordinanza di custodia
cautelare in carcere emessa dal tribunale di Roma, nell’ambito
dell’
operazione “Cobra”
. Da quella attività investigativa era
emerso – ha ricostruito la Dia di Agrigento – l’elevato grado di
partecipazione raggiunto da Collura nell’ambito della criminalità
organizzata, in quanto aveva avuto rapporti non solo con i sodalizi
criminosi operanti nelle province di Agrigento, Palermo, Catania e
Roma, ma anche con quelli del Nisseno, come il clan
Madonia di
Gela. Nel 2011, Collura è stato anche indagato nell’ambito
dell’indagine antimafia denominata “Kamarat”.
Allora, venne
emesso un provvedimento restrittivo dal tribunale di Palermo. Il
giudice per le indagini preliminari aveva rigettato però, la richiesta
di emissione del provvedimento “per insussistenza di gravi indizi
di colpevolezza”. Tuttavia, per quei fatti, Collura,
con sentenza del
22 maggio 2014 della Corte di Assise d’Appello di Palermo,
è
stato condannato ad 8 anni di reclusione per il reato di
associazione mafiosa.
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