Commerciante agrigentino sommerso dai debiti, applicata la legge “salva suicidi”

La perdita di un lavoro, la mancata capacità di acquisto, l’impossibilità di onorare i propri impegni con i propri dipendenti o fornitori accompagnata dai solleciti pressanti da parte dei creditori porta molti ad un bivio. Molti purtroppo, illusi o dimenticati hanno preso una strada sbagliata decidendo di gettare la spugna e farla finita. C’è uno strumento che consentEdi liberarsi dai propri debiti attraverso le procedure indicate nella Legge “salva suicidi”, grazie alla quale si potrebbe ottenere la cancellazione, attraverso un provvedimento del Giudice, di tutti i debiti non pagati, a conclusione dell’iter procedurale della stessa. Ed è accaduto per la prima volta nell’agrigentino dove un commerciante sommerso dai debiti è stato aiutato grazie alla legge. Il tribunale di Agrigento ha omologato il primo “Piano del consumatore”. Con l’omologa il giudice ha accolto la proposta dall’avvocato Marcello Sutera Sardo , con il commercialista Stella Vella, ha presentato un piano di rientro e stralcio dei debiti del suo assistito. Il commercialista, nominato dal tribunale, ha svolto le funzioni di ” Organismo della composizione della crisi”, ovvero ha collaborato alla predisposizione del “piano del consumatore” che prevede la ristrutturazione e stralcio del debito, verificando e attestando la fattibilità del piano proposto, senza la necessità dell’assenso dei creditori. Il decreto di omologa rappresenta un importante risultato che sottolinea l’impegno del tribunale di Agrigento, attento osservatore delle dinamiche sociali, di cui il sovraindebitamento rappresenta un aspetto da vigilare. 

L’omologa – si legge in una nota dell’ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Agrigento – è anche un messaggio di legalità per coloro che si trovano schiacciati dai debiti, un monito per non ricorrere agli usurai al fine  di ripianare i debiti ed evitare gesti insani ma,  ricercare soluzioni offerte dalla Legge, accompagnati da professionisti preparati e qualificati”.

“Spara tre colpi di pistola all’auto di due coniugi”, nuovi guai per Infantino

Prima lo minaccia e poi gli spara tre colpi di pistola contro l’autovettura parcheggiata. Il pubblico ministero Elenia Manno ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini al trentaduenne Gianluca Infantino che, appena ieri, è stato arrestato per l’ultima volta per le accuse di furto, violazione della sorveglianza speciale e minaccia.

Infantino, che ha nominato come difensore l’avvocato Gero Lo Giudice, domani mattina comparirà davanti al gip Stefano Zammuto per l’interrogatorio di convalida dell’arresto. Nel frattempo il pm Alessandra Russo lo ha posto agli arresti domiciliari.

Pochi giorni prima, però, la Procura gli ha notificato un atto di fine indagine per una vicenda che risale allo scorso giugno e avrebbe avuto come vittima un agrigentino che negli anni scorsi è stato coinvolto, proprio insieme ad Infantino, nell’operazione “I soliti ignoti” che ha disarticolato un giro di droga e rapine.

Mafia: convalidato fermo boss Leo Sutera

Il gip del tribunale di Sciacca, Rosario Di Gioia, ha convalidato il fermo e ha disposto la custodia in carcere per Leo Sutera, 68 anni, di Sambuca di Sicilia, ritenuto il capo delle famiglie mafiose dell’Agrigentino. Il provvedimento di fermo – firmato dai pm della Dda di Palermo Alessia Sinatra, Claudio Camilleri e Geri Ferrara – era stato eseguito all’alba di lunedì dai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo e Agrigento e dallo Sco.
Secondo i pm, Sutera – che è difeso dall’avvocato Carlo Ferracane – tornato libero il 7 agosto del 2015, dopo avere scontato la seconda condanna per associazione mafiosa, si sarebbe rimesso al “lavoro” tornando a gestire il mandamento di Sambuca di Sicilia e diventando il boss della provincia di Agrigento, ruolo che aveva ricoperto fino al 26 giugno del 2012, giorno dell’operazione “Nuova Cupola”.

Tar: “Maddalusa è dentro la Zona A”

Una lunga battaglia contro la sovrintendenza ai beni archeologici perché venisse riconosciuto a diverse centinaia di famiglie che abitano nella zona A la possibilità di sanare la loro costruzione. E’ quella che porta avanti un gruppo di cittadini proprietari di case a Maddalusa e il comitato di quartiere sostenendo che moltissimi non sono abusivi perché non hanno costruito nel circuito della antiche mura di Akragas, nella zona tra i due fiumi, che costituisce il cuore della Valle, ma molto più in là. A distanza di otto anni il Tribunale amministrativo regionale ha respinto il ricorso proposto da cittadini e dal comitato di quartiere, sancendo che in quell’area lì, per quanto lontana dalla Valle, non si può costruire.

Nella zona A della Valle dei templi, nell’area cioè che una legge del 1966, approvata subito dopo la frana di Agrigento, è stata dichiarata inedificabilità assoluta.

Secondo il tar, dunque, Maddalusa è e rimane un’area inserita in Zona A del Parco archeologico e vige il divieto assoluto di edificazione. I ricorrenti, utilizzando una lunga serie di osservazioni, contestavano la validità del Prg vigente (per le note vicende del decreto della Presidenza della Regione che accolse alcune singole osservazioni), il diniego opposto ad alcune opposizioni fatte al Piano, proposte dall’ex consigliere comunale Michele Mallia, la vigenza del decreto Gui Mancini e, complessivamente, l’opportunità di imporre un vincolo archeologico in una zona priva di evidenze in tal senso.
Una linea di difesa che il Tar ha smontato, ribadendo che il Piano regolatore generale vigente è quello valido, che il decreto che creò la zonizzazione oggi esistente, il Gui Mancini appunto,  è “pienamente vigente e costituisce.. il solido regime vincolistico posto a fondamento del Prg di Agrigento” e stabilisce, al netto di ogni interpretazione, che quelle aree sono inedificabili. Data la complessità della materia il Tar ha deciso di compensare le spese.

Ricatti all’ex per costringerla a fare sesso, chiesto maxi risarcimento

“Mezzo milione di euro di risarcimento e una provvisionale, vale a dire un anticipo subito esecutivo, di 100 mila euro oltre alla richiesta di “emettere una sentenza di condanna più severa rispetto alla richiesta formulata dal pubblico ministero”. Dopo la requisitoria dell’accusa, col magistrato della Procura Elenia Manno che aveva proposto 2 anni e 8 mesi di reclusione, è toccato all’avvocato Danilo Giracello, difensore di parte civile, illustrare la propria arringa al processo in cui è imputato, con l’accusa di tentata violenza sessuale aggravata, un ventiseienne.

L’imputato, difeso dall’avvocato Antonino Gaziano che esporrà la sua conclusione il 24 ottobre, è accusato di avere ricattato l’ex fidanzata, che avrebbe anche tentato il suicidio per la vergogna e la frustrazione provate, per costringerla ad avere dei rapporti sessuali con lui. All’udienza precedente il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione.

“Non insabbiò pratica edilizia”, assolto dirigente dell’Utc

Assoluzione perchè il fatto non sussiste: la Corte di appello di Palermo ribalta la sentenza di primo grado e scagiona l’ex responsabile dell’Ufficio tecnico di Lampedusa Giuseppe Di Malta, condannato in primo grado a due mesi di reclusione per l’accusa di omissione di atti di ufficio. In primo grado, il giudice dell’udienza preliminare Alessandra Vella gli aveva inflitto, al termine del processo con rito abbreviato, due mesi di reclusione. 

Di Malta, secondo l’ipotesi accusatoria iniziale che non ha retto al vaglio del processo, avrebbe dovuto dare seguito alla formale richiesta di completamento di opere abusive che era stata inviata al suo ufficio. Il professionista, che è stato difeso dall’avvocato Gero Noto Millefiori, era accusato di avere omesso di compiere un atto del suo ufficio che doveva consistere nell’accoglimento o nel rigetto della richiesta da parte di un privato di completare alcune opere abusive su un fabbricato nel centro di Lampedusa.

Omicidio Carità, il Gip non convalida il fermo ma il killer resta in carcere

Il giudice per le indagini preliminari Alessandra Vella ha applicato la misura cautelare in carcere al sessantunenne Orazio Rosario Cavallaro, sottoposto – nei giorni scorsi – a fermo da parte della Procura con l’accusa di essere il killer che ha ucciso, lo scorso 2 aprile, giorno di Pasquetta, il coetaneo Angelo Carità, di Licata. Secondo il Gip vi sarebbero “gravi indizi di colpevolezza”. Il fermo della Procura non è stato, invece, convalidato perché – sempre secondo il magistrato – non vi sarebbe alcun pericolo di fuga. 

“Sferrò 27 coltellate al meccanico socio in affari”: condannato a 12 anni

Condannato a dodici anni di reclusione il 29enne palermitano Giovanni Riggio ritenuto il responsabile dell’omicidio del meccanico agrigentino Giuseppe Mattina. Esclusa l’aggravante della crudeltà e concesse le attenuanti generiche. Ad emettere la sentenza, nel primo pomeriggio di ieri è stato il giudice Gianfranca Claudia Infantino del tribunale di Agrigento. Il Pm Simona Faga, contestando invece la crudeltà, aveva chiesto – durante la sua requisitoria – una condanna a 30 anni. La difesa dell’imputato – rappresentata dall’avvocato Marco Martorana – aveva invece invocato l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”, perché “è stata legittima difesa”.Riggio, fu reo confesso dell’omicidio avvenuto il 5 maggio del 2017 in un magazzino della zona industriale.Riggio sferrò – secondo l’accusa – 27 coltellate al corpo del meccanico.”E’ una sentenza ingiusta – ha criticato l’avvocato Salvatore Cusumano difensore della famiglia Mattina- . La vita di una persona, il padre di un bambino vale forse appena 12 anni?”

Omicidio Carità, il presunto killer compare davanti al Gip

E’ apparso davanti al gip Alessandra Vella il sessantunenne Orazio Rosario Cavallaro, sottoposto a fermo da parte della Procura con l’accusa di essere il killer che ha ucciso, lo scorso 2 aprile, giorno di Pasquetta, il coetaneo Angelo Carità, di Licata. Ha dato la sua versione: “Il giubbotto con le tracce di sangue di Angelo Carità? Non è mio, me l’hanno regalato alla Caritas” ha tentato così di

di spiegare al giudice perché le tracce di sangue della vittima, uccisa con due colpi di pistola calibro 9, sono finite sul suo giubbotto . Nelle prossime ore il gip Alessandra Vella dovrà decidere se convalidare il fermo, disposto dalla Procura. I Carabinieri , coordinati dalla Procura della Repubblica di Agrigento, hanno analizzato nei dettagli alcune immagini video, ottenute da vari esercizi commerciali ubicati nei pressi del luogo del delitto. Immagini in cui si vede il killer giungere a piedi nel terreno di Carità con addosso un giubbotto ed esplodere il colpo di grazia alla vittima. L’analisi di un imponente quantitativo di materiale video acquisito, ha consentito di ripercorrere il tragitto compiuto dalla vittima negli attimi precedenti all’omicidio. In particolare, gli investigatori dell’Arma sono riusciti ad evidenziare un’auto intenta, sia a pedinare per un breve tratto di strada la vittima, sia ad effettuare alcuni passaggi nell’abitazione della stessa. Un’auto di proprietà dei familiari di Cavallaro, che non ne possiede e non potrebbe guidare perchè sorvegliato speciale. Cavallaro ha giustificato anche la sua presenza a Licata, dicendo di essere in giro con l’auto.

Fra le righe emerge un movente legato alla vendetta. Sono emersi contatti con il figlio di Giovanni Brunetto, agricoltore ucciso da Carità che, per questo, aveva rimediato una condanna all’ergastolo ma era libero per decorrenza dei termini.Lo conoscevo ma lui non c’entra nulla con questa storia”, ha spiegato. Cavallaro, secondo il procuratore aggiunto Salvatore Vella, presente all’interrogatorio, che sta coordinando l’inchiesta insieme alla collega Simona Faga, sarebbe stato l’esecutore materiale dell’omicidio, commissionato da qualcuno che, al momento, è ignoto. 

La morte di Pierino Tutino, la difesa insiste: “Fu omicidio”

Lo scorso mese di novembre, l’avvocato della famiglia di Pierino Tutino, Salvatore Pennica, davanti al Gip Alessandra Vella ha illustrato la tesi di un possibile omicidio. Tesi che avrebbe dovuto convincere il giudice a non archiviare – così per come richiesto dalla Procura – il caso. Il legale , lo scorso ottobre, aveva anche chiesto che la salma del cinquantaquattrenne agrigentino venisse riesumata per nuove indagini ed accertamenti. L’avvocato Salvatore Pennica insiste e torna a chiedere nuove indagini per la morte del cinquantaquattrenne, noto per il suo coinvolgimento in inchiesta di mafia, droga e criminalità spicciola. “La consulenza tecnica, redatta dall’ingegnere Andrea Milano, non chiarisce i fatti. Riesumando la salma di Pierino Tutino ed eseguendo l’autopsia possono arrivare le risposte agli interrogativi”. Queste le parole del legale che ieri mattina in udienza si è opposto per la seconda volta alla richiesta di archiviazione del pm Chiara Bisso. Il difensore dei familiari, dai cui esposti partì l’inchiesta in cui furono sospettati due commercianti, chiede al gip di disporre nuove indagini e, in particolare, di eseguire una “ricostruzione cinetica del sinistro che presenta troppe anomalie”. A decidere se far proseguire l’inchiesta, in questo momento a carico di ignoti, dopo avere sentito tutte le parti, sarà il gip Alessandra Vella. Pierino Tutino,  il 22 ottobre del 2015, venne trovato morto lungo il viadotto Imera, ad Agrigento. Tutto faceva pensare ad un incidente stradale. Ma per la famiglia, sono troppe le anomalie riscontrate in quell’incidente , verificatosi lungo la bretella che collega il piazzale Rosselli con la statale 189.

La madre muore e continua a incassare la pensione per tre anni, donna a giudizio per truffa

Incassa per tre anni la pensione della madre morta: un’indagine della Guardia di Finanza la scopre e una donna, Angela Maria Marracini, di San Biagio Platani, finisce a processo per truffa aggravata. Ieri mattina, davanti al collegio di giudici della seconda sezione penale, sono stati sentiti due sottufficiali della Guardia di finanza che hanno ricostruito le indagini.

Nell’aprile del 2009 la madre dell’imputata è morta ma la figlia, sostiene l’accusa, avrebbe effettuato solo una delle due comunicazioni ad Inps e Inpdap facendo cessare la pensione di invalidità ma non quella di vecchiaia.

 

Crollo viadotto Petrulla: prosciolti direttore dei lavori e progettista

Il giudice dell’udienza preliminare Stefano Zammuto ha prosciolto il direttore dei lavori Stefano Orlando e l’ingegnere Angelo Cammarata, progettista del viadotto Petrulla, crollato lungo la strada statale 626, nei pressi di Ravanusa, in provincia di Agrigento, il 7 luglio di quattro anni fa e riaperto dopo un’interminabile odissea solo poche settimane fa. Secondo il giudice le responsabilità del crollo non sono riconducibili ai due imputati.

L’inchiesta della Procura di Agrigento si era sviluppata, soprattutto, per una consulenza tecnica che evidenziava una serie di errori strutturali e di realizzazione dell’opera. Orlando aveva chiesto il giudizio abbreviato, per lui la sentenza è di assoluzione “perchè il fatto non costituisce reato”. Per Cammarata, invece, è stato disposto il non doversi procedere “per non avere commesso il fatto” e, in sostanza, è stata respinta la richiesta di rinvio a giudizio.

Nel crollo non ci fu alcuna vittima ma si rischiò la tragedia perchè un’auto si fermò pochi istanti prima.

 

“Responsabile del caveau di banca si appropria di 131 mila euro”, 50enne patteggia

Il responsabile del caveau della Banca di credito siciliano di Roma si appropria di oltre 131 mila euro con la complicità di un’amica. Il raffadalese Antonino Gerardo Plano, 50 anni, patteggia un anno e sei mesi di reclusione e definisce la vicenda senza altri strascichi grazie anche alla sospensione condizionale.

La sentenza di applicazione della pena è stata ratificata ieri mattina dal gup di Roma, Fabrizio Gentili, su richiesta del difensore di Plano, l’avvocato Giuseppe Barba e del pubblico ministero Rita Ceraso.La vicenda risale al maggio del 2016. Plano, con la complicità di un’amica, Cristiana Cocco, 48 anni, che ha scelto la strada del giudizio abbreviato, avrebbe sottratto a più riprese la somma contenuta nel caveau della banca di cui aveva la responsabilità. 

 

“False attestazioni per il Patto di stabilità”: Firetto interrogato dai pm

Il Sindaco di Agrigento Lillo Firetto, già primo cittadino del Comune di Porto Empedocle, si è recato nel pomeriggio di ieri al Tribunale di Agrigento per incontrare i pm nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta falsa attestazione del rispetto del patto di stabilità ad opera del Comune di Porto Empedocle con riferimento agli anni dal 2011 al 2014.

Un incontro lungo circa due ore dove l’amministratore, accompagnato dall’avvocato Angelo Farruggia, ha risposto alle domande dei pm Simona Faga e Chiara Bisso. Firetto ha fornito chiarimenti sulle contestazioni che gli vengono mosse.

Firetto, come si ricorderà, ha ricevuto ricevuto unitamente all’allora dirigente del Servizio Finanziario di Porto Empedocle e ai componenti dei Collegi dei revisori dei conti succedutisi negli anni, un’informazione di garanzia da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento. Almeno otto gli indagati dopo che i pm agrigentini ipotizzano presunti fondi inseriti in bilancio per occultare un “buco” di circa 3 milioni di euro. Un escamotage che – sempre secondo l’accusa – sarebbe servito a evitare le sanzioni previste ai Comuni per il mancato rispetto del Patto di stabilità.

Assoluzione D’Orsi: depositate le motivazioni

Un lunghissimo processo , iniziato nel 2012. Per l’ex presidente della Provincia Regionale di Agrigento, Eugenio D’Orsi, lo scorso 21 giugno era arrivata la sentenza della corte d’appello di Palermo: assolto perchè il fatto non sussiste. Adesso sono state depositate le motivazioni. Per i giudici sarebbe stata fornita la “piena prova della riconducibilità delle spese all’attività istituzionale”. Nessuna spesa illegittima, dunque, da parte dell’ultimo presidente della provincia regionale difeso dagli avvocati Daniela Posante e Giuseppe Scozzari. L’assoluzione di D’Orsi era arrivata dopo che in primo grado fu assolto da oltre trenta capi di imputazione ma fu condannato ad un anno con l’accusa di abuso di ufficio. “La difesa – scrivono i giudici d’Appello – ha fornito prova della riconducibilità di tutti i rimborsi ad attività istituzionali”.