Scoperti 85 impianti pubblicitari abusivi, bocciati i ricorsi: le multe vanno pagate

Il tribunale di Agrigento ha dato ragione alla polizia municipale della città dei Templi. Ed è stata una sentenza di secondo grado – un appello su pronunciamento del giudice di pace – per gli 85 impianti pubblicitari abusivi scoperti. Impianti che – stando, appunto, alle contestazioni della polizia municipale – era stati collocati, in diverse località, senza la necessaria autorizzazione. L’importo totale delle multe, per questo caso, era di  36.239 euro. Il ricorso in Appello è stato curato dall’ufficio legale. Il tribunale ha considerato valide tutte le eccezioni e valutazioni del Comune. Intanto, la polizia municipale – coordinata dal comandante Gaetano Di Giovanni – porta avanti i controlli anche sugli impianti pubblicitari presenti in centro quanto nelle periferie. Verifiche per accertare eventualmente la loro irregolarità. 

“Adesca ragazzina e tenta di avere un rapporto orale”, la scatola nera dell’auto per smentire la vittima

La “scatola nera” dell’auto, vale a dire la memoria registrata dal gps della compagnia assicurativa con gli spostamenti dell’auto, per smentire la ragazzina attraverso la prova che è stato fatto un percorso diverso di quello indicato dalla presunta vittima. La difesa di Enzo Cangemi, 50 anni, di Camastra, imputato di tentata violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni, si gioca le ultime carte del dibattimento per smentire la donna, ormai maggiorenne, che lo denunciò. L’avvocato Angela Porcello, ieri mattina, ha rinunciato a sentire quasi tutti i testi della propria lista producendo, però, i documenti dai quali arriverebbe, secondo il suo punto di vista, la prova dell’innocenza dell’uomo. L’episodio al centro del dibattimento, giunto in dirittura di arrivo davanti ai giudici della seconda sezione penale presieduta da Wilma Angela Mazzara, sarebbe accaduto il 27 dicembre del 2016.

Abusi edilizi al Castello di Joppolo Giancaxio, Cassazione annulla dissequestro

La Cassazione ha annullato con rinvio al Riesame il provvedimento di dissequestro del Castello Colonna di Joppolo Giancaxio , bene architettonico di proprietà della famiglia del sindaco di Agrigento Lillo Firetto che, per abusi edilizi, è indagato insieme al fratello Mirko.

L’inchiesta, condotta dal pm Antonella Pandolfi e coordinata dal procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio e dal suo vice Salvatore Vella, ipotizza la realizzazione di opere abusive nella struttura dove si celebrano banchetti nuziali.Gli avvocati Angelo Farruggia, Gaetano Caponnetto e Antonino Reina (il primo legale del sindaco, gli altri due del fratello) avevano sostenuto che le concessioni edilizie fossero state tutte regolarmente rilasciate e che le opere, essendo peraltro migliorative per un vecchio castello abbandonato, fossero lecite.

La struttura, dopo il dissequestro del Riesame, lo scorso gennaio, era stata restituita ai proprietari.

Nessuna spesa pazza: chiesta assoluzione per D’Orsi e Gennaro

Non vi sarebbe stato alcun danno erariale  nei confronti dell’ex Provincia Regionale di Agrigento. Il procuratore generale della Corte dei Conti ha chiesto l’assoluzione per il già presidente della Provincia Regionale di Agrigento, Eugenio D’Orsi ed il vice segretario generale dell’Ente Ignazio Gennaro.

La vicenda riguarda alcuni rimborsi spese, pranzi e cene istituzionali, nonché l’acquisto di beni ed il conferimento di incarichi professionali che, secondo il procuratore generale non avrebbero procurato alcun danno. Per questo è stata chiesta alla sezione giurisdizionale di ribaltare la sentenza emessa nel febbraio del 2014 che condannava il dirigente provinciale e D’orsi.

I giudici decideranno nelle prossime settimane. Nei scorsi giorni la corte d’appello ha assolto l’ex presidente della provincia per l’accusa di “corruzione per l’esercizio della funzione” ribaltando la sentenza di primo grado e cancellato la condanna a 4 mesi di reclusione, che era stata inflitta  l’11 maggio del 2017. D’Orsi era accusato di essersi fatto dare da un vivaista quaranta palme destinate alla sua villa di Montaperto, in cambio di un appalto consistente nella vendita all’ente di tutte le piante dell’attività, prossima alla chiusura. “Assoluzione perchè il fatto non sussiste” questa la motivazione data dai giudici  lo scorso 21 maggio.

“La carica delle 104”, prescrizione vicina

Il 26 giugno prossimo ripartirà il maxi processo sui presunti falsi invalidi scaturito dall’inchiesta denominata “La carica delle 104”. Lo scorso 23 marzo era stato deciso il rinvio a giudizio di 48 imputati ma i tentativi di far partire il dibattimento sono andati tutti a vuoto perché il presidente della prima sezione penale è incompatibile essendosi già occupato del caso in qualità di gip. Ieri la decisione di passare il procedimento ad all’altra sezione. La prescrizione, considerato che molti capi di imputazione sono datati nel tempo e da alcuni fatti sono già trascorsi dieci anni, ha già reso non più punibili alcune imputazioni. Altre lo saranno nel corso del dibattimento, sempre se la difesa non vi rinunci, decidendo di farsi giudicare e rischiando la condanna anche se il decorso del tempo ha reso i reati non più punibili, circostanza che, in concreto, non si verifica mai. L’istruttoria, peraltro, considerata la mole di imputati e imputazioni, è destinata a durare anni. Fu un vero e proprio terremoto quello verificatosi nel settembre 2014 e che diede vita, di fatto, all’inchiesta denominata e poi portata alla ribalta nazionale da tutti i media come “La carica delle 104”: la Procura allora guidata da Renato Di Natale, con l’aggiunto Ignazio Fonzo e il sostituto procuratore Andrea Maggioni, mise gli occhi su quello che sembrava essere un ben consolidato sistema – composto da medici, faccendieri, e finti disabili – che faceva leva sulle agevolazioni della legge 104 e garantiva, a chi non aveva diritto, di poterne usufruire beneficiando quindi di tutti i vantaggi. Adesso quello che è sin da subito stato definito un vero e proprio scandalo giudiziario rischia di non avere mai un verdetto che faccia completa luce sui fatti.

Corruzione: assolto Eugenio D’Orsi

“Assoluzione perchè il fatto non sussiste”. L’ex presidente della provincia Regionale di Agrigento, Eugenio D’Orsi ha commentato in lacrime il verdetto dei giudici della Corte di appello che hanno ribaltato la sentenza di primo grado e cancellato la condanna a 4 mesi di reclusione, per l’accusa di “corruzione per l’esercizio della funzione” che era stata inflitta  l’11 maggio del 2017. D’Orsi era accusato di essersi fatto dare da un vivaista quaranta palme destinate alla sua villa di Montaperto, in cambio di un appalto consistente nella vendita all’ente di tutte le piante dell’attività, prossima alla chiusura. I giudici di appello, ai quali si è rivolto il suo difensore, l’avvocato Daniela Posante, hanno cancellato il verdetto con una sentenza di assoluzione nel merito pur trattandosi di un reato, con ogni probabilità, prescritto. “Non ha commesso alcun reato – ha sostenuto l’avvocato Posante -, manca la prova del collegamento funzionale tra le palme arrivate a casa sua e l’acquisto delle piante fatte dalla Provincia. Senza questo passaggio non esiste alcuna corruzione. Si tratta di due episodi del tutto sganciati fra loro”. Una vicenda che 8 anni fa aveva perfino suscitato l’interesse della trasmissione di Italia 1 “Le Iene”.  Giulio Golia aveva intervistato lo stesso D’Orsi con un fare abbanstanza discutibile provocando l’effetto sensazionalistico a discapito del risultato finale che impatta sul telespettatore.

Il CGA condanna il Comune di Agrigento. Illegittimo il diniego di sanatoria edilizia.

Il CGA condanna il Comune di Agrigento. Illegittimo il diniego di sanatoria edilizia. Un 34enne , di Agrigento, aveva presentato al Comune una richiesta di concessione edilizia in sanatoria relativamente ad un prefabbricato con copertura a spiovente realizzata con pannelli coibentati in contrada Cannatello/Fegotto; ma il Comune di Agrigento, aveva rigettato l’istanza di condono asserendo che l’illecito edilizio sarebbe stato realizzato dopo il 31 marzo del 2003. L’ agrigentino ha proposto un ricorso,  con il patrocinio dell’Avvocato Girolamo Rubino. Il legale ha citato precedenti giurisprudenziali. Il Consiglio di giustizia amministrativa , condividendo la censura formulata dall’Avvocato Rubino, ha dichiarato l’illegittimità del provvedimento di diniego di  concessione in sanatoria impugnato, annullandolo il ricorso e condannando il Comune di Agrigento anche al pagamento delle spese giudiziali.

Montante condannato a 14 anni di reclusione

Secondo l’accusa sarebbe stato al centro del cosiddetto «sistema Montante» una rete spionistica utilizzata per salvaguardare se stesso e colpire gli avversari. La Procura aveva chiesto la condanna a 10 anni e 6 mesi di reclusione. Il gup del tribunale di Caltanissetta Graziella Luparello, magistrato agrigentino, ha condannato in abbreviato Antonello Montante a 14 anni di reclusione. L’ex presidente di Sicindustria era accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico. Sarebbe stato al centro del cosiddetto “Sistema Montante” una rete spionistica utilizzata per salvaguardare se stesso e colpire gli avversari dandogli la possibilità di essere la testa di un “governo parallelo” in Sicilia. Il pm aveva chiesto 10 anni e 6 mesi. Il Gup Luparello, inoltre, ha disposto in favore della Regione Siciliana, che era parte civile, un risarcimento di 70mila euro.Condannato a 3 anni anche il colonnello della Guardia di Finanza Gianfranco Ardizzone, accusato di associazione semplice e corruzione per il quale l’accusa aveva chiesto 4 anni e 6 mesi. Anche lui, come Montante e altri imputati, aveva scelto di essere giudicato con il rito abbreviato. Marco De Angelis accusato di accesso abusivo allo Sdi per il quale erano stati chiesti 6 anni 11 mesi e 10 giorni e l’interdizione dai pubblici uffici, è stato condannato a tre anni. Condannato a un anno e quattro mesi Andrea Grassi, assolto per il concorso esterno. Per attuale questore di Vibo Valentia i reati risalgono a quando era capo dipartimento dello Sco: è accusato di aver rivelato informazioni riservate, era stata richiesta per lui la pena di 2 anni e 8 mesi. A Diego Di Simone capo della securty di Confindustria sono andati 6 anni, l’accusa aveva chiesto 7 anni 1 mese e 10 giorni e l’interdizione dai pubblici uffici. Assolto Alessandro Ferrara così come da richiesta dei pm: era accusato di aver fatto false rivelazioni al pm poi ritrattate.

Via libera del CGA alla vendita di lenti contatti anche da parte di esercizi commerciali diversi da ottiche e farmacie.

Via libera del CGA alla vendita di lenti contatti anche da parte di esercizi commerciali diversi da ottiche e farmacie. Il titolare di un negozio sito a Sciacca, e specializzato nella vendita di occhiali da sole, montature, apparecchi e prodotti fotografici, ha proposto un ricorso giurisdizionale, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, contro il Comune di Sciacca, per l’annullamento del provvedimento con il quale gli era stata vietata la vendita di lenti a contatto. Gli Avvocati Rubino e Impiduglia hanno censurato il provvedimento impugnato rilevando come le limitazioni alla vendita di lenti a contatto si pongano in contrasto le norme del Trattato dell’Unione Europea che riconoscono la libertà di stabilimento, la libera circolazione dei beni e libera circolazione delle merci. Il Consiglio di Giustizia Amministrativa ha consiviso la censura formulata dagli avvocati Rubino e Impiduglia.

Il TAR da torto alla Prefettura di Agrigento: il diniego di porto di fucile era illegittimo.

Il TAR da torto alla Prefettura di Agrigento: il diniego di porto di fucile era illegittimo. Protagonista della vicenda un 60enne di San Giovani Gemini che aveva presentato un’istanza volta ad ottenere il rinnovo della licenza dell’arma per uso caccia, detenuta da parecchi anni; ma la Questura di Agrigento comunicava la sussistenza di motivi ostativi all’accoglimento dell’ istanza, riconducibili al fatto che il figlio del richiedente era stato segnalato per uso di sostanze stupefacenti. Il 60enne ha presentato una memoria evidenziando che il figlio non era più convivente e che nei dodici anni di possesso del porto d’armi aveva sempre dimostrato il pieno rispetto delle regole dell’esercizio venatorio. Ma la Questura non ha accolto , nuovamente, la richiesta di rinnovo. L’uomo ha proposto ricorso prima alla Prefettura e al ministero dell’interno e poi al Tar Sicilia con il patrocinio degli Avvocati Girolamo Rubino (nella foto) e Daniele Piazza. Gli avvocati hanno citato precedenti giurisprudenziali del Consiglio di Stato secondo cui la semplice constatazione di una parentela con un pregiudicato non può da sola bastare a sorreggere un diniego alla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione al porto d’armi.

“Troppo vicino al centro abitato”, il Cga salva l’impianto di stoccaggio di grano e leguminose

La ditta Cipolla continuerà regolarmente ad espletare la propria attività di stoccaggio di grano e leguminose nell’impianto di contrada Fontes Episcopi ad Aragona. Lo ha disposto il Cga che ha ritenuto “tardivo” il ricorso presentato dal proprietario di un terreno confinante. Quest’ultimo, nel settembre 2011, temendo che “dai capannoni ad uso agricolo e dai silos potesse derivare un ingente danno alla salute” presentava – tramite il proprio legale – un’istanza di accesso agli atti chiedendo al Comune di Aragona il rilascio di tutte le concessioni edilizie rilasciate in favore della ditta Cipolla. Nel 2012, lo stesso aragonese si è rivolto al giudice amministrativo per chiedere l’annullamento delle concessioni edilizie.Si costituivano in giudizio sia la ditta Cipolla, rappresentata e difesa dagli avvocati Girolamo Rubino (nella foto) e Vincenzo Airò, sia il Comune di Aragona, rappresentato e difeso dall’avvocato Gabriele Giglio, eccependo la tardività del ricorso. Nelle more del giudizio i Cipolla, titolari della ditta, hanno avanzato a loro volta un’istanza di accesso agli atti sull’immobile del vicino e constatavano l’illegittimità della destinazione ad uso abitativo. All’aragonese è stata notificata ordinanza di demolizione.

Contributo da 300mila euro ritirato dopo informativa prefettizia: il Tar blocca tutto

Il Tar stoppa l’Assessorato all’Agricoltura: imprenditore di Canicattì non dovrà restituire il contributo di trecentomila euro ottenuto per la realizzazione di opere di miglioramento fondiario.

L’uomo, difeso dagli avvocati Girolamo Rubino e Calogero Marino, è titolare di un’azienda agricola e ottenne dei fondi per effettuare alcuni interventi sul terreno di sua proprietà, che sono stati approvati dall’Assessorato regionale dell’Agricoltura e che furono poi anche collaudati da parte dei tecnici dell’assessorato competente. Sei anni dopo però sempre la Regione comunicava il provvedimento di revoca del contributo, richiedendo il rimborso delle somme, in ragione dell’intervenuta informativa antimafia interdittiva resa dalla Prefettura di Agrigento nei confronti dell’imprendiitore. Gli avvocati Rubino e Marino hanno contestato come le opere oggetto del contributo revocato erano state eseguite ed ultimate ben prima dell’adozione del provvedimento di revoca e che al momento dell’adozione del decreto concessorio nonché al momento dell’erogazione dell’ultimo Sal in esito all’accertata ultimazione delle opere, nessun provvedimento interdittivo era stato adottato.

Polizia municipale, respinto il ricorso di Antonica: legittima la nomina di Di Giovanni

Polizia municipale, Gaetano Di Giovanni rimane comandante. Il tribunale di Agrigento ha respinto infatti il ricorso avanzato da Cosimo Antonica, ex dirigente-comandante del corpo e quasi 2 anni fa spostato ad altro incarico dall’Amministrazione. “La pretesa attorea diretta al riconoscimento di un diritto all’assegnazione in via definitiva e senza limiti di tempo ad un incarico di natura dirigenziale quale è quello di comandante del corpo di Polizia Municipale – argomenta il tribunale – già di per sé contrasta con il principio generale della temporaneità degli incarichi dirigenziali. In  ogni  caso,  pur  volendosi  prescindere  dal  superiore  assorbente  rilievo, merita   evidenziare   come   nel   caso   di   specie   non   sussistano   le   ragioni   di illegittimità denunciate dal ricorrente”.  Il giudice inoltre specifica tra le altre cose che non “sia ostativo al conferimento di un incarico dirigenziale,  come  quello  in  esame  avente  natura  altamente  fiduciaria,  il  previo superamento  di  un  concorso  per  lo  svolgimento  di  funzioni  analoghe”. Il tribunale ha condannato Antonica al pagamento delle spese legali per un totale di 4.700 euro, da  corrispondersi  nella misura di euro 2.700,00 in favore del Comune di Agrigento e di euro 2.000,00 in favore di Di Giovanni.

Caso Arnone, il tribunale di Sorveglianza ha deciso: in carcere solo la sera

I giudici del tribunale di sorveglianza di Palermo hanno disposto nei confronti dell’avvocato ed ex consigliere comunale Giuseppe Arnone la semilibertà. Arnone, di giorno, potrà esercitare la professione, ma gli è vietato affiggere manifesti dal balcone del suo studio che è di fronte al tribunale, l’uso di Facebook e piattaforme di vario tipo. La sera dovrà tornare in carcere. La decisione è arrivata tre giorni dopo l’udienza nella quale i suoi difensori, gli avvocati Arnaldo Faro e Raimondo Tripodo, avevano chiesto al tribunale di concedere nuovamente l’affidamento in prova ai servizi sociali mentre il sostituto procuratore generale Rita Fulantelli aveva chiesto che scontasse le due condanne per calunnia e diffamazione, con fine pena fissato per il luglio del 2021, in carcere. Arnone fu arrestato, dalla squadra mobile, lo scorso 27 marzo in seguito a un’ordinanza del magistrato di sorveglianza che gli contestava di avere violato le prescrizioni diffondendo volantini di accuse ai magistrati.

Vince un concorso al Viminale ma non viene assunta perché è figlia di un boss mafioso

Gisella Licata, 36 anni di Grotte non ha mai commesso alcun reato eppure ha dovuto fare causa allo Stato, davanti al Tar del Lazio, perché il ministero dell’Interno vuole impedirle di entrare in servizio dopo che la donna ha vinto un concorso da funzionario civile di prefettura. La vicenda viene raccontata dal Giornale di Sicilia . E’ la figlia di Vincenzo Licata, 63 anni, in carcere da 20, boss mafioso di Grotte, condannato a tre ergastoli. Gisella avrebbe dovuto prendere servizio il 4 febbraio firmando un contratto a tempo indeterminato. La sua assunzione, comunicatale il 28 dicembre 2018, è stata bloccata dal Viminale . Il 2 febbraio infatti, due giorni prima della firma del contratto, Gisella ha saputo che non sarebbe potuta entrare in servizio, nonostante non c’entri niente con la storia del padre, in carcere da quando lei era bambina. La donna, assistita dal legale Girolamo Rubino, ha fatto ricorso al Tar del Lazio chiedendo di sospendere la sospensione e di consentirle di prendere servizio. Il Tar però potrebbe dichiararsi incompetente e decidere di mettere tutto nelle mani del giudice del Lavoro di Palermo o di Agrigento.