“Ha stuprato l’ex compagna”, 34enne condannato a 7 anni di reclusione

Il collegio di giudici della seconda sezione penale – presieduto da Luisa Turco – del tribunale di Agrigento ha condannato a 7 anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale di 5 mila euro, oltre alle spese processuali, l’empedoclino di 34 anni, arrestato dai carabinieri il 2 giugno dell’anno scorso, poco dopo la presunta aggressione, con l’accusa di avere violentato e picchiato l’ex compagna in presenza della loro figlia. Il pubblico ministero Chiara Bisso, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna a 11 anni e 4 mesi di reclusione. La vittima, costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Daniela Posante, sarà risarcita e ha ottenuto anche una provvisionale, vale a dire un anticipo, di 5000 euro. 

“Tratta di migranti dall’Africa verso Lampedusa”, condanne per oltre 120 anni

(ARCHIVIO)
La deposizione di una corona di fiori nel luogo del naufragio a Lampedusa il 03 ottobre 2014.
ANSA/CORRADO LANNINO

Il 3 ottobre 2013, al largo dell’Isola dei Conigli, un barcone con 500 persone a bordo si ribalta e 368 migranti muoiono vicino alle coste italiane. Dopo quella tragedia, ricordata come una delle peggiori stragi nel Mediterraneo, partì l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero della Dda Gery Ferrara. Dopo quasi 5 anni arrivano le condanne per per oltre centoventi anni di carcere per i presunti componenti della rete criminale che avrebbe gestito la tratta di esseri umani dall’Africa con destinazione Lampedusa, dopo aver fatto un lungo giro. Il gup di Palermo Annalisa Tesoriere, al termine del processo con rito abbreviato, ha riconosciuto colpevoli sedici imputati. Il processo è quello scaturito dall’operazione Glauco 2. Le imputazioni erano di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Si contestava, in particolare, di avere fatto entrare illegalmente in Italia centinaia di extracomunitari in cambio di somme che andavano dai 1500 ai 2000 dollari ciascuno e di avere consentito ai migranti giunti nel Paese di spostarsi e trasferirsi nel nord Europa. Il primo stralcio processuale aveva portato ad una serie di condanne. Ieri è stato emesso il secondo verdetto. Le pene più elevate, 10 anni e 33mila euro di multa, sono state inflitte ai capi della banda.

Costrinse la cognata a fare sesso: il processo il 2 ottobre

Bisognerà attendere il prossimo 2 ottobre, data in cui verrà avviato il processo che vede imputati una donna, suo cognato, suo marito ed il suocero.

Una torbida storia che arriva da Favara. La donna sarebbe stata costretta dal cognato ad avere un rapporto sessuale. Denunciata la violenza per la favarese ne arriva un’altra di violenza, quella psicologica esercitata dal suocero e dal marito di lei, nonché fratello del presunto violentatore.

I “protagonisti” di questa vicenda saranno imputati nel processo che si aprirà il prossimo autunno. La donna si costituirà parte civile

Resta in carcere il 53enne Giuseppe Nugara

Resta in carcere il 53enne Giuseppe Nugara, ritenuto presunto appartenente alla famiglia mafiosa di San Biagio Platani e arrestato dai militari dell’Arma dei Carabinieri lo scorso 22 gennaio nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Montagna” che ha sgominato i presunti vertici e affiliati di “Cosa Nostra” agrigentina.I giudici della Cassazione hanno infatti ritenuto inammissibile il ricorso presentato dai legali difensori dell’uomo, facendo così diventare definitiva l’ordinanza cautelare di custodia in carcere emesso dal gip del Tribunale di Palermo e successivamente confermato dal Riesame.

Secondo l’accusa, Nugara avrebbe stretto legami con l’ex Sindaco del paese che avrebbero previsto una serie di favori in cambio di un sostegno elettorale

Tragedia delle Maccalube, il giudice: “Non ci fu vigilanza e quella riserva andava chiusa”

“Non ci fu vigilanza, quella riserva andava chiusa”. E’ questa una delle motivazioni della sentenza per la morte dei fratelli Mulone ad Aragona. Sotto accusa la mancanza di una recinzione idonea. Le motivazioni del giudice Giancarlo Caruso del tribunale di Agrigento sono scritte dentro ad una sentenza a chiare lettere. Il fatto risale al settembre del 2014, quando i due fratellini Carmelo e Laura Mulone furono inghiottiti dal fango della riserva delle Maccalube. I piccoli furono travolti dall’esplosione di un vulcanello della riserva aragonese. Nel gennaio scorso il giudice condanno in primo grado Domenico Fontana e Daniele Gucciardo, rispettivamente presidente di Legambiente Sicilia e operatore della Riserva. Fu assolto invece Francesco Gendusa, funzionario della Regione. “L’esistenza di una barriera, ancorché precaria – sottolinea il giudice Caruso –  in grado di frapporre una distanza minima dalla sede dell’esplosione, avrebbe potuto esercitare un’incidenza rilevante, quantomeno in termini di mitigazione del rischio, sugli eventi verificatisi il 27 settembre 2014. “

“Provocò la morte dell’amico ma non guidava drogato”, chiesta condanna a 2 anni

Due anni di reclusione per omicidio stradale e lesioni personali colpose ma non c’è la prova che l’automobilista guidasse drogato, “perché andavano fatti ulteriori accertamenti”. Il pubblico ministero Antonella Pandolfi esclude un’aggravante che, nel caso in cui, invece, dovesse essere riconosciuta, potrebbe portare a una condanna fino a dieci anni di carcere. Il processo, in corso con rito abbreviato davanti al gup Alessandra Vella, è quello per la morte del ventitreenne di Raffadali Salvatore Lombardo.

Secondo la Procura, il ragazzino morì per colpa dell’amico, Alfonso Amodeo, 25 anni, di Raffadali. Il pm Silvia Baldi, trasferita nei mesi scorsi, aveva chiesto il rinvio a giudizio contestandogli l’aggravante di avere guidato la Fiat Punto, a bordo della quale si trovavano insieme a un terzo ragazzo, in stato di alterazione dovuto all’assunzione di droghe leggere.

“Minaccia giudice per sentenza sfavorevole”, sessantacinquenne a giudizio

Sarebbe entrato nell’aula del Tribunale di Agrigento minacciando un giudice in servizio alla sezione civile poiché riteneva che quest’ultimo avrebbe negato un risarcimento al figlio.

Una vicenda che risale al luglio del 2016 ma ora finisce con la citazione diretta a giudizio del protagonista, un uomo di Palma di Montechiaro, accusato di minacce gravi. Il 65enne finirà così a processo e la prima udienza si terrà il prossimo 20 giugno davanti al giudice monocratico del tribunale di Caltanissetta.

La presunta minaccia sarebbe stata effettuata poichè l’uomo riteneva di essere stato vittima di una ingiustizia per una causa intentata ad alcuni medici dell’Ospedale che avrebbero, secondo la sua versione, causato la perdita di vista da un’occhio per il figlio. Il giudice non ritenne vi fosse alcun nesso fra la condotta dei medici ospedalieri e per la perdita di vista. Una sentenza che, data la reazione, non fu accettata dal 65enne che si recò così dal giudice, non trovandolo in aula, e iniziò ad inveire contro i presenti dicendo che sarebbe andato a trovare a casa il giudice

Omicidio Vinci, la parte civile chiede condanna per Lodato senza alcuna attenuante

Continua il processo a carico Daniele Lodato, il 34enne che, lo scorso giugno, uccise a coltellate Marco Vinci di fronte un pub a Canicattì.
Dopo la requisitoria del pubblico Ministero e la richiesta di condanna a 30 anni, è stata la volta della parte civile. Gli avvocati della famiglia della vittima, hanno chiesto la condanna del 34enne senza alcuna attenuante possibile.
Lodato, infatti, sembrerebbe avere avuto il tempo di far sbollire la rabbia montata in seguito alla discussione con Marco Vinci, visto che sarebbe salito in macchina per tornare a casa e prendere il coltello con cui uccise il giovane canicattinese.

Corruzione. La procura di Caltanissetta indaga altre illustri personalità coinvolte nel “sistema Montante”

L’inchiesta “double face” della Procura nissena che ha portato all’arresto dell’ex numero uno degli industriali siciliani Antonello Montante sta provocando effetti simili a quelli di un devastante sisma che fa tremare i palazzi del potere e i consigli di amministrazione di diverse aziende.

Da ieri, nuovi illustri nominativi si sono aggiunti nel registro degli indagati, tra loro l’ex presidente della Regione, Rosario Crocetta accusato di finanziamento illecito ai partiti e concorso in associazione a delinquere finalizzato alla corruzione. Indagate anche due membri della giunta Crocetta, Linda Vancheri e Mariella Lo Bello, nell’indagine finiscono anche l’attuale commissario straordinario al Comune di Licata, Mariagarzia Brandara e il successore di Antonello Montante a sicindustria Giuseppe Catanzaro. Tra gli indagati anche il vice questore aggiunto Vincenzo Savastano, in servizio all’ufficio della polizia di frontiera dell’aeroporto di Fiumicino e le due strette collaboratrici di Montante, Carmela Giardina e Rosetta Cangelosi che sono accusate di favoreggiamento.

Secondo i pm nisseni, un contributo di circa un milione di euro, in nero, sarebbe stato messo a disposizione dagli industriali per la corsa di Rosario Crocetta verso Palazzo d’Orleans. La controparte per il presidente eletto, sarebbe stata la nomina all’assessorato alle Attività Produttive di Linda Vancheri e Mariella Lo Bello mentre per Mariagrazia Brandara si sarebbero aperte le porte dell’Irsap al posto di Alfonso Cicero che attualemnte è tra gli accusatori di Montante.

Sempre secondola Procura nissena, i due assessori in quota Montante, avrebbero portato benefici negli interessi dell’imprenditore che avrebbe avuto dei contributi elargiti in favore di aziende a lui vicine o riconducibili.

Quello che emerge è il sistema di potere fatto di ragalie di varia natura e di ricatti a cui si associa anche l’impressionante attività di dossieraggio. Non mancherebbero neanche video compromettenti che il Montante avrebbe poi fatto uscire al bisogno. Tra i peronaggi immortalati in vicende più o meno scabrose risulterebbero l’ex assessore Nicolò Marino e Giulio Cusumano, ex presidnete dell’azienda siciliana trasporti (AST).

Documenti contenuti in hard disk e pen drive che Montante almometo del suo arresto,avrebbe cercato di danneggiare, circonstanza quest’ultima negata dal legale difensore dell’imprenditore di Serradifalco.

“Il mio assistito, all’arrivo della polizia nella sua abitazione, non si è disfatto di alcuna prova di reato – spiega l’avvocato Giuseppe Panepinto – temendo che non si trattasse di agenti, ma di malviventi, ha tardato ad aprire e ha cercato di mettersi al sicuro. Il contenuto delle pen drive danneggiate, ritrovate dai poliziotti nello zaino dell’indagato – ha aggiunto l’avvocato – era stato trasferito in altre chiavette perfettamente funzionanti, già in possesso degli inquirenti”.

C’è il binario della legalità, che lega gli itnerari professionai di molti degli indagati, da Montante che è stato il responsabile legalità di Confindustria alla Brandara, che è stata la presidente del consorzio agrigentino della legalità e lo sviluppo. Di legalità ha parlato spesso anche l’ex vice presidente della Regione Mariella Lo Bello paladina da assessore delle zone franche della Legalità.

Una nota di colore, nel torbido sistema che la Procura nissena sta facendo emergere, riguarda la titolarità della scorta assegnata a molti degli indagati. Paradossi italiani, se si pensa alle misure di prevenzione revocate ai familiari del testimone di giustizia Ignazio Cutrò che l’antimafia l’ha fatta non a parole denunciando e facendo arrestare i suoi estorsori.

“Crack da 50 milioni di euro dei supermercati”, Burgio condannato a 8 anni

Otto anni di reclusione per l’accusa di bancarotta fraudolenta: i giudici della seconda sezione penale del tribunale di Agrigento hanno condannato l’imprenditore Giuseppe Burgio, 54 anni, originario di Porto Empedocle, accusato di avere fatto sparire somme per circa 50 milioni di euro dalle imprese del suo gruppo che operava nel settore della distribuzione alimentare.

Una settantina di dipendenti e soci si erano costituiti parte civile e hanno ottenuto anche il risarcimento che dovrà essere quantificato in sede civile. Il collegio di giudici presieduto da Luisa Turco ha emesso il verdetto poco dopo le 16,30 di ieri. La linea dei pubblici ministeri Simona Faga e Alessandra Russo è stata accolta quasi interamente: Burgio è stato assolto solo per una contestazione di distrazione di circa un milione di euro. 

“Il fatto non sussiste”, morte Enzo Rigoli: assolti i due medici imputati

Assoluzione perché il fatto non sussiste: il diciannovenne Enzo Rigoli non morì per la negligenza dei medici ma per i gravi traumi subiti nell’incidente che non gli avrebbero lasciato scampo qualunque sarebbe stato l’operato dei sanitari. È la conclusione a cui è giunta il giudice monocratico Maria Alessandra Tedde che ha emesso la sentenza del processo a carico dell’ex primario del reparto di Chirurgia dell’ospedale San Giovanni di Dio, Salvatore Napolitano, e del medico dello stesso reparto Sergio Sutera Sardo.Al primo veniva contestato di essere arrivato in sala operatoria due ore dopo essere stato chiamato (l’imputato, residente a Gela, ascoltato in aula, ha dato la colpa del ritardo al maltempo) mentre Sutera Sardo, secondo l’accusa, avrebbe dovuto intervenire chirurgicamente per tamponare l’emorragia nell’attesa che venisse il primario. Il pubblico ministero Manuela Sajeva aveva concluso la requisitoria chiedendo la condanna di entrambi gli imputati. Anche la pena proposta era piuttosto elevata. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti per Sutera Sardo e due anni e sei mesi per Napolitano. Nessuno dei due, secondo il magistrato onorario che ha rappresentato l’accusa, era meritevole della concessione delle attenuanti generiche. Per Sutera Sardo era stata proposta anche la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione. Enzo Rigoli è morto il 16 dicembre del 2012 per uno choc emorragico in seguito a un incidente stradale autonomo con la sua Citroen C3 in contrada Gasena. L’incidente, negli istanti immediatamente successivi, non sembrava neppure così grave tanto che il ragazzo era lucido. Il verdetto del processo è stato emesso di sabato perché il giudice Tedde è stata trasferita e nei prossimi giorni lascerà il tribunale di Agrigento. Nelle scorse settimane Michela Frasca, madre dello sfortunato ragazzo, aveva lanciato un appello al giudice chiedendo che non si azzerasse il dibattimento e si facesse presto visto che la prescrizione non era lontana. A tenere i riflettori accesi sulla vicenda sono stati proprio i genitori del ragazzo che hanno lanciato diversi appelli chiedendo che venisse fatta giustizia e opponendosi all’archiviazione del caso. A lungo hanno sostenuto le loro ragioni, invocando la condanna degli imputati a loro dire responsabili di gravi omissioni. La sentenza è arrivata al termine di un dibattimento molto complicato in cui i consulenti di parte erano giunti a conclusioni opposte. “La condotta professionale dei medici non è certamente condivisibile e un trattamento ottimale avrebbe aumentato le possibilità di sopravvivenza ma forse in maniera non decisiva”. Così i periti, nominati dal giudice Maria Alessandra Tedde per tentare di fare luce sulle cause della morte, all’udienza precedente avevano tentato di chiarire i dubbi. Il medico legale Dino Maria Tancredi e il chirurgo Innocenzo Bertoldi, lunedì mattina, hanno illustrato in aula le loro conclusioni e, nella sostanza, avevano lasciato qualche margine di dubbio.Le posizioni di altri quattro medici, inizialmente indagati per omicidio colposo, sono state archiviate.

Assolto direttore di banca accusato di truffa

Salvatore Lombardo, ex direttore della Banca Antonveneta di Ravanusa, è stato assolto, in appello, dall’accusa di truffa aggravata ai danni di un avvocato. La vicenda ruotava intorno ad una somma di 40mila euro depositata in banca da un avvocato che a seguito di alcune irregolarità sporse denuncia. A Lombardo, assistito dall’Avv. Ignazio Valenza, veniva contestata l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso di relazioni di prestazioni d’opera. In primo grado l’ex direttore di banca era stato condannato, dal tribunale di Agrigento, ad un anno di reclusione e al risarcimenti di 5mila euro per danni morali e altri 51mila eurom per danni patrimoniali.

Netturbino accusato di abusi sulla figlia: la vittima conferma in aula

Conferma le accuse nei confronti del padre, pur mostrando un profondo travaglio. In molti casi le vengono evidenziate le divergenze rispetto a quanto aveva detto in precedenza ai carabinieri. Alla fine, comunque, la sua testimonianza è stata acquisita e sarà pienamente utilizzabile in un eventuale processo. Il procedimento è quello a carico del netturbino cinquantenne finito in carcere il 10 gennaio con l’accusa di avere ripetutamente violentato e picchiato la figlia. Ieri, fra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, si è celebrato l’incidente probatorio.
A chiedere l’interrogatorio della donna, in modo da acquisire la prova e renderla pienamente utilizzabile al processo, era stata il pm Russo sottolineando l’urgenza di acquisire subito la testimonianza in quanto “la vittima versa in una condizione di particolare vulnerabilità”. Nell’ambito dell’inchiesta sono stati iscritti sul registro degli indagati, con le accuse di false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento, altri due figli, la moglie e i cognati del principale indagato che avrebbero mentito, lo scorso 16 settembre quando furono chiamati a testimoniare, per sviare l’inchiesta.

Neonato morto per un guasto della culletta termica, due condanne

Un anno e otto mesi di reclusione per un pediatra e otto mesi per una ginecologa. Sono le pene inflitte dalla giudice del Tribunale di Agrigento nei confronti dei presunti responsabili della morte di un neonato, che secondo l’accusa sarebbe avvenuta per una disattenzione e una mancata diagnosi precoce.

Assoluzione invece per un infermiere. Per i tre l’accusa era di omicidio colposo. Il tragico evento avvenne nel giugno del 2011 a causa, sempre secondo la tesi accusatoria, di una mancata diagnosi durante la gestazione e dal malfunzionamento di una culletta termica che sarebbe servita a trasportare il neonato in una struttura ospedaliera meglio attrezzata.

Secondo il pm la diagnosi della patologia sofferta dal neonato avrebbe potuto consentire un intervento programmato ed evitare così il decesso. La nascita e la necessità di trasportare il piccolo in altra struttura sanitaria avrebbe invece provocato la morte dovuta anche dal malfunzionamento della culla termica che non sarebbe stata controllata prima della partenza. Un viaggio lungo sette ore che ha così portato dapprima ad una sosta tecnica al “Sant’Elia” di Caltanissetta e il successivo trasporto in elisoccorso per Catania per Taormina.

Potrà insegnare vicino casa per assistere il figlio disabile, condannato l’Ufficio scolastico regionale

Battaglia vinta per una docente licatese alla quale è stata assegnata una sede di servizio vicino casa o, in subordine, in una struttura limitrofa, secondo l’ordine di preferenza espresso nella richiesta.Lo ha stabilito un’ordinanza del Giudice del Lavoro del Tribunale di Caltagirone che ha dato ragione alla donna, mamma di tre bambini, di cui uno portatore di handicap grave, che, per l’anno scolastico 2017-2018, aveva legittimamente chiesto, facendo leva su una apposita legge in materia, il temporaneo trasferimento da un Istituto Comprensivo in Provincia di Catania, dove ha una cattedra di ruolo, alla sede di Licata e in alternativa a quella di Palma o di Agrigento, in modo da potere accudire, curare e assistere il figlio disabile. A seguirla e ad accompagnarla in questo procedimento sono stati i legali agrigentini, Domenico Scarnà e Gianmarco Carnabuci.

Mafia, la maxi inchiesta “Montagna” approda in Cassazione

L’inchiesta antimafia “Montagna”, che il 22 gennaio ha disarticolato le nuove famiglie mafiose della provincia di Agrigento, approda in Cassazione. Davanti alla Suprema Corte saranno discusse quasi tutte le cinquantacinque posizioni degli indagati. Da una parte i ricorsi della difesa contro le decisioni del tribunale del riesame di confermare gli arresti e dall’altra quelli della Dda che chiedono di ripristinare le misure cautelari annullate.

Il 24 maggio toccherà a Raffaele La Rosa, 59 anni, ritenuto un componente della famiglia mafiosa di San Biagio Platani. Devono essere ancora fissate le date ma con ogni probabilità saranno lo stesso giorno, oppure a ridosso, le udienze per l’ormai ex sindaco di San Biagio Platani, Santo Sabella, dimessosi dopo l’arresto, e per il presunto boss del paese Giuseppe Nugara, con cui avrebbe stretto un patto elettorale in occasione delle elezioni amministrative del 2014.

“Non si appropriò di soldi di una finanziaria”, assolto l’imprenditore Burgio

Assoluzione perché il fatto non sussiste”. Secondo il giudice monocratico del tribunale di Agrigento, Sabrina Bazzano, l’imprenditore Giuseppe Burgio, 54 anni, coinvolto anche in una maxi inchiesta per il crack delle sue imprese, non si appropriò dei soldi destinati a una finanziaria ma semplicemente, come sostenuto dallo stesso imputato, non pagò perché la società stava per fallire e non era nelle condizioni di farlo. La vicenda risale a otto anni fa. Burgio, definito un tempo il “re dei supermercati” e adesso detenuto, prima in carcere e adesso ai domiciliari da un anno e mezzo, con l’accusa di avere provocato una bancarotta da 50 milioni di euro, era stato denunciato da una dipendente della Ingross. L’impiegata di uno dei supermercati del suo gruppo, che prima di fallire operava con decine di punti vendita sparsi per la Sicilia, denunciò una presunta sottrazione di fondi – circa 2.500 euro – da parte del titolare della società. La donna, in particolare, aveva subito la cessione del quinto dello stipendio da una società finanziaria.

Legge 104, ad Agrigento le prime nove sentenze di condanna

Prime sentenze di condanna a seguito del processo avviato ad Agrigento per far luce su un vasto giro di false certificazioni di invalidità (legge 104) ottenute, secondo l’accusa, da numerosi docenti e lavoratori ATA con la complicità di medici e funzionari, al fine di essere trasferiti nella propria provincia di residenza abusando dei benefici prevista dalla legge. Il Tribunale della città dei templi ha condannato le prime 9 persone coinvolte nelle indagini che hanno scelto il giudizio abbreviato o il patteggiamento mentre altre 48 sono state rinviate a giudizio.

Gli imputati, oltre alle pene di legge, sono stati condannati anche al risarcimento del danno in favore della FLC CGIL di Agrigento, da liquidare in sede civile, e al rimborso delle spese legali.

“La prima sentenza del tribunale di Agrigento, contro i cosiddetti furbetti della legge 104, ci soddisfa non tanto per le condanne ma per aver stabilito una volta per tutte la certezza che nessuno può abusare di una legge di civiltà riconosciuta a chi ha veramente bisogno di assistenza perché in grave stato di salute.” Interviene così il segretario provinciale della Flc Cgil, Gaetano Bonvissuto che continua: “

L’esserci costituiti parte civile, al tribunale di Agrigento, contro i cosiddetti furbetti della legge 104, noi pensiamo, rientra proprio nello spirito fondativo della CGIL: i valori, le persone, i diritti veri, la tutela collettiva e individuale”.

“Non è socialmente pericolosa”, revocata sorveglianza alla sorella di Gerlandino Messina

 Revocata la sorveglianza speciale per la 39enne empedoclina Anna Messina. A deciderlo i i giudici della seconda sezione misure di prevenzione del tribunale di Agrigento presieduta da Luisa Turco, con a latere Giuseppe Miceli e Rosanna Croce, che hanno accolto le richieste dell’avvocato Salvatore Pennica, difensore della sorella del boss Gerlandino.

Secondo i giudici infatti, non vi sarebbero più elementi per sostenere che la donna sia ancora socialmente pericolosa.

Anna Messina fu sottoposta al provvedimento restrittivo dopo i processi, per concorso esterno in associazione mafiosa, che la videro coinvolta come imputata. Secondo l’accusa Anna Messina avrebbe avuto il compito di smistare “pizzini” che sarebbero poi finiti al fratello Gerlandino. Una vicenda conclusa, dopo le condanne nei primi due gradi di giudizio, con l’assoluzione della stessa dopo il rinvio da parte della Cassazione ad un nuovo processo d’Appello. Assoluzione divenuta così definitiva e che ora si conclude con la revoca della sorveglianza speciale.

Tangenti al comune di Campobello, si difende l’ex dirigente Nigro

Si difende l’oramai ex dirigente dell’ufficio Ambiente del Comune di Campobello di Licata, Giuseppe Nigro, accusato di avere preteso una tangente da alcuni imprenditori per effettuare dei lavori per conto dell’Ente.

L’uomo, licenziato dopo l’arresto con l’accusa di concussione, dice di non sapere nulla accusando l’altro funzionario coinvolto, Francesco La Mendola, che avrebbe riscosso la tangente e che nelle scorse settimane ha patteggiato la pena a due anni e otto mesi di reclusione, oltre a un anno di interdizione dai pubblici uffici. Fu quest’ultimo a intascare la “mazzetta” da tre mila euro non sapendo però che a riprenderle c’erano le telecamere poste dai Carabinieri dopo la denuncia degli imprenditori a seguito delle presunte pressioni ricevute. Dopo l’arresto fu lo stesso funzionario ad accusare il dirigente.

Ipotesi smentita da Nigro che davanti al gup del Tribunale di Agrigento ha affermato di non sapere nulla della tangente. Prossima udienza il 31 maggio.

Depuratore inquinante sequestrato a Lampedusa: 13 avvisi di garanzia

IL gip del tribunale di Agrigento Francesco Provenzano, ha disposto il sequestro preventivo del depuratore comunale di contrada Cavallo Bianco a Lampedusa, poiché a seguito delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica e condotte da Carabinieri e Guardia Costiera, è risultato essere non funzionante.

13 sono stati gli avvisi di garanzia emessi, tra gli indagati anche l’ex sindaco Giusi Nicolini e l’attuale primo cittadino dell’isola Salvatore Martello, ma nel mirino della magistratura ci sono anche tecnici comunali e funzionari regionali.

La vicenda trae origine dalla realizzazione del nuovo impianto di depurazione datata 2012, costo dell’opera 8 milioni di euro, dalla dismissione del vecchio impianto, le acque dovevano continuare ad essere trattate in attesa dell’entrata in esercizio della nuova struttura.

Secondo gli inquirenti invece, tramite un pennello a mare, non autorizzato, i liquami venivano scaricati direttamente in acqua tramite una condotta sottomarina che tra le altre cose, come rilevato dai sommozzatori della guardia Costiera, era rotta a pochi metri dalla costa.

Dalle analisi dell’ARPA, nello specchio d’acqua antistante la Porta d’Europa, sono stati rilevati valori fecali 10 mila volte superiori ai limiti consentiti.

Tra le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, ci sono quelle di inquinamento ambientale, distruzione di habitat protetto e omissione in atti d’ufficio.

Durante i controlli, gli inquirenti hanno anche scoperto e sequestrato un deposito all’interno del quale, erano stati stoccati irregolarmente circa 60 tonnellate di materiale, ritenuto potenzialmente pericoloso.

Con il depuratore comunale di Lampedusa, cresce la lista degli impianti sequestrati dalla magistratura in Provincia di Agrigento, in precedenza i sigilli erano scattati in diverse strutture gestite dalla società Girgenti Acque.

Assunzioni e gestione del servizio idrico in Provincia di Agrigento. 73 indagati, tra cui il prefetto, il papà del ministro Alfano, politici, dirigenti pubblici, giornalisti e uomini delle forze dell’ordine

E’ bufera giudiziaria sulla gestione del servizio idirico in Provincia di Agrigento, la Procura ha notificato ben 73 avvisi di proroga delle indagini nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza un’associazione a delinquere legata anche alle assunzioni a “Girgenti Acque”, società che gestisce il servizio idrico e fognario in 27 dei 43 Comuni dell’agrigentino. Tra i reati ipotizzati l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa, corruzione, riciclaggio e inquinamento ambientale.

Nel lungo elenco degli indagati, figurano personalità illustri, tra i quali il prefetto di Agrigento Nicola Diomede, il presidente dell’antitrust Giovanni Pitruzzella, l’ex presidente del Consiglio di Giustzia Amministrativa della Sicilia Raffaele De Lipsis, il padre del ministro degli Esteri, Angelo Alfano, due ex presidenti della Regione e uno della Provincia di Agrigento, rispettivamente Angelo Capodicasa. Raffaele Lombardo e Eugenio D’Orsi e il parlamentare regionale Riccardo Gallo e gli ex deputati, Giovani Panepinto e Vincenzo Fontana.

La Proroga delle indagini è stata firmata dal procuratore capo Luigi Patronaggio e dai sostituti Salvatore Vella, Alessandra Russo e Paola Vetro.

Nel mirino della magistratura ci sono gli affari che ruotano attorno al servizio idrico, ed in particolare sulla gestione della società Girgenti Acque di cui nel recente passato si è occupata anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

Dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia circa le modalità di assunzione del personale impiegato da Girgenti Acque, la DDA, aveva ipotizzato, il voto di scambio politico mafioso. Lo stesso ex procuratore aggiunto di Agrigento, Ignazio Fonzo, durante un’audizione con la commissione parlamentare d’inchiesta aveva parlato senza mezzi termini di assumificio.

Nell’inchiesta sono coinvolti anche dirigenti pubblici, amministratori e consiglieri comunali, membri delle forze dell’ordine, giornalisti e avvocati. Nei giorni scorsi, la Procura di Agrigento ha intensificato i controlli proprio su Girgenti Acque e Hydrotecne, società controllata dalla stessa Girgenti Acque e i cui vertici, di entrambe le aziende figurano adesso iscritti nel registro degli indagati, ovvero Marco Campione e Pietro Arnone.

Tra le ipotesi degli inquirenti, quelle di un sistema corruttivo che abbia beneficiato diversi esponenti politici che in Girgenti Acque, avrebbe piazzato persone considerate vicine alle loro posizioni, se non addirittura appartenenti allo stesso nucleo familiare. Assunzioni che poi, avrebbero garantito agli stessi, un bacino elettorale da cui attingere in caso di consultazioni. In attesa di conoscere le eventuali responsabilità contestate a ciascuno degli indagati, vediamo insieme chi sono le altre persone coinvolte: Giuseppe Giuffrida,Gerlando Piro, Pietro Pasquale Leto, Alfonso Bugea, Salvatore Aiola, Giacomo Antronaco, Silvio Apostoli, Giuseppe Arcuri, Bernardo Barone, Filippo Caci, Giuseppe Carlino, Lelio Castaldo, Francesco Castaldo, Giovanni Caucci, Vincenzo Corbo, Salvatore Cossu, Piero Angelo Cutaia, Antonio D’Amico, Domenico D’Amico, Angelo Lombardo, Luigi D’Amico, Carmelo Dante, Igino Della Volpe, Leonardo Di Mauro, Pietro Di Vincenzo, Salvatore Fanara, Arnaldo Faro, Filippo Rosario Franco, Salvatore Gabriele, Diego Galluzzo, Calogerino Giambrone. Gerlando Gibilaro, Giuseppe Giuffrida, un altro Giuseppe Giuffrida, Flavio Gucciardino, Ignazio La Porta, Francesco Paolo Lupo, Maria Rosaria Macaluso, Piero Macedonio, Giuseppe Marchese, Giuseppe Milano, Calogero Patti, Giuseppe Pitruzzella, Gian Domenico Ponzo, Vincenzo Puzzo, Fulvio Riccio, Giancarlo Rosato, Antonino Saitta, Luca Cristian Salvato, Giuseppe Maria Scozzari, Carlo Sorci, Alberto Sorrentino, Gioacchino Michele Termini, Emanuele Terrana, Maria Terrana, Giuseppe Maria Saverio Valenza, Carmelo Vella, Rino Vella, Calogero Vinti, Roberto Violante.

Operazione antidroga “Home Made” News Agrigentotv

La droga dal produttore arrivava direttamente al consumatore. Per questo l’operazione dei carabinieri  è stata denominata “home made”. Era la coltivazione diretta della sostanza stupefacente nelle campagne licatesi, il principale metodo di approvvigionamento utilizzato dal sodalizio per rifornirsi di “Marijuana” che veniva poi rivenduta su tre province della Sicilia. Un’ asse che si snodava  tra le piazze di Licata, Catania e Messina, con lo smercio di ingenti quantitativi di “Marijuana” ed in alcune occasioni anche di “Cocaina”. Sono stati i Carabinieri della Compagnia di Licata a disarticolare il gruppo , sviluppando un’intensa indagine conclusasi nella mattinata di oggi , con l’esecuzione di dieci misure cautelari emesse dal GIP del Tribunale di Agrigento, su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti dei componenti del sodalizio, ritenuti responsabili, a vario titolo ed in concorso di “Detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti”. I provvedimenti sono scaturiti da un’intensa attività investigativa sviluppata attraverso intercettazioni e pedinamenti, che hanno consentito di documentare le modalità di approvvigionamento della “Marijuana” e la successiva capillare cessione al dettaglio tra i giovanissimi, in particolare nelle piazze della movida di Licata, Messina e Catania. Nel corso delle indagini è stato accertato che il sodalizio, grazie a strette amicizie con personaggi del catanese, era riuscito a smerciare nella piazza etnea complessivamente circa 7 Kg di Marijuana. Ancor più rilevante è stato il rinvenimento e sequestro di una piantagione di marijuana individuata in Contrada Giacobbe di Licata, consistente in una serra estesa per circa 3.000 mq., realizzata con rivestimento in plastica opacizzata, all’interno della quale i militari dell’Arma hanno rinvenuto circa 2.800 piante di marijuana dell’altezza media di 4 metri e mezzo.  In totale sono nove le persone colpite da misure cautelari, di cui quattro sottoposte agli arresti domiciliari, quattro al divieto di dimora ed una sottoposta all’obbligo di firma. circa cinquanta i Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento, impegnati nell’operazioneinsieme  ad unità Cinofile dell’Arma.

“Falsi invalidi per i benefici della 104”, chiusa inchiesta per altri 80 indagati

Patologie aggravate o del tutto simulate che servivano, in base alla famosa “legge 104”, per ottenere trasferimenti in sedi lavorative nella propria provincia di residenza: tre anni dopo il blitz della polizia, scattato il 22 settembre del 2014, la Procura tira le somme del secondo filone di inchiesta. Il pubblico ministero Andrea Maggioni ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini a ottanta indagati.

Nella nuova lista degli ottanta indagati, ai quali si contestano i reati di falso e truffa, ci sono medici e finti invalidi o ammalati. L’indagine si è sviluppata sulla base della consulenza tecnica che ha già portato al primo processo in cui si contestava, per alcuni imputati, anche l’associazione per delinquere.

Alcuni degli indagati sono comuni col processo principale.

“Si è fatto pagare 750 euro a persona”, al via la direttissima per il primo scafista arrestato dopo uno sbarco “fantasma”

E’ iniziata, davanti al collegio penale del tribunale di Agrigento presieduto da Luisa Turco, la direttissima a carico del 27enne, tunisino, arrestato lo scorso 22 settembre dalla Guardia di finanza. Si tratta del primo, presunto, scafista di uno sbarco “fantasma” che si è registrato a Realmonte. La sezione operativa navale e la tenenza di Porto Empedocle della Guardia di finanza sono riusciti a bloccare il peschereccio, guidato dal ventisettenne, che dopo aver scaricato numerosi tunisini, stava riprendendo il largo. Il tunisino è accusato – l’accusa è rappresentata dal pm Salvatore Vella – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, resistenza a nave militare e false dichiarazioni perché in Italia sarebbe entrato ben 5 volte indicando altrettanti alias fasulli.

Incidente per un branco di cani, chiesti 176mila euro al comune di Agrigento

Perde il controllo della sua moto, una Bmw, a causa di un branco di cani randagi che gli si sono schierati contro in via Degli Oleandri a San Leone. A causa del manto stradale non perfetto, non sarebbe riuscito a recuperare l’equilibrio e s’è schiantato contro un palo della pubblica illuminazione. E’ accaduto tutto durante la notte del 5 ottobre del 2015. Adesso, un agrigentino – che, allora, svolgeva la professione di guardia giurata – dopo 6 interventi chirurgici ed essendo rimasto invalido al 30 per cento, ha citato il Comune di Agrigento in giudizio. Lo riporta oggi il quotidiano La Sicilia. Come risarcimento dei danni subiti, l’uomo ha chiesto la condanna dell’ente al pagamento di oltre 176 mila euro.  L’uomo viene assistito e rappresentato dall’avvocato Michele Figliomeni.

“Tangenti all’Agenzia delle Entrate”, chieste 8 condanne e 3 assoluzioni

8 condanne e tre assoluzioni. È la richiesta del pubblico ministero Andrea Maggioni a conclusione della requisitoria sullo stralcio abbreviato nato dalle presunte tangenti all’Agenzia delle Entrate per avere informazioni utili e per ipotetici annullamenti di sanzioni tributarie. L’inchiesta denominata “Duty Free” ipotizza un presunto giro di tangenti che ha coinvolto il mondo dell’imprenditoria agrigentina e alcuni esponenti dell’Agenzia delle Entrate di Agrigento. Il magistrato, per tutta la giornata di ieri ha illustrato le sue conclusioni per le posizioni dello stralcio abbreviato. Il pm ha chiesto pene che vanno da quattro anni di reclusione ad un anno. In particolare, tre anni e quattro mesi sono stati chiesti per l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Agrigento, Pietro Pasquale Leto; un anno per la figlia di quest’ultimo; due anni per l’imprenditore agrigentino Marco Campione. L’assoluzione invece è stata chiesta per Daina, ragioniere del gruppo “Campione”. Sul banco degli imputati anche altri tre funzionari dell’Agenzia; per due di essi, Aurelio Bruno e Francesco Caci, è stata chiesta l’assoluzione, mentre per Antonino Migliaccio è stata chiesta la condanna a otto mesi; stessa richiesta anche per l’imprenditrice Vincenza Maria Lombardo.  Quattro anni di reclusione, invece, sono stati chiesti per Dario Peretti presunto responsabile dell’Università Unipegaso. Un anno, infine, sono stati chiesti per Salvatore Trupia e Vincenza Rubino.

“Bancarotta da 20 milioni di euro”, Burgio si difende

“Non ho mai sottratto neppure un euro dalle mie società, ho sempre cercato di salvare le mie aziende anche nei momenti più duri. Le banche ci hanno azzerato i fidi e aumentato il tasso di scopertura, per le imprese del gruppo è stato un colpo mortale”: l’imprenditore Giuseppe Burgio, arrestato il 27 ottobre dell’anno scorso, con l’accusa di avere provocato una bancarotta fraudolenta da 20 milioni di euro, ha chiesto di essere sentito e rilasciare spontanee dichiarazioni e si è difeso su tutti i fronti per quasi tre ore. L’ex “re dei supermercati” ha replicato punto su punto alla deposizione fatta all’udienza precedente da Giuseppe Lentini, curatore fallimentare della Gestal, una delle aziende al centro del presunto crack. E lo ha fatto attaccandolo senza mezzi termini e accusandolo di “superficialità e visione approssimativa delle cose”.  Si torna in aula il 23 ottobre.

“La banda del ferro”, sette rinvii a giudizio: tre imprenditori sotto accusa

Il gup del tribunale di Agrigento, Alfonso Malato, ha rinviato a giudizio sette persone accudati di furti di ferro. Il materiale veniva rubato da un gruppetto di persone che poi la andava a smaltire in un’azienda di autodemolizioni.

A processo, a partire dal 7 novembre, davanti al giudice monocratico del tribunale di Agrigento, Maria Teresa Moretti, andranno Salvatore Siracusa, 51 anni, di Porto Empedocle; Giuseppe Mannella, 52 anni, di Porto Empedocle; Gino Mendola, 28 anni, di Porto Empedocle; Carmelo Vaccaro, 49 anni, di Cattolica Eraclea; Angelo Nobile, 36 anni, di Agrigento; Eugenio Nobile, 66 anni, di Agrigento; e Carmelo Nobile, 31 anni, di Agrigento. I difensori , qualche ora prima che il giudice emettesse il provvedimento, avevano illustrato le loro tesi chiedendo il non doversi procedere. Le indagini sono state svolte sul campo dai carabinieri della stazione di Realmonte. La maggior parte dei furti sarebbe avvenuta nei pressi di Porto Empedocle.

Rapina con pestaggio in piazza Rosselli, decisa condanna a 3 anni

Tre anni di reclusione e 1.000 euro di ammenda: sei mesi dopo la rapina violenta commessa in piazza Rosselli ai danni di un uomo di 56 anni, che sarebbe stato colpito con pugni al volto da due romeni che gli hanno sottratto il marsupio, arriva il primo verdetto sul caso. Il giudice dell’udienza preliminare Alfonso Malato ha condannato Elvis Betean, di 30 anni. La seconda imputata è Sinziana Maria Cutitariu di 18 anni, arrestata anche lei in flagranza di reato il 2 marzo ma fuggita da tempo, dopo che nei suoi confronti erano stati applicati gli arresti domiciliari. Betean, invece, dopo che la Procura ha chiesto e ottenuto che il gip lo mandasse a processo con rito immediato ha chiesto, attraverso il suo difensore Davide Casà, di essere giudicato con il giudizio abbreviato. La pena, infatti, per questo è ridotta di un terzo.

La vittima si è costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Salvatore Cusumano.

“Morì di epatite C per sangue infetto”, risarcimento di 1,4 milioni alle figlie

Un milione e 400 mila euro è il risarcimento che il ministero della Salute dovrà dare agli eredi di una donna di Agrigento che ha contratto l’epatite C dopo una trasfusione da sangue infetto. 28 anni fa, nel 1989 la donna, all’età di 47 anni, è stata ricoverata in un ospedale di Firenze. Sottoposta a una trasfusione di sangue infetto ha contratto l’epatite C. Negli anni le sue condizioni si sono aggravate anche a causa della comparsa di un tumore al fegato che nel 2008 ne ha determinato la morte.
Nel 2012 il tribunale di Palermo aveva accolto le richieste degli avvocati Angelo Ferruggia e Annalisa Russello condannando il ministero a risarcire la somma complessiva di un milione e quattrocentomila euro: 700 mila euro circa per ognuna delle due giovani figlie. Il ministero è stato ritenuto responsabile”di avere favorito, con l’omissione dei controlli già all’epoca previsti dalla legge in materia di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue, che in grosse quantità veniva importato da paesi come l’Asia e l’Africa, ad alto rischio patogeno, una vera e propria epidemia colposa per la diffusione del virus dell’epatite C”.
Ora lo Stato, secondo la sentenza di primo grado, è tenuto a pagare”poiché ha violato il dovere istituzionale di controllo nell’attività di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue. Controlli, che se effettuati, con probabilità avrebbe impedito il contagio”.

“Affittò la casa ad una squillo”, condannato settantaseienne

E’ stato condannato ad un anno e sei mesi, pena sospesa, un pensionato di 76 anni di Sciacca. L’anziano ha affittato una casa ad una donna che l’ha utilizzata per prostituirsi.  La difesa dell’anziano – rappresentata dall’avvocato Nino Augello – ha sempre sostenuto che il suo cliente aveva soltanto affittato la casa ad una donna e che era, del tutto, estraneo a quanto accadeva all’interno. L’anziano è stato però ritenuto responsabile, e pertanto condannato, per favoreggiamento della prostituzione.

Laboratori, Cga: “stop all’accorpamento”

Il consiglio di giustizia amministrativa dice la sua sulla discussa vicenda dell’accorpamento dei laboratori di analisi e sospende il decreto dell’assessore regionale della sanità. “L’imminenza del termine del 3 agosto rende verosimile la prospettazione del danno grave ed irreparabile”. E così, il Cga capolvoge l’ordinanza del Tar di pochi mesi fa, bloccando ancora una volta l’accorpamento dei laboratori d’analisi.
Tutto sospeso, quindi. Le strutture al di sotto della soglia minima di prestazioni individuata dal Ministero della Salute e poi dalla Regione siciliana (200 mila l’anno), non dovranno “fondersi” in strutture più grandi. Secondo il Consiglio di giustizia amministrativa, i termini fissati dall’Assessorato alla Salute avrebbero rischiato di produrre danni gravi a carico dei centri convenzionati. L’ordinanza capovolge come detto la prima pronuncia del Tar, secondo il quale “il termine statuito per la costituzione di nuove aggregazioni o per la rimodulazione di quelle già esistenti, fissato in sei mesi dalla data di pubblicazione sulla Gurs” appariva “congruo e idoneo, in ragione del fatto che, per un verso, – scriveva il Tar – è ormai da tempo prevista la soglia minima di prestazioni e con essa la doverosa e urgente attivazione di un reale processo di aggregazione e, dall’altro, che è stato pure previsto, in luogo dell’immediata decadenza, un periodo di sospensione di trenta giorni dell’accreditamento per le strutture non conformi al requisito della soglia minima”.
Ma il Cga ha giudicato diversamente, dando ragione a decine di laboratori d’analisi che si erano opposti. Tra le tesi della difesa – è il caso ad esempio del ricorso di alcuni laboratori difesi dagli avvocati agrigentini Girolamo Rubino e Lucia Alfieri – proprio l’esiguità del termine assegnato per il raggiungimento della soglia delle prestazioni e, dunque, per l’aggregazione, pena la perdita dell’accreditamento; la mancata consultazione delle organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative; ed infine la violazione dei principi comunitari in materia di concorrenza, con la determinazione  una vera e propria posizione dominante delle strutture più forti, con conseguente pregiudizio per i consumatori. Si ferma tutto, quindi, ancora una volta.

“Editoriale diffamatorio contro il sindaco Firetto”, condannato il Fatto Quotidiano

Si è conclusa con una sentenza di condanna al risarcimento del danno di  22mila118 euro oltre interessi e rivalutazione monetaria e spese legali per   4mila 500 euro la causa civile promossa dall’attuale sindaco di Agrigento, Calogero Firetto, e la moglie  Simona Russello, entrambi assistiti da Angelo Farruggia, contro il noto Editoriale “Il Fatto Quotidiano”, diretto da Marco Travaglio. La vicenda processuale prende le mosse da un articolo, a firma del giornalista Giuseppe Lo Bianco, pubblicato in seno all’edizione del 25 giugno 2015, dall’Editoriale “il Fatto Quotidiano”, dal titolo “Evasione, famiglia e mafia le elezioni a Porto Empedocle”. Il Tribunale di Agrigento, in persona ritenendo che l’articolo in questione avesse effettivamente carattere diffamatorio, ha condannato la testa giornalistica “ Il Fatto Quotidiano” al risarcimento in favore di Firetto e la moglie della somma di  22mila118 euro oltre interessi e rivalutazione monetaria, e spese legali per 4mila500 euro.

“Estorsione a clienti disabili”, avvocatessa ricorre in Cassazione contro decisione del gup

Nel corpo dell’ordinanza viene accertata “l’insussistenza dei reati contestati”, di conseguenza il provvedimento con cui si dispone la trasmissione degli atti alla Procura per formulare un nuovo capo di imputazione “è abnorme e va annullato”. L’avvocato Francesca Picone e la sorella Concetta, consulente di un patronato, accusate di estorsione e tentata estorsione ai danni di alcuni clienti dello studio legale, si rivolgo alla Cassazione e chiedono di annullare il provvedimento con cui, lo scorso 9 giugno, il gup Stefano Zammuto non ha emesso la sentenza del processo in cui erano imputate ma ha disposto la restituzione degli atti al pm ritenendo che “il fatto è diverso da come è descritto nel capo di imputazione”. Secondo l’accusa l’avvocato Picone, che in una circostanza avrebbe avuto il supporto della sorella Concetta, che lavora in un patronato come consulente fiscale, avrebbe costretto alcuni clienti che assisteva in una causa previdenziale per ottenere l’indennità di accompagnamento per figli o familiari disabili, a pagare una parcella ulteriore a quella stabilita dal tribunale.

“La calcestruzzi Belice non è fallita”

La Corte di Appello di Palermo ha revocato la decisione del Tribunale di Sciacca che aveva dichiarato il fallimento della “Calcestruzzi Belice” di Montevago e ha condannato l’Eni alle spese legali. Una buona notiza per gli 11 lavoratori che erano stati licenziati.  Il fallimento era stato disposto per un debito di 30 mila euro della Calcestruzzi con l’Eni.

Sulla vicenda interviene la Cgil agrigentina che afferma:

“la battaglia non è finita. Adesso si deve riattivare il lavoro, cosa non facile dopo mesi di inattività e dopo che, assai incautamente, sono state operate scelte discutibili in merito ai rapporti con clienti e banche. Come CGIL e FILLEA chiederemo subito la riconvocazione al tavolo del Ministero per avviare il confronto con i nuovi vertici della società che abbia come oggetto il riavvio del lavoro e che affronti il tema di come arrivare alla fine delle gestioni commissariali dell’Azienda”. Il sindaco di Montevago Margherita La Rocca Ruvolo ha commentato: “Sono soddisfatta perché, in questi mesi, era stata posta in essere un’ingiustizia gravissima, per un debito irrisorio e contratto prima dell’amministrazione giudiziaria. Mi viene da dire: giustizia è fatta! Attendiamo fiduciosi le decisioni dell’agenzia beni confiscati, noi continueremo a vigilare perché i diritti dei lavoratori vengano salvaguardati ed un bene, oggi pubblico, venga adeguatamente valorizzato”.

Agrigento, la vertenza giudiziaria sul risarcimento per il crollo di Palazzo Lo Jacono approda in appello

Risarcimento del danno per il crollo di Palazzo Lo Jacono Maraventano ad Agrigento, il proprietario dello storico immobile ricorre alla Corte d’Appello. Lo stesso imputa all’Ente Comune, responsabilità nel collasso avvenuto il 25 aprile del 2011, data quest’ultima che quell’anno coincideva con la Pasquetta. Due anni fa’, il titolare dell’immobile aveva chiesto la condanna del Comune di Agrigento e un risarcimento danni di 150 mila euro. Richieste però che non sono state accolte dai giudici del Tribunale di Agrigento, ed ecco quindi che lo stesso proprietario adesso ha ricorso in appello. Ricordiamo che per il crollo della Palazzina del Centro Storico la Procura della Repubblica di Agrigento aveva iscritto sul registro degli indagati 7 persone, tra tecnici e funzionari del Comune di Agrigento che nel periodo compreso tra il 2008 e il 2010 sono stati coinvolti nei lavori di messa in sicurezza dello stesso palazzo. Tra gli indagati anche l’ex sindaco Marco Zambuto che però nel 2014, venne assolto, per non aver commesso il fato, dall’accusa di crollo colposo. In merito al ricorso presentato in appello dal proprietario, il Comune di Agrigento sarà difeso dall’avvocato Rita Salvago l’incarico è stato affidato dall’attuale primo cittadino, Lillo Firetto.

 

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Agrigento. Slitta udienza preliminare su un presunto giro di truffe ai danni dell’INPS

Aziende agricole fantasma create nel licatese e a Palma di Montechiaro, per truffare l’INPS, dopo le indagini della Procura della Repubblica di Agrigento avviate nel 2010 e concluse nel 2013, ieri al Tribunale di Via Mazzini è stata rinviata al prossimo 17 febbraio la prima udienza del processo che vede alla sbarra 63 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, falso e la truffa. Dalle indagini condotte dagli uomini del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Agrigento, l’associazione “fabbricava” aziende che operavano fittiziamente nel settore agricolo. Sulla carta risultavano numerose assunzioni di braccianti che però servivano solo, una volta terminati i rapporti, a incassare i soldi dell’indennità di disoccupazione. Inoltre i falsi posti di lavoro, servivano alle aziende anche per incassare i contributi pensionistici e le indennità di malattia.[wp-rss-aggregator]

Il TAR condanna la Regione Siciliana. Illegittimo il decreto assessoriale di istituzione dell’elenco unico ad esaurimento dei lavoratori provenienti dai servizi formativi

La legge regionale n. 8 del 2016 prevedeva che con decreto dell’assessore regionale della famiglia e del lavoro fosse istituito l’elenco unico ad esaurimento dei lavoratori provenienti dai servizi formativi; conseguentemente l’Assessore regionale della famiglia, con proprio decreto, prevedeva la possibilità ai lavoratori di presentare l’istanza di inserimento nell’elenco tramite posta elettronica certificata o per raccomandata entro il 30 settembre dello scorso anno. Alfonso Di Piazza, 42 enne assessore comunale di Cammarata, aveva spedito il proprio plico per essere inserito nell’elenco, ma l’istanza arrivò a destinazione oltre i termini e quindi escluso. Per questo motivo, l’uomo aveva presentato ricorso al TAR che adesso, grazie al patrocinio degli avvocati Rubino e Impiduglia, è stato accolto. Pertanto Di Piazza sarà incluso con riserva, nell’elenco unico ad esaurimento dei lavoratori provenienti dai servizi formativi mentre l’assessorato regionale della Famiglia pagherà le spese giudiziali.

 

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Distacco fogna agli utenti morosi. Il TAR dà ragione al sindaco di Grotte

Distacco di Girgenti Acque del servizio di fognatura agli utenti morosi, il TAR Sicilia ha respinto il ricorso avanzato dalla società che gestisce il servizio idrico integrato nei confronti del Comune di Grotte. Era il 23 ottobre del 2015 quando il sindaco del centro agrigentino, Paolo Fantauzzo, con propria ordinanza, vietava ai tecnici di Girgenti Acque di procedere al distacco degli allacci fognari ai cittadini grottesi che non erano a posto con il pagamento delle bollette idriche. Nell’ordinanza del sindaco si faceva leva sul rischio igienico-sanitario che tale procedura poteva innescare. La società presieduta da Marco Campione si era rivolta al TAR per impugnare l’ordinanza sindacale. Lo scorso 20 dicembre però i giudici della prima sezione del Tribunale Amministrativo di Palermo, Presidente Calogero Ferlisi, ha rigettato il ricorso di Girgenti Acque. Una sentenza questa che fa’ giurisprudenza e consentirà anche agli altri sindaci dei Comuni gestiti da Girgenti Acque, di non permettere agli stessi di staccare la fogna ai morosi. I contenuti della sentenza emessa lo scorso 20 dicembre, sono stati illustrati in una conferenza svoltasi nella sede dell’ATI di Agrigento dallo stesso sindaco di Grotte Paolo Fantauzzo. Presenti in conferenza anche i primi cittadini di Casteltermini e Favara, rispettivamente Nuccio Sapia e Anna Alba, quest’ultima amministratrice, nei giorni scorsi aveva diffidato Girgenti Acque a procedere con il distacco dei collegamenti fognari sul suo territorio comunale.

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Il TAR condanna l’assessorato regionale della Salute su sanzioni per aggregazione tardiva dei laboratori di analisi

I titolari di due laboratori di analisi cliniche con sedi rispettivamente a Palma di Montechiaro e Aragona, si erano appellati al TAR Sicilia, per impugnare il decreto dell’Assessore Regionale della Salute che disciplina il sistema di aggregazione dei laboratori di analisi in Sicilia , contenente una previsione di decadenza automatica dell’accreditamento nell’ipotesi di omessa presentazione, entro i termini previsti. I titolari dei due laboratori, patrocinati dagli avvocati Girolamo Rubino e Lucia Alfieri hanno fatto leva sull’illegittimità di una previsione temporale assai ristretta, 60 giorni, per l’aggregazione tra laboratori per il raggiungimento di una soglia minima di prestazioni, contestualemnte i due legali, hanno anche posto l’indice sull’illegittimità della sanzione della automatica decadenza dell’accreditamento di ogni singola struttura nell’ipotesi di esito negativo del procedimento di accreditamento dell’aggregato. I difensori hanno altresì censurato la violazione dei principi comunitari in materia di concorrenza e di autonomia privata. Si è costituito in giudizio l’assessorato regionale della Salute, che chiedeva il rigetto del ricorso, avanzato dai due laboratori. Già il Presidente della Terza sezione del TAR Sicilia, aveva accolto la richiesta di misure cautelari monocratiche avanzata dai difensori , sospendendo l’efficacia della sanzione automatica contenuta nel decreto assessoriale impugnato. Da ultimo il Tar condividendo le censure formulate dagli avvocati Rubino e Alfieri, ha accolto il ricorso condannando l’assessorato regionale della Salute anche al pagamento delle spese giudiziali.

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Chiede sesso per non diffondere un video, condannato

Dieci mesi di reclusione – pena ridotta di un terzo, per effetto del rito abbreviato – . E’ la sentenza, emessa dal giudice dell’udienza preliminare Stefano Zammuto, per un imprenditore sessantenne. Il Pm Andrea Maggioni aveva chiesto, invece, al margine della requisitoria, la condanna ad un anno.

L’uomo – secondo l’accusa – avrebbe chiesto “sesso” in cambio della cortesia “a non diffondere un video che immortalava una sua dipendente in atteggiamenti amorosi con un altro uomo”. L’accusa è di tentata violenza sessuale. La vicenda risale al gennaio del 2014. La difesa del sessantenne è stata rappresentata dagli avvocati Daniela Posante ed Angela Porcello.

La presunta vittima non ha accettato le richieste sessuali ed, anzi, ha presentato una querela ai carabinieri che hanno avviato le indagini.

 

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Estorsione Aggravata. Arnone ai domiciliari a San Leone

Parliamo ancora della convalida degli arresti dell’avvocato Giuseppe Arnone, il legale arrestato sabato scorso in flagranza di reato, accusato di estorsione aggravata è attualmente in regime di arresti domiciliari nella sua casa di San Leone.

Dopo un iniziale trasferimento nella residenza di via Mazzini, Arnone è stato accompagnato nella frazione balneare dove, ricordiamo, non potrà comunicare con l’esterno.

L’ex consigliere comunale, difeso dagli i avvocati Faro e Danile, dovrà restare in casa almeno fino a martedì prossimo 22 novembre quando al Tribunale della città dei Templi, è fissata l’udienza del processo che vede imputata l’avvocatessa Picone, ovvero la vittima della presunta estorsione attuata da Arnone.

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Inchiesta Rigassificatore, respinta applicazione di 11 misure cautelari

Undici misure cautelari a carico di altrettanti indagati erano state richieste nell’ ambito dell’inchiesta sulla costruzione del rigassificatore a Porto Empedocle, sostenuta dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Ebbene, adesso il Gip del Tribunale di Palermo, Alessia Geraci, ha respinto le richieste di applicazione delle stesse misure cautelari. Pertanto, la Direzione distrettuale antimafia ha proposto ricorso, e l’ organo preposto di secondo grado, il Tribunale del Riesame, tratterà il procedimento giudiziario il prossimo 4 maggio. Tra gli 11 indagati vi sono dirigenti e tecnici del gruppo Enel, soci di società, anche locali, interessate alla costruzione dell’impianto, e imprenditori. Agli atti delle indagini, ad opera della Squadra mobile di Agrigento, vi sono, tra l’altro, le dichiarazioni rese dall’ex sindaco di Porto Empedocle, Paolo Ferrara, il quale, tra l’altro, ha dichiarato di essere stato a conoscenza di somme di denaro pagate a soggetti politici agrigentini per 1 milione di euro complessivo offerto a disposizione dall’Enel. Il Tribunale di Palermo, nel respingere le richieste di misure cautelari, scrive che “non sono stati acquisiti riscontri in ordine all’ipotizzato pagamento di tangenti da parte di funzionari dell’Enel in favore di uomini politici o funzionari amministrativi”.

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La sentenza Subutex al tribunale di Agrigento 

Il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto, a conclusione del giudizio abbreviato, ha emesso la sentenza nell’ambito dell’ inchiesta antidroga cosiddetta “Subutex”. Sei mesi di reclusione per Salvatore Tuttolomondo, 31 anni, di Porto Empedocle (difeso dall’avv. Rosario Fiore), 6 mesi per Roberto Tonino Greco, 54 anni (difeso dall’avvocato Malogioglio), e 2 mesi e 20 giorni di reclusione per Alfonso Iacono, 55 anni, di Porto Empedocle (difeso dall’avvocato Casalicchio). Accogliendo le conclusioni degli avvocati Salvatore Cusumano e Luigi Troja, il Giudice ha assolto Antonio Gastoni, 36 anni, di Agrigento, e Carmelo Frattacci, 22 anni, di Porto Empedocle, dal reato di detenzione e spaccio di stupefacenti.

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La cronaca giudiziaria

Vincenzo D’Ancona, 47 anni, ex presidente del Consiglio comunale di Lampedusa, e’ stato assolto “perché il fatto non sussiste”, dall’accusa di avere preteso una tangente dall’imprenditore agrigentino, Massimo Campione. A ribaltare la sentenza di primo grado di condanna e’ stata la corte d’Appello di Palermo, presieduta da Gioacchino Natoli. D’Ancona, difeso dall’ avvocato Luigi Troja, in primo grado, e in abbreviato, è stato condannato a 1 anno di reclusione per tentata concussione per aver preteso, nel 2008, una tangente di 10 mila euro da Massimo Campione al fine di sbloccare la pratica su alcuni pagamenti di crediti vantati dall’imprenditore. La Corte d’Appello, inoltre, ha assolto Angelo Cucina, 37 anni, imputato di abuso d’ufficio ed edilizio per aver costruito un canile abusivo e mai utilizzato. E dal tribunale di Palermo al palazzo di giustizia di Agrigento, dove il pubblico ministero, Santo Fornasier, nell’ambito dell’inchiesta antidroga a Porto Empedocle cosiddetta “Red Scorpion”, ha chiesto la condanna a 2 anni e 3 mesi di reclusione per Filippo Grilletto, 32 anni, e a 9 mesi per Raimondo Marnalo, 34 anni. Ed ancora al tribunale di Agrigento, la Procura della Repubblica, ha invocato la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione a carico di un medico dermatologo di Favara, Giuseppe Vitello, il quale, anziché procedere ad accertamenti istologici sulla natura di una escrescenza sulla pelle, avrebbe tranquillizzato il paziente bruciando la stessa escrescenza. Il paziente, Vincenzo Arancio, è morto dopo 2 anni trattandosi invece di un carcinoma che, secondo la Procura, sarebbe stato facile da diagnosticare.

TOTO’ CUFFARO RITORNA LIBERO 

Il 16 dicembre dovrebbe essere la data della svolta nella vita di Toto’ Cuffaro. Martedi prossimo infatti l’ex governatore della regione siciliana dovrebbe tornare libero dopo 5 anni di reclusione nel Rebibbia di Roma. Cuffaro era stato condannato per favoreggiamento a personaggi considerati mafiosi e rivelazione di segreti giudiziari. La sua è stata una pena senza sconti se non quello ‘obbligatorio’ per buona condotta carceraria così come previsto dal codice. In una intervista rilasciata al “Tempo” l’ex presidente della Regione dichiara  di non volere piu’ ritornare nella politica «la politica è stata la mia vita-dice-il modo in cui mi sono donato alla gente. Non rinnego la scelta di aver fatto il presidente della Regione e lo rifarei – continua – è stato un onore essere il presidente dei siciliani. La consapevolezza di essere stato votato da 2 milioni di siciliani ed avere avuto la loro fiducia mi riempie di orgoglio e non nego che se il vecchio Cuffaro manca a qualcuno ciò mi fa piacere ma il mio tempo per la politica è finito”.

Respinta archiviazione accuse stalking 

Il Gip del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, accogliendo l’opposizione del difensore della presunta vittima, l’avvocato Arnaldo Faro, ha respinto la richiesta di archiviazione per stalking a carico di un dirigente regionale di Agrigento, indagato di molestie a sfondo sessuale e minacce a danno di una dipendente dello stesso ente diretto dal dirigente a favore del quale, invece, è stata disposta l’archiviazione per l’ ipotesi di reato di concussione.

Cronaca nera e giudiziaria

Nel carcere Opera di Milano si e’ suicidato, impiccandosi in cella, Paolo Leone, 62 anni, di Agrigento. L’uomo, lo scorso 24 novembre, a Sedriano, nella provincia di Milano, è stato arrestato perché, dopo avere scontato 8 anni di carcere per spaccio di droga, appena fuori dal carcere ha teso un agguato al complice che, secondo Leone, lo avrebbe incastrato accusandolo e provocandone l’arresto. A Corbetta, altra frazione milanese, Paolo Leone è entrato nell’automobile di Giuseppe Lombardo, 62 anni, e gli ha sparato in faccia. L’agrigentino, in fuga ma braccato, si è presentato reo confesso al carcere di Opera. Giuseppe Lombardo, originario di Benevento, è ricoverato ancora in gravissime condizioni, e in prognosi riservata, all’ ospedale Niguarda a Milano. La Corte dei Conti, Sezione d’appello per la Regione Siciliana, accogliendo la richiesta dell’avvocato Gigi Rubino, difensore dell’ex presidente della Provincia di Agrigento,  Eugenio D’Orsi, ha sospeso il giudizio di responsabilità amministrativa promosso a carico dell’ex presidente D’Orsi,  del dottor Ignazio Gennaro, vice segretario generale dell’Ente, nonché di altri funzionari, per presunti danni erariali riconducibili a pranzi ritenuti non istituzionali ed a regali non ritenuti di modico valore. L’avvocato Rubino ha dimostrato che l’ ex presidente D’Orsi era stato assolto in sede penale dalla maggior parte delle imputazioni poste alla base dell’addebito, ed ha documentato la pendenza dell’ Appello avverso l’unico capo di imputazione per il quale era stata pronunziata condanna. La Corte, condividendo la richiesta di sospensione del giudizio formulata dall’avvocato Rubino per la cosiddetta pregiudiziale penale, ha sospeso il giudizio di responsabilità fino al passaggio in giudicato della emittenda sentenza nel giudizio penale, ma il danno a carico di  D’Orsi, per effetto delle assoluzioni già intervenute, ammonta ormai a meno di mille euro.

Operazione Black list

Un “libro mastro” con appunti, cifre, totali e “subtotali”, e poi nomi e cognomi “eccellenti” che adesso fa tremare buona parte della Sicilia. E quello che hanno trovato i poliziotti della Squadra Mobile di Palermo in mano all’imprenditore di Agrigento, Massimo Campione, titolare della “Sistet Tecnology srl”, ditta che opera nel settore della radiocomunicazione e video-sorveglianza. Il tutto emerge dall’operazione “Black list” che ha portato all’arresto del raffadalese Dario Lo Bosco, presidente di Rete Ferroviaria Italiana e dell’Ast, e di due funzionari del Corpo Forestale della Regione Siciliana con l’accusa di concussione: Salvatore Marranca e Giuseppe Quattrocchi. Tutti e tre si trovano ai domiciliari. Il provvedimento e’ stato emesso dal Gip, Ettorina Contino, su richiesta del procuratore aggiunto Bernardo Petralia e del sostituto procuratore Claudio Camilleri, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi.
Nell’operazione “Black list”, ci sono altri indagati: Pietro Tolomeo, ex dirigente generale della forestale, Giovanni Tesoriere, preside di ingegneria alla Kore di Enna, Libero Cannarozzi, ingegnere alla forestale, e Maria Grazia Buttice’, compagna dell’imprenditore agrigentino, Massimo Campione, che ha distribuito le mazzette ai funzionari pubblici. Per Tolomeo il gip ha respinto gli arresti domiciliari richiesti dalla procura. Vi sarebbero altre persone sotto inchiesta ma non ci sono nomi di politici, ha chiarito in conferenza stampa il capo della Procura di Palermo, Lo Voi.

MASSIMO CAMPIONE, SOTTO INCHIESTA PER TANGENTI 

La Procura della Repubblica di Palermo ha avviato un’inchiesta su un presunto giro di tangenti sull’appalto siciliano delle torrette antincendio. Come riportato dal settimanale Grandangolo, infatti, l’imprenditore agrigentino Massimo Campione, presidente della Sistet srl, società che realizza e cura, tra l’altro, la manutenzione dei sistemi di telecontrollo degli incendi boschivi, e fratello di Marco Campione, presidente di Girgenti acque, sarebbe stato fermato dalla Polizia e trovato in possesso di una lista di nomi con accanto l’indicazione di una somma di denaro. Campione, nei confronti del quale sono state effettuate alcune perquisizioni, “messo alle strette” avrebbe iniziato a collaborare. Nella lista, secondo indiscrezioni, i nomi non solo di dipendenti regionali e professionisti, ma anche di politici e funzionarti dello Stato come quello di Dario Lo Bosco, docente universitario originario di Raffadali, già presidente dell’autorità Portuale di Messina, dell’Ast e delle Rfi, la rete ferroviaria.“ In relazione alla vicenda  Dario Lo Bosco, si legge in una nota,  “smentisce categoricamente le voci che con stupore ha appreso su un eventuale interessamento, non si capisce a quale titolo, in un inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo, come riportato da alcuni media, su presunte tangenti per appalti relativi a torrette antincendio, di cui non conosce assolutamente nulla”.“

DI NATALE E FONZO PRESENTANO RICHIESTA TRASFERIMENTO 

Anche il procuratore  aggiunto di Agrigento, Ignazio Fonzo concorre per l’incarico di procuratore di Catania. Insieme a  lui il   procuratore capo di Termini Imerese, Alfredo Morvillo.  il sostituto della Direzione nazionale antimafia Carlo Caponcello e il procuratore generale Annamaria Palma. Ieri l’ultimo giorno utile per la presentazione delle domande.  Dall’altra parte, il  capo della Procura di Agrigento, Renato Di Natale, ha presentato la domanda per guidare la Procura di Caltanissetta. La stessa richiesta è stata avanzata anche dall’aggiunto Fonzo che dunque ha presentato due domande.  Sono in tutto 19 i magistrati che hanno fatto domanda per procuratore capo di Caltanissetta, al posto di Sergio Lari, nominato dal Csm procuratore generale di Caltanissetta.  Il nuovo procuratore capo, dovrà occuparsi di un lavoro di estrema importanza come ad esempio  le indagini per le stragi di Capaci e via D’Amelio e l’inchiesta sull’ex Presidente delle Misure di prevenzione di Palermo, Silvana Saguto.

IL TAR sconfessa la commissione esaminatrice dell’esame di abilitazione forense. Accolta la richiesta cautelare di un praticante avvocato

Il Dr. G.R. di 31 anni  ha partecipato alle prove scritte relative all’esame di idoneità per l’esercizio della professione forense presso la corte d’Appello di Catania. Le prove scritte sono state corrette dalla Seconda Sottocommissione presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria, che ha assegnato agli elaborati un voto complessivo pari a 86 punti, come tale insufficiente ai fini dell’ammissione alla prova orale. Non condividendo la valutazione  il praticante ha proposto un ricorso davanti al TAR Catania, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, per l’annullamento, previa sospensione, del provvedimento di non ammissione alla prova orale. In particolare gli avvocati Rubino e Impiduglia hanno censurato il provvedimento impugnato sotto il profilo della carenza di motivazione, non avendo la sottocommissione esternato le motivazioni poste alla base della valutazione negativa limitandosi ad un voto numerico attribuito  in assenza di elementi di raccordo tra i criteri determinati dalla commissione ed il voto espresso. Il Tar Sicilia-Catania Sezione 4, condividendo le censure formulate dagli avvocati Rubino e Impiduglia ha accolto la richiesta cautelare ordinando alla commissione in diversa composizione di procedere ad una nuova correzione degli elaborati giudicati insufficienti entro il termine di quaranta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza.

Rifiuti. Tar dà ragione alla ditta aggiudicataria a Casteltermini

La ditta Traina srl di Cammarata nel cottimo fiduciario per l’affidamento del servizio di smaltimento rifiuti solidi urbani al Comune di Casteltermini possedeva tutti i requisiti di partecipazione. È quanto sostiene il Tar al quale si era rivolta l’altra impresa che aveva partecipato all’appalto: la Icos srl di Porto Empedocle. L’ente locale era rappresentato e difeso dall’avvocato Girolamo Rubino.

Le news di giudiziaria

Al tribunale di Agrigento ha subito la condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione Nazareno Vicari, 49 anni, di Palma di Montechiaro, imputato di estorsione aggravata a danno dell’anziana madre, delle sorelle e del fratello. Vicari è inoltre sottoposto al divieto di dimora in provincia di Agrigento. A Sciacca, nell’ ambito dell’ inchiesta antidroga cosiddetta “ “Pier delle Vigne”, la giudice Luisa Intini ha accolto 5 richieste di patteggiamento e, dunque, a Carlo Giardiello, 34 anni, napoletano e residente a Ribera, sono stati inflitti 2 anni e 10 mesi di reclusione, poi 4 anni di carcere a Felice Puccio, 42 anni, pizzaiolo riberese, poi 3 anni e 10 mesi per Alessio Carrozza, 34 anni, e poi 3 anni e 2 mesi alla moglie di Giardiello, Giuseppina Caltagirone, 28 anni, di Ribera. I quattro sono fuori dal carcere e detenuti ai domiciliari. Ha patteggiato inoltre 2 mesi di reclusione Angelo Di Caro, 37 anni. Rinviati a giudizio Salvatore Riggio, 44 anni, Antonino Soldano, 28 anni, e Giovanni Musso, 33 anni. Ed ancora al tribunale di Sciacca, il giudice monocratico, Antonino Cucinella, ha condannato a 1 anno e 6 mesi di reclusione Andrea Castellino, 26 anni, e ha assolto Jassine Amari, 28 anni, imputati di tentato furto. I due si sarebbero presentati al pronto soccorso dell’ospedale “Fratelli Parlapiano” a Ribera, simulando di avere bisogno di cure mediche, e invece ne avrebbero approfittato per rubare merce dal distributore automatico di bibite e snack. I Carabinieri di Naro hanno arrestato Luciano Montemurro, 56 anni, ristoratore, perché è stato sorpreso fuori dalla propria abitazione dove è stato sottoposto agli arresti domiciliari per furto di energia elettrica.

CHIESTO GIUDIZIO IMMEDIATO PER D’ORSI

Giudizio immediato per l’ex presidente della provincia regionale di Agrigento Eugenio D’Orsi . E’ questo quanto chiesto dal  giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Alessandra Vella. D’Orsi, secondo l’accusa,  avrebbe ottenuto quaranta palme da far piantumare nella propria villa in cambio della promessa dell’acquisto dell’intero patrimonio vegetale di un vivaio, così come citato in una determina del 12 ottobre 2010. Il procedimento nasce dall’inchiesta sull’ex presidente della provincia , già condannato in un altro processo ad un anno di reclusione, pena sospesa, per abuso d’ufficio. In quest’ultimo caso, a D’Orsi vennero contestati dei rimborsi spesa pagati dall’Ente per una serie di pranzi effettuati senza che risultasse  un fine istituzionale. Nell’inchiesta si fa pure riferimento all’affidamento da parte dell’Ente, amministrato dallo stesso D’Orsi, di incarichi di progettazione e anche l’acquisto di alcuni regali che non troverebbero giustificazione.

Iscrizione nella White list dell’ impresa agrigentina SOAMBIENTE. Il CGA accoglie l’appello cautelare

Come si ricorderà la società  agrigentina Soambiente srl, che si occupa prevalentemente dell’attività di smaltimento rifiuti,   era stata destinataria di un’informativa prefettizia atteso che la Prefettura di Agrigento aveva ritenuto sussistente il pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata per effetto di collegamenti societari tra un socio della società ed un socio di altra società tratto in arresto durante un’operazione antimafia  .Ma la SOAMBIENTE aveva proposto un ricorso giurisdizionale per l’annullamento dell’informativa  , con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino ed Enrico Quattrocchi; in particolare i difensori avevano sottolineato che le misure cautelari emesse nei confronti  del socio dell’altra società erano state annullate dal tribunale del riesame stante l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza .Il CGA, condividendo le tesi dei difensori, aveva accolto l’appello cautelare. Ma la Prefettura di Agrigento aveva reiterato  l’informativa interdittiva nei confronti della SOAMBIENTE; anche stavolta la società agrigentina adiva le vie legali, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Enrico Quattrocchi. I due difensori hanno dimostrato in giudizio che il socio dell’altra società era stato assolto dal GUP di Palermo, con sentenza confermata dalla corte d’Appello di Palermo ed ancora che i titolari della società avevano denunziato alle forze dell’ordine ogni fatto di reato commesso in loro danno. Anche stavolta il CGA, condividendo le tesi dei difensori,  accoglieva l’istanza cautelare, ritenendo sussistente il “periculum in mora”. Alla luce dell’ordinanza cautelare resa dal CGA la Prefettura di Agrigento ha disposto l’iscrizione della SOAMBIENTE srl nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizi,ed esecutori non soggetti al tentativo di infiltrazione mafiosa (cd. “WHITE LIST”) e, pertanto, la società agrigentina potrà riprendere l’attività di gestione di due discariche di rifiuti inerti già ritualmente autorizzate dall’Assessorato Regionale dell’energia e dei Servizi di pubblica utilità.

LA REGIONE ASSUME ALTRI 13 TESTIMONI DI GIUSTIZIA

Prosegue il procedimento per la stipula dei contratti di assunzione alla regione Sicilia nei confronti  dei testimoni di giustizia. Assunti altri 13 dipendenti.  Il progetto risponde all’obiettivo di  una legge varata dal  Parlamento siciliano per manifestare solidarietà a favore di quanti si sono esposti rischiando la vita per amore della giustizia nei tribunali a fare nomi e cognomi dei loro carnefici. Gli scorsi mesi sono state eseguite le prime assunzioni. Oggi, si continua con la procedura sulla base di una convenzione con il Ministero dell’Interno.  I testimoni, oltre che lavorare in Sicilia potranno anche essere impiegati in prefetture, uffici giudiziari di altre regioni. Si tratta infatti di persone che spesse volte  sono state costrette a cambiare identità per non essere identificate dai mafiosi. Gente che ha dovuto rivoluzionare la propria vita insieme ai familiari dopo aver avuto il coraggio di denunciare. Appunto per questo motivo,  la normativa regionale, mira ad offrire una nuova opportunità di vita a coloro i quali hanno manifestato il pieno attaccamento alla legalità.

Condanne definitive per Ippolito e Bartolotta nell’ambito dell’operazione Family

A Roma, la Cassazione, dopo un’attenta analisi e comparazioni, ha rigettato i ricorsi, e sono dunque definitive le condanne a 16 anni di reclusione a carico di Antonino Bartolotta, 89 anni, ritenuto a capo della famiglia mafiosa di Castrofilippo, in provincia di Agrigento, e a 12 anni di carcere a carico di Salvatore Ippolito, 58 anni, ex sindaco di Castrofilippo. Bartolotta e Ippolito sono stati arrestati dalla Squadra mobile di Agrigento il 22 settembre 2010 nell’ambito dell’inchiesta antimafia cosiddetta “Family”. Bartolotta, per l’avanzata età e le condizioni di salute, è ristretto agli arresti domiciliari. L’ex sindaco di Castrofilippo, Ippolito, accusato di concorso esterno alla mafia, è detenuto in carcere dal 22 settembre 2010.

Scarcerato Salvatore Avarello

Il Tribunale di Agrigento, accogliendo le istanze dei difensori, gli avvocati Marco Padùla e Daniele Re, ha scarcerato Salvatore Avarello, 40 anni, di Favara, arrestato ai domiciliari dai Carabinieri perché sorpreso a guidare senza patente nonostante fosse sottoposto a misura di prevenzione. Gli avvocati Padùla e Re hanno eccepito che Avarello è uscito fuori orario consentito e alla guida del ciclomotore per necessità, perché la sua compagna, al nono mese di gravidanza, ha lamentato un malessere forse aggravato dal clima torrido in atto.

Tutti assolti nel processo per forniture all’ Asp di Agrigento

Tutti assolti, sia gli imputati ammessi al rito abbreviato che quelli che avevano scelto il rito ordinario. Con due distinti provvedimenti (non luogo a procedere e non aver commesso il fatto), riguardanti la stessa vicenda, il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto, ha assolto Salvatore Olivieri, 73 anni, di Catania, ex manager dell’Azienda sanitaria di Agrigento, Giuseppe Sanfilippo, 35 anni, di Licata, collaboratore amministrativo, Antonino Tavormina, 67 anni, di Menfi, direttore amministrativo, Anna Licitra, 58 anni, di Nicosia, rappresentante della ditta “Quattro più”, Giuseppe Scozzari, 43 anni, di Licata, operatore del servizio tecnico del Poliambulatorio di Licata, Antonino La Valle, 57 anni, di Agrigento, responsabile dell’Area gestione servizi appalti forniture dell’Azienda sanitaria, Vincenzo Ripellino, 45 anni, di Licata, collaboratore amministrativo dell’Area gestione servizi appalti forniture dell’Azienda sanitaria, Corrado Di Salvo, 51 anni, di Agrigento, amministratore unico della Medical gas criogenici, Giuseppe Mario Paterlini e Spartaco Polimadei, entrambi di 51 anni, dirigenti della Sapio Life. Le accuse contestate a vario titolo e ritenute infondate, erano la turbativa d’asta, la frode in pubbliche forniture, l’abuso di ufficio e la calunnia. La vicenda ha riguardato due gare d’appalto: la fornitura per 5 anni in somministrazione domiciliare di ossigeno terapeutico, per un importo complessivo di circa 11,5 milioni di euro, e la fornitura di arredi per ambulatori medici per 2 anni, per 214mila euro. Gare che per la procura della Repubblica sarebbero state viziate da gravi anomalie e irregolarità al punto da richiedere misura cautelare per i dieci imputati. Ed il 10 giugno del 2013 due imprenditori erano finiti agli arresti domiciliari, per altri due era stato disposto il divieto di esercitare l’attività e per due funzionari dell’Asp era stata chiesta la sospensione. Provvedimenti cautelari che il gip dottor Davico aveva respinto.  Oggi la chiusura del primo capitolo giudiziario con l’assoluzione per tutti gli imputati e con il mancato accoglimento delle richieste delle parti civili che si erano costituite in giudizio. Il giudice Zammuto ha ritenuto infondate le richieste della Procura e chiusa la vicenda giudiziaria da cui l’ Asp di Agrigento ha, alla luce della odierna decisione, tratto un considerevole vantaggio economico specie per la fornitura dell ossigeno domiciliare per cui ha realizzato economia per oltre 10 milioni di euro.

Il CGA dà torto all’Assessorato regionale della Formazione e riammette ricorrente agrigentino all’Albo Regionale degli operatori della formazione Professionale. 

Il SIGNOR R.M. di 65 anni di Agrigento , iscritto all’albo degli operatori della formazione Professionale,veniva escluso dall’albo in sede di aggiornamento per effetto di un patteggiamento peraltro assai risalente. L’interessato aveva presentato una memoria procedimentale all’Assessorato della Formazione, significando che la sentenza di patteggiamento non equivale a sentenza di condanna , non essendovi la prova dell’ammissione di responsabilità da parte dell’imputato; ma l’Assessorato aveva ignorato i contenuti di tale memoria procedimentale, confermando l’esclusione dall’Albo.  Ed allora l’interessato proponeva un ricorso giurisdizionale, con il patrocinio dell’avvocato Girolamo Rubino, contro l’Assessorato Regionale della Formazione, per l’annullamento, previa sospensione, del decreto recante l’esclusione del ricorrente dall’albo regionale degli operatori della formazione professionale.   Il Consiglio di Giustizia Amministrativa  ha accolto la richiesta.

Assolto dall’accusa farmacista abusivo 

Ad Agrigento, al palazzo di giustizia, il giudice monocratico del Tribunale di Agrigento, Katia La Barbera, ha assolto, “perchè il fatto non sussiste”, Pasqualino Lombardo, 60 anni, di Agrigento, pensionato, imputato di aver esercitato abusivamente e senza relativa abilitazione statale la professione di farmacista. Nel febbraio 2013, Lombardo è stato sorpreso in possesso di parecchie confezioni di farmaci antipsicotici, ed è stato denunciato per “esercizio abusivo della professione di farmacista”. I difensori, gli avvocati Daniele Re e Marco Padùla hanno eccepito con successo che i farmaci accumulati nella dispensa domestica di Pasqualino Lombardo sono stati regolarmente prescritti perché lui stesso risulto affetto da una patologia psichiatrica e ha bisogno di costanti cure. E Lombardo non li ha mai ceduti nè venduti a terzi in nessuna circostanza.

Le news dell’avvocato Girolamo Rubino 

Ritenendo fondate le censure formulate dall’avvocato Girolamo Rubino contro la circolare numero 1 del 15 maggio 2013 dell’ ex assessore regionale alla Formazione, Nelli Scilabra, il Tar Sicilia Palermo, ha annullato la stessa circolare nella parte in cui ha imposto requisiti non previsti dalla legge per l’iscrizione all’Albo. A seguito di tale annullamento, un giovane catanese di 33 anni, ricorrente al Tar contro l’esclusione dell’ Albo e con l’assistenza legale di Rubino, dovrà essere iscritto all’ Albo e potrà partecipare alle diverse selezioni in corso di svolgimento presso l’ ente di formazione Ciapi di Priolo. Il Tar Sicilia ha anche condannato l’ assessorato alla Formazione, che ha resistito in giudizio, al pagamento delle spese processuali, liquidate in 2mila euro.

GIANLUCA CAMPITELLI, assolto con formula piena,”perchè il fatto non sussiste”

Il Tribunale monocratico di Agrigento, ha assolto con formula piena,”perché il fatto non sussiste”, GIANLUCA CAMPITELLI  40 ANNI  di Porto Empedocle, imputato per i reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni personali e rapina, con la presunta aggravante dell’ubriachezza abituale.   Reati per i quali Pubblico Ministero aveva chiesto una  condanna ad un anno di reclusione. Il giudice ha accolto la tesi difensiva dei due legali di fiducia dell’imputato, l’avvocato Daniele Re e l’avvocato Marco Padùla, i quali sono riusciti a dimostrare che, nel corso della fase dibattimentale, non è stata provata, oltre ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità del soggetto già noto alle forze dell’ordine.

Cassa integrazione sospetta, chiesti 9 rinvii a giudizio

Al termine di una meticolosa indagine dell’Ispettorato del Lavoro e della Guardia di Finanza di Agrigento, il Pubblico ministero Antonella Pandolfi, ha chiesto il rinvio a giudizio di 9 imputati. Si tratta di Giovanni Gallicchio di 61 anni, rappresentante legale della Sapio Life e Carlo Raise, 48 anni, responsabile area sud della stessa societa’ Sapio Life, e poi di 7 componenti della commissione provinciale della Cassa integrazione e guadagni, Loredana  Bongiovì, 53 anni, Francesco Mossuto, 59 anni, Giovanni Manganella, 60 anni, Umberto Nero, 63 anni, Domenico Galvano, 39 anni, Vittorio Laiola, 61 anni, e Cosimo Gigantesco, 66 anni. L’inchiesta, come detto, e’ frutto di un’ investigazione precisa da parte degli uomini dell’ispettorato del lavoro di Agrigento e degli agenti della Guardia di Finanza. Nel mirino vi sono state 4 domande di cassa integrazione per lavoratori, con una presunta truffa di poco più di 6mila euro. I responsabili della Sapio Life avrebbero chiesto all’Inps un’integrazione salariale sostenendo di avere subito un calo nella produzione nello stabilimento di Favara. Secondo gli investigatori, invece, non vi sarebbe stato alcun calo.

Omicidio Palumbo Piccionello, confermati 30 anni di carcere per Baio

Confermati in appello 30 anni di carcere per Antonio Baio, 73 anni di Favara, reo confesso dell’omicidio del compaesano Calogero Palumbo Piccionello, 65 anni, ucciso a Favara il 28 novembre del 2012. La conferma della lunga pena in primo grado e’ stata chiesta dal procuratore generale Ettore Costanzo. La prima condanna a 30 anni per Baio era stata sancita il 15 maggio del 2014 dal gup del tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, a conclusione del giudizio abbreviato. Adesso la Corte d’Appello di Palermo ha respinto le richieste della difesa di Baio di riaprire l’istruttoria dibattimentale e di compiere ulteriori perizie psichiatriche, ritenendole non utili e necessarie ai fini della decisione. Pertanto si procede verso sentenza, verosimilmente dopo l’estate.

Inchiesta PRG Agrigento: sentiti ex consiglieri comunali

Erano i primi di febbraio e il Comune di Agrigento veniva invaso dalle forze dell’ordine per un blitz che ha portato al sequestro di atti del PRG. L’ipotesi di reato contestato, attualmente ancora contro ignoti, è “associazione  per delinquere finalizzata alla corruzione”. Sotto accusa presunti pagamenti di tangenti in relazione  al Piano Regolatore Generale. In quei giorni, a collaborare con la magistratura, l’ex consigliere comunale Giuseppe Di Rosa, interrogato dai procuratori Ignazio Fonzo e Alessandro Macaluso ai quali avrebbe segnalato anche presunte minacce subite. Altri ex consiglieri comunali di Agrigento in questi giorni sono stati invitati dalla Digos a fornire chiarimenti in merito alle linee guida seguite, a prescrizioni esecutive, al piano costruttivo di Palmentelle e Zona C4 del Piano Regolatore Generale. In particolare sotto l’attento occhio della magistratura ci sarebbero alcune concessioni edilizie e di sanatoria. A non convincere i magistrati sarebbero diverse sedute del civico consesso nelle quali gli ex consiglieri avrebbero fatto cadere il numero legale o rinviato il punto evitando l’approvazione delle linee guida. Le indagini riprendono una vecchia inchiesta, l’operazione “Self Service” che nel 2011 aveva già coinvolto l’ufficio tecnico comunale agrigentino, e che portò  agli arresti  una decina di persone per il rilascio di concessioni edilizie sotto pagamento di tangenti. Ma il Comune di Agrigento è investito anche da un’altra inchiesta, ossia il presunto malaffare sulle 1133 commissioni consiliari solo nel 2014 e che sono costate 285 mila euro. La Guardia di Finanza, sempre i primi di febbraio, aveva provveduto a sequestrare l’intero carteggio riguardante gli atti sulle presenze e i fogli di pagamento dei consiglieri impegnati nelle  commissioni. Consiglieri comunali che la città ha pesantemente contestato chiedendone le dimissioni ma che in gran parte, in questa ultima tornata elettorale, sono stati rieletti, ed alcuni con il massimo delle preferenze.

Il Tar bacchetta l’Assessorato Regionale Formazione Professionale

L’EAP Federcom e’ un centro di formazione operante nelle provincie di Agrigento e Caltanissetta  le cui attività sono  finanziate dall’Assessorato Regionale dell’ Istruzione.  Per l’anno 2005 la Federcom chiedeva il finanziamento di quattro progetti, dei quali due da svolgersi in provincia di Caltanissetta ed altri due da svolgersi a Canicatti’. Tuttavia, erroneamente, l’Ispettorato di Caltanissetta trasmetteva all’Assessorato soltanto due dei quattro progetti presentati. Conseguentemente l’Assessorato approvava ed inseriva nel piano regionale per l’offerta formativa tutti e quattro i progetti presentati dall’Ente ma approvava una spesa complessiva sufficiente allo svolgimento di solo due di essi.  L’Ente allora insorgeva, proponendo un ricorso davanti al TAR SICILIA contro l’Assessorato Regionale della Formazione, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino, Massimiliano Valenza e Manlio Sortino,chiedendo l’ annullamento del provvedimento di recupero delle somme.  PROVVEDIMENTO accolto

Rivivono i rapporti contrattuali e subcontrattuali relativi all’appalto dei lavori di completamento del parcheggio pubblico sito in Piazzale Rosselli

La società M.srl con sede in Agrigento aveva stipulato con la società A. spa – affidataria dei lavori di completamento del parcheggio pubblico sito in Agrigento, Piazzale Rosselli- un contratto di subappalto per l’esecuzione della lavorazioni relative alle carpenterie strutturali; ma la Prefettura di Agrigento, ritenendo sussistente a carico della società M. srl elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa emetteva un’informativa interdittiva .  Conseguentemente l’Amministrazione Comunale di Agrigento, preso atto del suddetto provvedimento interdittivo, disponeva la rescissione del rapporto contrattuale. La società M. ha allora proposto un ricorso giurisdizionale, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Lucia Alfieri, contro la Prefettura di Agrigento e contro il Comune di Agrigento. Per effetto della pronunzia resa dal Consiglio di Giustizia Amministrativa rivivono i rapporti contrattuali e subcontrattuali relativi all’appalto dei lavori di completamento del parcheggio pubblico sito in Piazzale Rosselli ad Agrigento che potrà pertanto essere ultimato.

Fontana e Gucciardo si sono avvalsi della facoltà di non rispondere per la morte dei fratelli Mulone alle Macalube

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Mimmo Fontana e Daniele Gucciardo, difesi dall’avvocato Daniela Ciancimino. Fontana è indagato nella qualità di direttore della riserva naturale Macalube di Aragona, e Daniele Gucciardo come operatore. L’ipotesi di reato è cooperazione in omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta sulla morte dei  fratelli Laura e Carmelo Mulone  uccisi nel settembre scorso dal ribaltamento di un vulcano d’argilla della riserva. Fontana e Gucciardo sono stati interrogati dal sostituto procuratore Carlo Cinque. Indagato nell’inchiesta anche  Francesco Gendusa, dirigente regionale responsabile delle aree protette che verrà interrogato nei prossimi giorni. Secondo la perizia, “la riserva delle Macalube non ha nessuno dei parametri di sicurezza previsti dalla legge ed esistenti in altre riserve analoghe in Italia. Per la Procura  la responsabilità sarebbe dell’ente gestore, ossia Legambiente, a cui la Regione, con procedura diretta, ha affidato la riserva.

Frate Davide Mordino condannato a 9 anni e otto mesi per abusi sessuali su minori

Da uomo di Dio e figura di riferimento per molte famiglie di Sciacca, frate Davide Mordino, per alcuni minori della sua parrocchia si è trasformato nell’orco cattivo. L’ex prete palermitano che per anni è stato il parroco della basilica di San Calogero di Sciacca, è stato condannato a nove anni e otto mesi ed al risarcimento di 12,000 euro a favore di due dei tre minori che si sono costituiti parte civile. L’accusa, infamante per un uomo di Dio, è abuso sessuale su ragazzi tra i 14 e i 18 anni. La sentenza è arrivata dopo 5 ore di camera di consiglio. I fatti al centro del processo risalgono agli anni che vanno dal 2004 al 2009. Alle sue vittime diceva di dover realizzare dei test sulla sensibilità corporea, facendoli posare nudi per alcune foto, a queste sarebbero poi seguiti gli atti sessuali. L’indagine che aveva portato all’arresto dell’ex sacerdote, nacque nel contesto di un’inchiesta per spaccio di stupefacenti condotta dal commissariato saccense. Fu proprio durante quelle indagini, che coinvolgevano diversi giovani del paese che gli investigatori scoprirono rapporti sessuali a pagamento avuti da un indagato con l’ex sacerdote. A seguito di ulteriori accertamenti vennero alla luce altri rapporti sessuali a pagamento tra frate Mordino e i minori. Materiale fotografico fu poi rinvenuto nel computer della parrocchia e nel telefonino dell’ex sacerdote. Allontanato dalla basilica nel dicembre del 2009, frate Mordino fu arrestato nel luglio del 2012. Detenuto dapprima nel carcere palermitano Ucciardone e poi agli arresti domiciliari, l’ex prete si è sempre dichiarato innocente e vittima di un complotto. Ma i giudici del Tribunale di Sciacca che ieri sera lo hanno condannato a oltre nove anni e mezzo di carcere non hanno dubbi sulla sua colpevolezza; anche la Chiesa da tempo lo ha ridotto allo stato laico con dispensa dal sacerdozio.

Riscossione Sicilia ipoteca la casa di Totò Cuffaro

Una comunicazione preventiva di accensione di un’ipoteca su un immobile per un debito fiscale di circa 181mila euro è stata notificata all’ex governatore Salvatore Cuffaro da Riscossione Sicilia, l’agenzia della Regione per statuto ‘incaricata di gestire la riscossione dei tributi e delle altre entrate’ in Sicilia. L’atto, scrive il quotidiano La Sicilia, è stato notificato lo scorso 29 maggio. La casa di Cuffaro a Palermo potrebbe essere oggetto di pignoramento ‘se il debitore non dovesse pagare o attivare la rateizzazione prevista dalla legge’. L’iniziativa, lanciata dal presidente Antonio Fiumefreddo, mira a fare luce anche sui ‘debiti’ di deputati dell’Assemblea regionale Sicilia. La società ha inviato alla segreteria dell’Ars un “atto di pignoramento di crediti verso terzi”, chiedendo – in caso di ulteriore morosità dei debitori – di trattenere una percentuale dell’ assegno mensile. Con questa scansione: 1/10 per assegni mensili fino a 2.500 euro; 1/7 fra 2.500 e 5.000; 1/5 oltre i 5mila euro. Nella ‘black list’ ci sono otto attuali deputati. Il maggiormente indebitato è Raffaele “Pippo” Nicotra (91mila euro). Poi ci sono Paolo Ruggirello (34mila), Michele Cimino (25mila euro) a Marco Forzese (2.528,92), Giuseppe Gennuso (16mila), Dino Fiorenza (10mila) e Gino Ioppolo (4mila).

Condannato il Ministero della giustizia su ricorso di un ispettore capo di Palma di Montechiaro

Il sig. B.F. di 53 anni, di Palma di Montechiaro, Ispettore Capo della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Agrigento aveva proposto un ricorso davanti al TAR Sicilia contro il Ministero della Giustizia , con il patrocinio dell’avvocato Girolamo Rubino, per l’annullamento di un ordine di servizio che determinava  un demansionamento del ricorrente ed il TAR aveva accolto il ricorso.  La sentenza, passava in giudicato ma il Ministero della Giustizia non eseguiva pienamente il giudicato.  Ed allora l’Ispettore capo palmese ha proposto un nuovo ricorso giurisdizionale, sempre con il patrocinio dell’avvocato Girolamo Rubino, per l’ottemperanza di giudicato.  Si è costituito in giudizio il Ministero della Giustizia,  per chiedere il rigetto del ricorso, con vittoria di spese giudiziali. Il Consiglio di giustizia amministrativa, ritenendo fondati i motivi di gravame formulati dall’avvocato Girolamo Rubino, ha accolto il ricorso ed ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire al ricorrente il danno cagionatogli.

 Rigettata la richiesta di scarcerazione per Veronica Panarello, Antonella Panarello e Antonella Stival, la incontrano al Petrusa di Agrigento 

Antonella Panarello e’ uscita in lacrime dal carcere Petrusa di Agrigento dopo avere parlato per un paio d’ore con la sorella Veronica. Insieme a lei anche la zia paterna del marito, Antonella Stival. Due ore in cui Veronica ha ribadito la sua innocenza e respinge con forza l’accusa dell’omicidio del figlio Loris Stival di 8 anni a Santa Croce Camerina, trovato morto il 29 novembre.  La visita dei suoi familiari arriva all’indomani della notizia di rigetto della richiesta di scarcerazione, ricorso presentato dalla difesa contro l’ordinanza del riesame del 3 gennaio scorso. A stabilirlo la I sezione penale della Cassazione che conferma la misura cautelare in carcere. La sorella di Veronica, è visibilmente provata dall’incontro con la sorella, che si è chiusa in macchina e non ha voluto parlare con nessuno. Lamenta le condizioni psicologiche della sorella che ha trovato molto provata. Antonella Panarello inizialmente aveva accusato Veronica per poi ritrattare chiedendo scusa per avere tracciato   un profilo violento della sorella, e che aveva addirittura invitato a confessare il suo delitto. La zia invece esce visibilmente più serena ed ha sempre difeso la nipote acquisita. La zia con il marito e la sorella con il Papà, dopo l’incontro sono andate via  provate ma confortate dall’avere potuto parlare con Veronica.

 

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Lavoratore reintegrato all’Albo degli operatori della formazione professionale dopo ricorso al TAR

La seconda Sezione del T.A.R. Sicilia Palermo ha accolto in sede cautelare un ricorso presentato da una lavoratrice del sistema della formazione professionale, che era stata esclusa dall’Albo degli operatori professionali. La lavoratrice, Gloria Castelli, rappresentata dall’Avvoccato Giovanni Puntarello, era stata esclusa  poiché sarebbe stata assunta con contratto a tempo indeterminato dall’Ente di Formazione “Società Cooperativa Ettore Majorana” dopo la data del 31 dicembre 2008. Requisito richiesta anche dall’Assessorato Regionale dell’Istruzione e della formazione Professionale, al fine di poter risultare iscritti all’Albo. Di conseguenza la ricorrente non ne avrebbe avuto il diritto poiché, l’assunzione a tempo indeterminato di quest’ultima è intervenuta soltanto in data 23.02.2011. Tuttavia, il T.A.R. Palermo, ha accolto le tesi dell’Avvocato Giovanni Puntarello, secondo cui lo sbarramento del 31.12.2008, sindacata l’illegittimità, non poteva operare con riferimento a quei lavoratori della formazione professionale che, seppur assunti dopo il 31.12.2008, avessero visto ricostruire il proprio rapporto di lavoro a partire da una data precedente a quella  indicata. Ed infatti, numerosi dipendenti della Formazione Professionale, cui erano stati fatti sottoscrivere numerosi e reiterati contratti a tempo determinato, dopo la data del 31 dicembre 2008, hanno visto convertire il proprio rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato, in virtù delle norme vigenti in materia. L’esclusione di simili lavoratori dall’Albo regionale degli operatori della Formazione Professionale  costituisce una  violazione della disciplina giuslavorista.  A seguito di tale pronuncia si apre una grossa speranza per tutti quei lavoratori che trovandosi nelle medesime condizioni hanno promosso ricorso al T.A.R., facendo valere gli stessi profili di illegittimità. Per la lavoratrice  è stato evitato il licenziamento  preannunziato dal proprio ente di formazione, e ciò grazie alla misura cautelare disposta dal T.A.R. Sicilia – Palermo che ne ha ordinato l’inserimento con riserva all’interno dell’Albo in questione.

Omicidio Mancuso, giudizio immediato per Amato

A Palermo, il tribunale del riesame ha restituito la libertà ai fratelli agrigentini Calogero e Nicolo’ Sodano, titolari di una discarica a Monserrato e imputati di corruzione, nell’ ambito dell’inchiesta cosiddetta “Terra mia”, insieme all’architetto Cannova, funzionario della Regione Sicilia. Il Tribunale, accogliendo l’appello dei difensori, gli avvocati Giuseppe Sodano, Maurizio Buggea, Giuseppe Tortora e Enrico Quattrocchi, ha revocato l’ordinanza che ha disposto l’obbligo di dimora nel Comune di Agrigento ritenendo insussistenti le esigenze cautelari. Calogero e Nicolò Sodano, già interrogati dagli inquirenti, hanno sempre respinto ogni addebito e garantito l’assoluta regolarità nella gestione dei loro siti e l’assoluto rispetto delle normative in materia di protezione dell’ambiente, occupandosi di risanamento ambientale obbligatorio.

Inchiesta Hardom, chieste 4 condanne

Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Rita Fulantelli, dopo aver concluso la requisitoria, ha chiesto la condanna di 4 imputati di Porto Empedocle giudicati in abbreviato nell’ambito dell’ inchiesta antidroga cosiddetta “Hardom”. 12 anni e 6 mesi di reclusione per Alfonso Sanfilippo, 43 anni di età. Poi, 12 anni di carcere ciascuno per Salvatore Radio, 50 anni, Salvatore Miliziano, 26 anni, e Salvatore Di Betta, 35 anni. Il blitz Hardom risale all’8 febbraio del 2011, ad opera dei poliziotti del Commissariato di Porto Empedocle e della Squadra Mobile di Agrigento. L’organizzazione sgominata avrebbe acquistato ingenti quantitativi di cocaina per poi rivenderli al dettaglio a Porto Empedocle e a Favara.

Veronica Panarello interrogata in carcere dal magistrato, il racconto del legale

Veronica Panarello, quasi per sei ore è stata ascoltata da Marco Rota sostituto procuratore di Ragusa, nel carcere Petrusa di Agrigento. L’accusa è di aver ucciso il figlio Loris Stival di 8 anni, il 29 novembre 2014, strangolandolo con delle fascette di plastica, per poi abbandonarlo in un canalone a quattro chilometri da Santa Croce Camerina. Veronica, nel silenzio della sua cella avrebbe ricordato alcuni particolari del percorso effettuato quella mattina, ed è per questo che un mese fa ha chiesto di essere sentita dai magistrati. A raccontare i contenuti dell’interrogatorio il suo legale Francesco Villardita. (Intervista a Francesco Villardita) Alternando momenti di pianto a momenti di lucidità, Veronica ha anche manifestato dei dubbi su alcuni comportamenti di persone coinvolte nelle indagini. (Intervista a Francesco Villardita) Adesso con l’ausilio delle videocamere i magistrati dovranno accertare se il nuovo racconto di Veronica Panarello risponde a verità. Lei continua a ribadire di avere accompagnato il figlio a scuola quella mattina e di non averlo più trovato quando è andata a riprenderlo. Racconto non confermato dalle maestre e dalle videocamere di sorveglianza le quali non l’hanno mai ripresa vicino alla scuola.

Nello Musumeci incontra gli studenti agrigentini per parlare di prevenzione della corruzione

Questa mattina gli studenti dell’I.P.I.A. Fermi di Agrigento hanno partecipato attivamente ad un convegno-dibattito dal tema: “Corruzione: scegliere da che parte stare. E sostenere i costi”. L’iniziativa fa parte del progetto “Prevenzione della corruzione 2.0 Andare oltre l’adempimento. Lo scopo è quello di farsì che la nuova generazione grazie alla denuncia metta fine agli affari delle  organizzazioni malavitose. Presente all’incontro il Presidente della commissione antimafia regionale Nello Musumeci. (intervista a Nello Musumeci) A testimoniare l’esperienza vissuta l’imprenditore Natale Giunta che ha denunciato i suoi estorsori ed ha voluto invogliare i giovani alla cultura della legalità. (Intervista a  Natale Giunta, chef) Presente anche il calciatore dell’Akragas Davide Baiocco che ha sottolineato come nella società che viviamo ci sia tanta corruzione e proprio per questo i giovani devono opporsi. (intervista Davide Baiocco, giocatore Akragas) Gli studenti hanno potuto fare delle domande ai presenti, cercando di capire come  e perchè  bisogna opporsi alla corruzione e denunciare (intervista  a Salvo Cimino e Francesco La China, consulta studentesca) Presenti al convegno anche il vice prefetto di Agrigento, Antonio Siracusa di Confindustria, Don Baldo Reina, rettore del seminario di Agrigento, Stefania Ierna della consulta provinciale studentesca,  il sindaco di Aragona Salvatore Parello, il dirigente scolastico dell’I.P.I.A. Fermi, Elisa Casalicchio, dirigenti del comune di Aragona e vari rappresentanti delle forze dell’ordine del territorio. Il Progetto è stato anche oggetto di pubblicazione sull’home-page del sito internet del Ministero dell’Interno.

Rubino vince causa contro Ministero della Difesa

Il Signor A.V. , di 37 anni, di Agrigento, aveva proposto un ricorso davanti la Corte dei Conti con il patrocinio dell’Avvocato Girolamo Rubino, contro il Ministero della Difesa per il riconoscimento del nesso di causalita´ tra l’asma bronchiale contratta e l’espletamento del servizio militare, nonche’ per l’annullamento del provvedimento di rigetto della domanda tendente ad ottenere la pensione privilegiata. La Corte dei Conti ha  ritenuto fondata la pretesa del ricorrente.

“Testimoni di giustizia siciliani saranno tutti assunti tra aprile e maggio”

 Nei prossimi giorni, la Regione Sicilia assumerà   tutti i testimoni di giustizia siciliani. I primi 13 verranno assunti nelle prossime settimane e altri 35,  nel mese di maggio dopo l’approvazione della finanziaria. Il piano prevede inoltre per alcuni testimoni  che vivono in località protetta e che non possono rientrare in Sicilia, la possibilità di destinarli in altre regioni. Soddisfatto il presidente dell’Associazione Testimoni di Giustizia  Ignazio Cutro’ per questa importante pagina di storia. Ignazio Cutro’ , nonostante sia tra i primi testimoni di giustizia  in graduatoria per l’assunzione negli uffici regionali, ha chiesto di essere l’ultima persona ad essere inserita nel piano.

Rubino: Ministero della Difesa condannato dal Tar

D.S., 40 anni di Canicattì era stato escluso dal concorso per la copertura di 990 posti di volontario di truppa in servizio permanente dell’esercito bandito nel 1998 sulla base di un’asserita mancanza di requisiti di partecipazione. Il giovane canicattinese aveva proposto un ricorso davanti al Tar del Lazio, con il patrocinio dell’Avv. Girolamo Rubino, contro il Ministero della Difesa, per l’annullamento, previa sospensione, del provvedimento di esclusione. In particolare l’Avvocato Rubino ha censurato il provvedimento impugnato sotto il profilo della violazione del principio del “favor partecipationis” che impone l’ammissione dei candidati nell’ipotesi di clausole del bando equivoche. Si è costituito in giudizio il Ministero della Difesa, con il patrocinio dell’Avvocatura Generale dello Stato , per chiedere il rigetto del ricorso, previa reiezione della richiesta cautelare. Già in sede cautelare il Tar del Lazio aveva accolto la richiesta cautelare, disponendo l’ammissione con riserva del ricorrente alla procedura concorsuale .Da ultimo, esaminando il merito della controversia, il Tar del Lazio, Sezione Prima bis, Presidente il Dr. Giampiero Lo Presti, Relatore il Consigliere Roberto Vitanza, ha accolto il ricorso, annullando il provvedimento di esclusione perché illegittimo, e condannando il Ministero della Difesa anche al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in euro tremila, oltre iva e cassa di previdenza forense. Pertanto, per effetto delle sentenza resa dal Tar , il giovane canicattinese, che nelle more è stato arruolato con riserva nell’esercito italiano, resterà in servizio, avendo raggiunto il grado di caporal maggiore scelto presso l’ottavo reggimento alpini di Cividale.

Il Cga accoglie la richiesta di sospensiva della revoca dell’affidamento dei lavori di completamento del parcheggio pubblico sito in piazzale Rosselli ad Agrigento

La società Mosedil con sede ad Agrigento aveva stipulato con la società Akrapark affidataria dei lavori di completamento del parcheggio pubblico sito in Piazzale Rosselli ad Agrigento , un contratto di subappalto per l’esecuzione delle lavorazioni relative alle carpenterie strutturali; ma la Prefettura di Agrigento, assumendo  a carico della Mosedil elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa, emetteva un’informativa interdittiva; analoga informativa veniva resa  anche nei confronti della società Akrapark. Di conseguenza,  l’Amministrazione Comunale di Agrigento, preso atto dei suddetti provvedimenti interdittivi, disponeva la revoca dell’aggiudicazione e la rescissione del rapporto contrattuale . Ma la Mosedil , assistita dagli avvocati Girolamo Rubino e Lucia Alfieri, ha proposto un ricorso giurisdizionale contro la Prefettura di Agrigento  e nei confronti del Comune di Agrigento, per l’annullamento dell’informativa interdittiva.

Il Tar sospende anche il nuovo decreto di revoca dell’accreditamento rilasciato all’Ecap di Agrigento

Nel mese di ottobre 2014 l’Assessorato Regionale della Formazione Professionale aveva disposto la revoca dei decreti aventi ad oggetto gli accreditamenti provvisori rilasciati all’Ecap di Agrigento per lo svolgimento nella regione siciliana dell’attività di orientamento  professionale. In particolare si contestava l’assunzione da parte dell’Ecap di Agrigento di quattro dipendenti in presunta violazione del “blocco delle assunzioni” disposto dalla legislazione regionale: L’ Ecap di Agrigento, rappresentato  dagli avvocati Girolamo Rubino e Massimiliano Valenza, aveva proposto un ricorso davanti al Tar Sicilia. Il Tar Sicilia,  ritenendo fondate le censure formulate dagli avvocati Rubino e Valenza ha accolto la richiesta cautelare di sospensione dell’esecuzione del provvedimento di revoca impugnato.

 

Processo D’Orsi, arringa difensiva dell’avvocato Daniela Posante

Recentemente, al palazzo di giustizia di Agrigento, il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo ed il sostituto Carlo Cinque, hanno chiesto 6 anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Eugenio D’Orsi, ex presidente della provincia regionale di Agrigento, sotto processo per peculato, truffa ed abuso di ufficio. Secondo la Procura, D’Orsi avrebbe sfruttato il suo ruolo istituzionale per finalita’ private. In particolare, sempre secondo la Procura di Agrigento, D’Orsi, in occasione di lavori nella sua villa a Montaperto, frazione di Agrigento, avrebbe utilizzato la sua posizione pubblica di presidente della Provincia per ottenere vantaggi per la costruzione della struttura sostenendo costi irrisori. Inoltre a D’Orsi la Procura ha contestato anche d’aver piantato nel giardino della sua casa 40 palme destinate invece agli spazi verdi pubblici come il giardino botanico. La difesa di D’Orsi non ci sta e passa al contrattacco. Vi e’ stata l’arringa difensiva dell’avvocato Daniela Posante a favore del suo assistito, l’ex governatore della provincia regionale di Agrigento. Al palazzo di giustizia di via Mazzini, tra l’altro, l’avvocato Posante ha affermato : “Si può chiedere la condanna di un imputato, ma proprio non capisco il senso di doverlo denigrare in pubblico chiamandolo ladro. Il pubblico ministero, Carlo Cinque, nella sua requisitoria ha detto che l’ex presidente della Provincia è un ladro. Pei lavori nella casa di D’Orsi a Montaperto l’architetto Vincenzo Buono non ha voluto essere pagato perché hanno ottimi rapporti personali, e succede a tutti i professionisti. Poi, sui rimborsi dei pranzi istituzionali la procedura era legittima, mentre gli incarichi affidati a professionisti esterni era necessario fare in fretta per evitare richieste risarcitorie di proprietari dei terreni espropriati” – conclude l’avvocato Posante.

Condannato il Ministero dell’Istruzione su ricorso di un preside favarese

 F.G. di 67 anni di Favara, dirigente scolastico, nell’anno scolastico 2006-2007 aveva espletato le sue mansioni presso l’Istituto Superiore “G.Zappa” di Campobello di Licata ; cinque anni dopo,  l’Ufficio Scolastico regionale incaricava alcuni funzionari dell’espletamento di un’ispezione presso il detto istituto. All’esito dell’ispezione veniva comunicato al dirigente scolastico l’avvio di un procedimento finalizzato ad accertare responsabilità disciplinari sanzionabili ai sensi del contratto collettivo nazionale. A conclusione del giudizio disciplinare, l’Ufficio Scolastico Regionale irrogava la sanzione della sospensione non retribuita dal servizio per tre mesi. Il dirigente scolastico , con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Massimiliano Valenza, impugnava la sanzione presso il Giudice del Lavoro di Agrigento, chiedendone la declaratoria di nullità, nonchè il risarcimento del danno. Il Giudice del Lavoro di Agrigento , ha accolto il ricorso.

Il nuovo ruolo della Corte dei Conti per una amministrazione trasparente ed efficiente

“Il nuovo ruolo della Corte dei Conti per una amministrazione trasparente ed efficiente” è questo il tema di un convegno di studio che si è svolto all’interno della sala Zeus al museo archeologico San Nicola di Agrigento.  Nell’ultimo decennio  la corte dei conti  ha  assicurato la sua funzione di vigilanza in materia fiscale all’interno del bilancio delle amministrazioni valutando se l’equilibrio della spesa sia avvenuta in piena efficacia. Il deputato regionale Michele Cimino, nonché componente della I commissione legislativa, sottolinea  la necessità di fornire agli amministratori un valido supporto legale. (Intervista a Michele Cimino, deputato regionale)Ad intervenire al convegno Maria Immordino docente universitario di diritto amministrativo all’università di Palermo, attualmente Presidente del Cupa, e che ha  evidenziato quali siano le difficoltà e gli aspetti fondamentali che un  ente privato o pubblico ha nel rapportarsi con la Corte dei Conti. (Intervista a Maria Immordino) Gestire un’Azienda Sanitaria che deve coniugare le direttive della Corte dei Conti con le esigenze del personale e degli utenti,  senza creare squilibri economici e disservizi nel territorio, diventa ancora più complicato in un’azienda che ha debiti accumulati negli anni passati. Il Direttore Generale dell’Asp di Agrigento Salvatore Ficarra, durante il convegno, ha  evidenziato quali siano le difficoltà  che riscontra quotidianamente nell’applicazione delle leggi che frequentemente si contrappongono alle reali esigenze dell’azienda sanitaria. (Intervista a Salvatore Ficarra, dir. Gen. ASP 1 AG) Presenti al convegno gli amministratori comunali di Racalmuto e Cianciana e Don Lillo Argento, responsabile spirituale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani. A moderare il convegno il Presidente, l’avvocato Pietro D’Alessandro. (Intervista a  Pietro D’Alessandro, pres. U.G.C.I. ) L’ iniziativa è stata  promossa dalla sezione agrigentina dell’Unione giuristi cattolici italiani in collaborazione con la Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana.

 

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Il TAR condanna l’Agenzia per le erogazioni in Agricoltura

La signora  B.A. di 48 anni aveva presentato una richiesta di accesso all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura  AGEA per estrarre copia di tutti gli atti dispositivi compiuti dal defunto genitore in favore dei fratelli al fine di valutare l’eventuale lesione dei propri diritti successori. Ma l’Agenzia opponeva un diniego sulla scorta della necessita’ di acquisire il consenso degli altri eredi . La signora ha allora proposto un ricorso davanti al Tar del Lazio, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Valentina Blunda, per ottenere un ordine di esibizione in relazione agli atti richiesti. Il Tar del Lazio,   ha accolto il ricorso.

Nuova cupola, chieste condanne

Al palazzo di giustizia di Agrigento, al termine della terza udienza dedicata alla requisitoria, la Pm della Dda di Palermo, Rita Fulantelli, ha chiesto 9 condanne a carico di altrettanti imputati a processo ordinario nell’ambito dell’inchiesta antimafia nell’agrigentino cosiddetta “Nuova Cupola”. Le pene sono comprese fra i 15 e i 21 anni di carcere.  La condanna piu’ alta e’ stata proposta per il favarese Carmelo Vetro, 29 anni, presunto capo della famiglia mafiosa di Favara. Poi 15 anni di carcere ciascuno per Ettore Allegro, 50 anni, di Caltanissetta, Pietro Capraro, 34 anni, di Agrigento, Gaetano Licata, 30 anni, di Agrigento, Bruno Pagliaro, 23 anni, di Porto Empedocle, e Gerlando Russo, 40 anni, di Agrigento. Poi, Maurizio Romeo, 43 anni, di Porto Empedocle: 20 anni e 6 mesi di reclusione. Salvatore Romeo, 53 anni, di Porto Empedocle: 19 anni di reclusione. Gianfranco Taranto, 63 anni, di Palermo: 18 anni di reclusione. L’operazione da cui prende il nome il processo, si svolse il  26 giugno del 2012 e con i suoi 54 arresti disgrego’ il nuovo organigramma mafioso della provincia di Agrigento.

La cronaca del 26 febbraio 2015

Il Tribunale di Agrigento, tramite il Gip, accogliendo le istanze del difensore, l’avvocato Calogero Raia, ha concesso gli arresti domiciliari, in un’altra provincia diversa da Agrigento, ad Antonio Alaimo, 53 anni, di Favara, bidello, imputato di rilievo nell’ ambito dell’ inchiesta della Procura e della Digos di Agrigento cosiddetta “La carica delle 104″. L’imprenditore di Porto Empedocle Giuseppe Burgio, 50 anni, è stato posto agli arresti domiciliari dove dovrà rimanere per un mese. Il provvedimento di esecuzione della pena è stato eseguito dai poliziotti della Divisione Anticrimine della Questura di Agrigento. Giuseppe Burgio è stato condannato perché non avrebbe versato i contributi per i propri dipendenti. La vicenda risale al periodo in cui Burgio ricopriva la carica di presidente del Consiglio d’amministrazione del Cda di Agrigento che operava nel campo della grande distribuzione alimentare. Spaventoso incidente stradale lungo l’autostrada A19 Palermo – Catania in direzione Palermo. Una donna di 50 anni, originaria di Canicattì, si è schiantata, per cause da accertare, contro il guard rail ed è stata sospesa in bilico prima che la sua Kia Sorento fosse recuperata dai Vigili del fuoco giunti da Caltanissetta. Sono state tagliate le lamiere, la donna è stata estratta e poi, in evidente stato di shock, è stata trasportata all’ ospedale Sant’Elia a Caltanissetta. Non ha subito, a parte il trauma emotivo, ferite gravi. La Polizia stradale ha compiuto i rilievi di rito. In via Mazzini ad Agrigento, una cartolibreria ha subito l’otturamento dei lucchetti delle serrature con la colla Attack. Gli investigatori privilegiano l’ipotesi che si tratti di una intimidazione a scopo estorsivo. Sul posto sono intervenuti i poliziotti della Squadra Volanti che hanno avviato le indagini. Sull’isola di Lampedusa, ignoti, nottetempo, verosimilmente con una tronchese, hanno tagliato la rete metallica di recinzione dell’ aeroporto, provocando un varco di circa un metro. Sul raid, di presunto stampo vandalico, indagano i Carabinieri della locale stazione e la Procura di Agrigento. A Sommatino, in provincia di Caltanissetta, i Carabinieri della locale Stazione, hanno scoperto 12 quintali di formaggio (290 forme) a bordo di 3 automobili intercettate alla periferia del paese. Il prodotto è risultato rubato in un caseificio a Butera. Tre persone sono fuggite. Un uomo di 50 anni del nisseno è stato denunciato per ricettazione.

Rubino: Niente risarcimento per ex comandante vigili urbani Casteltermini

Il Dr. G.F. , di 69 anni, di Casteltermini, ex Comandante della Polizia Municipale di Casteltermini ,aveva proposto un ricorso davanti al Giudice del Lavoro chiedendo, tra l’altro, la declaratoria di responsabilità da mobbing del comune di Casteltermini e per l’effetto la condanna di quest’ultimo al pagamento di euro 87.500 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale; secondo il ricorrente il Sindaco dell’epoca aveva posto in essere una serie di atti illegittimi con evidenti profili di ritorsione , discriminazione e vessazione. Già il Tribunale di Agrigento aveva rigettato la domanda dell’ex comandante, condividendo le tesi del difensore del Comune di Casteltermini avvocato Girolamo Rubino, secondo cui andava esclusa la sussistenza di un effetto persecutorio o vessatorio del datore di lavoro sul ricorrente. Ma l’ex comandante della Polizia Municipale ha proposto ricorso in Appello davanti la Corte d’Appello di Palermo, chiedendo la riforma della sentenza resa dal Tribunale di Agrigento, e reiterando la richiesta di condanna del Comune di Casteltermini al pagamento della somma di euro 87.500 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, sub specie di danno alla sua personalità morale. Anche in appello si è costituito in giudizio il Comune di Casteltermini, in persona del sindaco Avvocato Alfonso Sapia, sempre rappresentato e difeso dall’Avvocato Girolamo Rubino, per chiedere il rigetto dell’appello. In particolare l’avvocato Rubino ha sottolineato che la rimodulazione dei compiti gestionali era stata effettuata nel rispetto delle conoscenze specialistiche possedute dai diversi responsabili al precipuo scopo di garantire una maggiore efficienza dei servizi ed al fine di eliminare eventuali disfunzioni nello svolgimento dei compiti istituzionali dell’Ente. La Corte d’Appello di Palermo, Sezione Lavoro, Presidente il Dr. Matteo Frasca, Relatore il Consigliere Dr.ssa Maria G. Di Marco, condividendo le tesi difensive dell’Avvocato Rubino ha respinto l’appello proposto dall’ex comandante della Polizia Municipale di Casteltermini, confermando la sentenza resa dal tribunale di Agrigento, e condannando l’appellante al pagamento delle spese processuali, liquidate in euro 3.500, oltre accessori. Il Comune di Casteltermini nulla dovrà corrispondere pertanto all’ex comandante per presunte condotte mobbizzanti mentre quest’ultimo dovrà provvedere al pagamento delle spese processuali.

30 anni di condanna a Mouhamud per la strage del 3 ottobre

Era il 3 ottobre 2013 e morivano al largo di Lampedusa 366  persone, uomini, donne e bambini. 20 il numero dei disperi.  Oggi Muhuidin Elmi Mouhamud è stato condannato a 30 anni di carcere. Somalo trentenne ha sulle spalle la morte e la disperazione di  130 eritrei sequestrati, torturati, stuprati. In Libia li aveva tenuti prigionieri dopo averli intercettati in mezzo al deserto del Sahara. Per essere rilasciati hanno dovuto pagare un riscatto di 30 mila dollari a persona. Hanno pagato per poi naufragare e morire nelle gelide acque del canale di Sicilia. A raccontare le atrocità subite alcuni eritrei sopravvissuti al naufragio e che lo avevano riconosciuto subito dopo. Tante le attinenze con ciò che è successo il 10 febbraio scorso. Stesse modalità: sequestri, torture, riscatti per poi morire. A condurre le indagini il Pubblico Ministero Geri Ferrara per conto  dell’antimafia di Palermo. Ha chiesto 30 anni ed è stato condannato. Il comune di Lampedusa è l’unica presente in aula come parte civile nel processo. Intanto questa prassi continua a ripetersi. L’operazione Triton può essere utile solo per evitare le morti in mare alle quali nonostante gli sforzi  a volte non  riesce ad intervenire in tempo. Si deve fare qualcosa per evitare i sequestri e le torture. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha più volte manifestato l’intenzione di coinvolgere l’Africa in un  progetto comune che impedisca la sistematica tratta di esseri umani, ma di tutto questo ancora non si sa nulla e la Comunità Europea non può più chiudere gli occhi e pensare di risolvere la questione con il solo pattugliamento delle coste.

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I TESTIMONI DI GIUSTIZIA SARANNO ASSUNTI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

L’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, unitamente al suo Presidente Ignazio Cutrò, esprime la propria soddisfazione per la conclusione della “fase istruttoria” della Commissione Centrale sul provvedimento legislativo che, a breve, porterà alla assunzione dei testimoni di giustizia presso la pubblica amministrazione della Regione Sicilia.

La cronaca giudiziaria

Ad Agrigento, al palazzo di giustizia, a conclusione della requisitoria, il pubblico ministero, Brunella Sardoni, a conclusione della requisitoria, ha chiesto 2 condanne e 6 proscioglimenti nell’ambito dell’inchiesta “I soliti ignoti” dal nome del blitz dei Carabinieri del 27 gennaio 2011 contro spaccio di droga e altri delitti connessi. A carico di Giacomo Lauricella Luca, 53 anni, di Favara, è stato chiesto 1 anno e 8 mesi di reclusione. E per Salvatore Di Fede, 65 anni, di Agrigento, 8 mesi. Poi, proscioglimenti per difetto di procedibilità o assoluzioni nel merito sono state chieste per i favaresi Francesco Fanara, 59 anni, Calogero Luca Lauricella, 51 anni, Giovanni Mendola, 33 anni, e Gianfranco Limblici, 33 anni, e poi per Eugenio Gibilaro, 48 anni, di Agrigento. Ed ancora, la Cassazione ha respinto le richieste di riforma della sentenza da parte della Procura generale e le pretese penali e risarcitorie della difesa della controparte, e ha confermato definitivamente la sentenza della Corte d’Appello di Palermo che il 4 ottobre 2013 accogliendo le argomentazioni del difensore, l’avvocato Arnaldo Faro, ha assolto l’ex sindaco di Porto Empedocle, Orazio Guarraci, 53 anni, dall’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa a danno dell’attuale sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto. Guarraci, condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione, nel luglio del 2006 denunciò ai Carabinieri, alcuni presunti casi di voto di scambio alle elezioni amministrative allegando le dichiarazioni dei testimoni. Firetto, rivale elettorale di Guarraci, è stato indagato, e poi il procedimento è stato archiviato. L’avvocato Arnaldo Faro ha sostenuto che le frasi pronunciate da Guarraci rientrano nel diritto di critica politica, e che hanno avuto contenuto del tutto impersonale e non sono state riferite ad personam all’onorevole Firetto. Ecco perchè la sentenza di assoluzione, per insussistenza del reato. Innanzi al Giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto, ha patteggiato la condanna a 1 anno di reclusione, pena sospesa, per lesioni colpose, Claudio Vella, 48 anni, di Raffadali, camionista, che nel 2013 ha investito un ragazzino in giro con la sua bicicletta nel centro abitato di Raffadali. Il ferito ancora sconta, con gravi difficoltà, i postumi dell’ incidente, tra cure e riabilitazione. Vella è imputato di non avere frenato in tempo e di avere mantenuto una condotta di guida prudente.

Il Tar condanna il Ministero dell’Interno e l’Assessorato Regionale dell’Energia in accoglimento di un ricorso proposto da una società licatese

La società O.srl con sede in Licata nell’anno 2011 acquisiva da un’altra società il ramo d’azienda avente ad oggetto l’attività di raccolta, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti , chiedendo ed ottenendo la voltura dell’autorizzazione all’uopo rilasciata dall’Amministrazione Regionale. Ma nel 2013 l’Assessorato Regionale dell’Energia revocava le autorizzazioni rilasciate alla società licatese, sulla base di un’informativa “atipica” emessa dalla Prefettura di Agrigento. La società licatese ha proposto allora un ricorso  davanti al Tar Sicilia, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Massimiliano Valenza, per l’annullamento del decreto di revoca delle autorizzazioni già rilasciate nonché dell’informativa. Il Tar Sicilia,ha accolto il ricorso ed ha annullato il provvedimento assessoriale di revoca delle autorizzazioni già concesse.

Nota di Di Rosa su indagini commissioni

“Sono stato a lungo sentito dall’ autorità giudiziaria in relazione a fatti diversi alla vicenda delle commissioni consiliari. Il contenuto del verbale delle mie dichiarazioni e’ stato secretato. A detto vincolo di segretezza sono obbligato quale persona informata sui fatti pertanto non posso rilasciare dichiarazioni su quanto mi e’ stato chiesto e conseguentemente non posso partecipare a dibattiti o trasmissioni televisive nel contesto delle quali potrebbero venire toccati argomenti in relazione a quanto riferito alle autorità”, conclude Di Rosa

Veronica Panarello resta in carcere e incontra il suo legale ad Agrigento

Veronica Panarello  resta in carcere e ad Agrigento. La donna è accusata  dell’omicidio del figlio, il piccolo Loris Stival di 8 anni, avvenuto a Santa Croce Camerina e ieri il Tribunale del Riesame di Catania ha confermato la  custodia cautelare in carcere definendola una “lucidissima assassina.” Non l’ha trovata in forma  questa mattina il suo legale Francesco Villardita che l’ha  incontrata nella sua cella al Petrusa. (int. Avv. Francesco Villardita, legale di Veronica). I giudici ritengono che Veronica Panarello abbia agito  in “preda a uno stato passionale momentaneo di rabbia incontenibile per il fallimento del piano mattutino che evidentemente quel giorno non prevedeva l’ingombrante presenza del suo primogenito”. Movente non condiviso dal suo legale e dalla Panarello che stanno valutando se fare ricorso alla Cassazione. Sulla presenza di un testimone il legale ne nega l’esistenza. (Int. Avvocato Villardita, legale di Veronica). Veronica dal carcere segue tutte le trasmissioni televisivi e elegge i giornali ove si parli della vicenda del piccolo Loris Stival.

LE FIAMME GIALLE AL COMUNE DI AGRIGENTO

Blitz della Guardia di Finanza questa mattina al comune di Agrigento per acquisire e sequestrare tutti i documenti relativi alle commissioni consiliari. Ben 1133 quelle convocate dai consiglieri nell’arco del 2014. Il caso, come risaputo, è stato ed è ancora al centro della cronaca nazionale  dopo il servizio  della trasmissione Ballaro’,andata in onda su Rai tre  e poi , su Rai Uno, con l’Arena di Massimo Giletti.  Dunque, questa mattina, le Fiamme Gialle di Agrigento, hanno provveduto ad acquisire ogni atto utile a far luce sulla vicenda per accertare eventuali responsabilità. Le indagini sono coordinate  dal procuratore capo Renato Di Natale e dall’aggiunto Ignazio Fonzo, che hanno già aperto un’inchiesta. Le dichiarazioni fino ad ora ricevute sono quelle rese da alcuni consiglieri comunali che hanno parlato di  partecipazioni in contemporanea a riunioni di Commissione e Consiglio comunale, attività  non consentita dalla legge,  e di “tacito accordo” secondo cui si sarebbero convocate sempre più riunioni per raggiungere il tetto massimo di guadagno. Da tempo, la Procura, aveva avviato  le indagini sul versante degli emolumenti  percepiti  dai consiglieri comunali  e componenti le commissioni  consiliari . Adesso questa  nuova inchiesta,  consentirà  maggiori chiarimenti sull’attività  dell’organo politico di Palazzo di Città.