“Maltratta e abusa sessualmente della moglie”, chiesta condanna a 3 anni

Tre anni di reclusione per le accuse di violenza sessuale e maltrattamenti: sono stati proposti, al termine della requisitoria, dal pubblico ministero Antonella Pandolfi nei confronti di un quarantenne di Porto Empedocle finito a processo sulla base delle denunce della moglie. L’imputazione iniziale era di stalking, il pm ha poi modificato il capo di imputazione. Il magistrato della Procura, durante la requisitoria, ha definito “del tutto attendibile la versione della donna che è diametralmente opposta a quella del marito che nega tutto e ci racconta pure – ha aggiunto il pm – di essere stato una vittima dell’ex. Non si capisce quale sarebbe il motivo per cui la donna avrebbe dovuto calunniarlo inventandosi tutto”. Uno degli episodi più gravi, che ha fatto approdare il processo davanti al tribunale collegiale, è un approccio sessuale violento che l’imputato avrebbe avuto nei confronti della moglie.

Vince un concorso al Viminale ma non viene assunta perché è figlia di un boss mafioso

Gisella Licata, 36 anni di Grotte non ha mai commesso alcun reato eppure ha dovuto fare causa allo Stato, davanti al Tar del Lazio, perché il ministero dell’Interno vuole impedirle di entrare in servizio dopo che la donna ha vinto un concorso da funzionario civile di prefettura. La vicenda viene raccontata dal Giornale di Sicilia . E’ la figlia di Vincenzo Licata, 63 anni, in carcere da 20, boss mafioso di Grotte, condannato a tre ergastoli. Gisella avrebbe dovuto prendere servizio il 4 febbraio firmando un contratto a tempo indeterminato. La sua assunzione, comunicatale il 28 dicembre 2018, è stata bloccata dal Viminale . Il 2 febbraio infatti, due giorni prima della firma del contratto, Gisella ha saputo che non sarebbe potuta entrare in servizio, nonostante non c’entri niente con la storia del padre, in carcere da quando lei era bambina. La donna, assistita dal legale Girolamo Rubino, ha fatto ricorso al Tar del Lazio chiedendo di sospendere la sospensione e di consentirle di prendere servizio. Il Tar però potrebbe dichiararsi incompetente e decidere di mettere tutto nelle mani del giudice del Lavoro di Palermo o di Agrigento.

Casarini per sette ore davanti al pm: “Rifarei quello che ho fatto e non scappo”

Sette ore di interrogatorio. Per Luca Casarini, capo missione della nave Mare Jonio, quella di ieri è stata la giornata in cui, di fronte al procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, ha dovuto rispondere alle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di non aver rispettato l’ordine impartito dalla Guardia di finanza di arrestare la nave che il 19 marzo è approdata a Lampedusa dopo avere salvato 49 migranti in acque libiche. «Salvare vite umane è un dovere, non c’erano altre scelte», ha spiegato Casarini, in un’aula del quinto piano del tribunale di Agrigento , al pm confermando che , in situazioni analoghe, rifarebbe le stesse scelte. rima di entrare in procura, rispondendo ai cronisti, senza nominarlo ma in maniera esplicita, ha polemizzato col ministro dell’interno Matteo Salvini: «Io rispondo ai pm – ha detto l’ex leader dei no global – sono altri che si nascondono e scappano dai processi». Per quanto riguarda l’accusa di non aver rispettato l’ordine impartito dalla Guardia di finanza, Casarini ha spiegato che non sarebbe stato possibile «perché saremmo morti tutti per le condizioni del mare. Ci siamo diretti verso Lampedusa – ha proseguito – per una scelta precisa. In Libia i migranti rischiavano di morire e dovevamo portarli in un posto sicuro». A supporto delle sue tesi, Casarini ha poi consegnato dei documenti di cui i pm non erano ancora in possesso. Il procuratore aggiunto Vella, insieme al procuratore Luigi Patronaggio e al pm Cecilia Baravelli con cui coordina l’inchiesta, nei prossimi giorni deciderà i successivi passi dell’inchiesta.

Il consigliere comunale non può essere trasferito.Il TAR dà torto al Ministero della Giustizia

Il consigliere comunale non può essere trasferito.Il TAR dà torto al Ministero della Giustizia. La vicenda riguarda un 45enne , assistente capo di Polizia Penienziaria che ricopre la carica di consigliere comunale e  per effetto di provvedimenti di assegnazione temporanea presta servizio alla casa circondariale di Agrigento. Il Ministero della Giustizia, aveva disposto la revoca del provvedimento e il trasferimento nella casa circondariale di Palermo. Da qua la decisione del consigliere comunale di proporre un ricorso davanti al Tar Sicilia, con il patrocinio degli Avvocati Girolamo Rubino (nella foto) e Giuseppe Impiduglia. Condividendo la tesi difensiva sostenuta dagli avvocati Rubino e Impiduglia secondo cui gli amministratori lavoratori dipendenti, pubblici o privati, non possono essere soggetti a trasferimenti durante l’esercizio del mandato, il Tar ha accolto la richiesta di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato. Il consigliere comunale continuerà a prestare servizio ad Agrigento.

Mafia, la maxi inchiesta “Kerkent”: confermati otto arresti

Angelo Iacono Quarantino, 28 anni, di Porto Empedocle; Giuseppe Messina, 31 anni, di Agrigento; Francesco Vetrano, 34 anni, di Agrigento; Gabriele Miccichè, 29 anni, di Agrigento; Alessio Di Nolfo, 33 anni, di Agrigento; Salvatore Ganci, 45 anni, di Agrigento; James Burgio, 26 anni, di Porto Empedocle e Gerlando Massimino, 31 anni, figlio di Antonio Massimino, quest’ultimo considerato dagli investigatori il reggente della famiglia mafiosa di Agrigento. Per questi 8, dei 32 indagati nell’ambito dell’operazione Kerkent, il Tribunale della Libertà ha confermato il carcere. L’unico provvedimento che è stato annullato – nella giornata di ieri dal Tribunale del Riesame – è quello nei confronti di Attilio Sciabica, 30 anni di Agrigento, che è ritornato in libertà. Gli otto indagati si erano rivolti al Riesame per chiedere l’annullamento della misura cautelare nell’ambito dell’inchiesta della Dia che lo scorso 4 marzo ha permesso di disarticolare un’associazione per delinquere con base operativa ad Agrigento e ramificazioni nel Palermitano e in Calabria, capeggiata da Antonio Massimino. Tra gli arresti confermati, dunque, quello del figlio di Antonio Massimino, al quale si contesta di essere stato uno dei “promotori ed organizzatori” dell’organizzazione criminale dedita al traffico di droga, veicolando gli ordini di suo padre agli altri associati e contribuendo in prima persona all’acquisto dello stupefacente dai fornitori ed alla cessione agli intermediari ed in alcuni casi – scrive il gip – ai consumatori finali”.

“La carica delle 104”: stenta a partire il processo

Ancora un “fermo” al processo scaturito dai presunti falsi invalidi che ha portato alla maxi inchiesta denominata “La carica delle 104”. E’ stata, infatti, ancora rinviata la prima udienza del processo che vede 48 persone rinviate a giudizio dopo la decisione del gup del Tribunale di Agrigento del 23 marzo dello scorso anno. Nel corso dei mesi i problemi nella composizione del collegio dei giudici ha fatto slittare l’avvio del processo.

L’operazione, come si ricorderà, scattò nel settembre del 2014 rivelando un presunto giro di false certificazioni per concedere i benefici spettanti dalla legge 104.

Operazione “Lampedusa”: chiusa l’inchiesta

Fiumi di droga in tutto l’Agrigentino: lo scorso 30 novembre la Polizia di Stato ha smantellato un’articolazione criminale capace di veicolare un florido giro di stupefacenti in ambito interregionale che riforniva di droga anche l’isola di Lampedusa . Ed proprio “Lampedusa” il nome scelto dagli inquirenti per denominare l’operazione. Dalla Calabria, la droga smerciata raggiungeva anche l’isola più grande delle Pelagie. L’operazione della Polizia ha coinvolto molte province, sia in Calabria che in Sicilia. A distanza di quasi 4 mesi da quella operazione, la Direzione distrettuale antimafia di Palermo chiude l’inchiesta e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dei quindici indagati, gran parte dei quali furono destinatari di un provvedimento cautelare. Il publico ministero Francesco Gualtieri ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini. Tra i 15 indagati 5 sono agrigentini: Salvatore Capraro, 30 anni, di Agrigento; Angelo Cardella, 46 anni, di Porto Empedocle; Davide Licata, 32 anni, di Racalmuto; Imam Maazani, 21 anni, nata e residente ad Agrigento e Calogero Vignera, 36 anni, anche lui di Agrigento. I poliziotti hanno accertato che lo smercio dello stupefacente era garantito da una cerchia di corrieri: commercianti ambulanti, pusher di fatto che, per la loro professione ufficiale, raggiungevano i mercati rionali ed in tal modo spostavano la droga senza destare sospetto. Non solo hashish e marijuana ma anche cocaina.

Operazione antimafia “Kerkent”: quattro arresti confermati

Continuano al Tribunale del Riesame le udienze dopo i ricorsi presentati dai legali difensori di alcuni dei soggetti coinvolti nell’operazione antimafia denominata “Kerkent” condotta dalla Dda di Palermo e dalla Dia di Agrigento.

Nelle ultime ore sono stati confermati quattro provvedimenti restrittivi. Si tratta di Vincenzo Sanzo, 37 anni, di Agrigento e di Antonio Messina, 61 anni, di Agrigento che restano in carcere; mentre Francesco Luparello, 44 anni, di Realmonte e Valentino Messina, 45 anni, di Porto Empedocle sono finiti ai domiciliari.

Altre posizioni sono al vaglio dei giudici del Riesame che decideranno nelle prossime ore.

L’omicidio di Alessandria, il 19enne resta in carcere: il giudice ha convalidato

Il giudice Rosario Di Gioia ha convalidato il fermo di indiziato di delitto a carico del diciannovenne di Alessandria della Rocca, Pietro Leto, accusato – da carabinieri e Procura della Repubblica di Sciacca – d’aver accoltellato il compaesano ventitreenne Vincenzo Giovanni Busciglio (nella foto) che è deceduto, martedì sera, prima di arrivare al pronto soccorso dell’ospedale Fratelli Parlapiano di Ribera. Il diciannovenne, su disposizione del giudice, resterà in carcere. Il giovane, difeso dall’avvocato Antonino Gaziano, ha risposto – nel tardo pomeriggio di giovedì – a tutte le domande del giudice, esattamente come aveva fatto con gli interrogativi del Pm, titolare del fascicolo d’inchiesta, Roberta Griffo.

L’informativa antimafia blocca un finanziamento, ministero deve risarcire i danni.

Chiede un finanziamento, attraverso il “pacchetto giovani”, per un primo insediamento di una impresa agricola. L’assessorato regionale delle Risorse agricole, approvando la graduatoria, ha dichiarato ammissibile l’istanza presentata dall’imprenditore ventinovenne di Favara. Con successivo decreto l’amministrazione regionale disponeva la concessione del contributo. Ad un certo punto però l’ispettorato provinciale dell’Agricoltura di Agrigento ha comunicato l’avvio del procedimento di revoca sulla base delle informazioni antimafia fornite dalla Prefettura di Agrigento. ” Informativa fondata esclusivamente – ricostruisce l’avvocato Girolamo Rubino – su presunti lontani legami parentali tra l’imprenditore e alcuni soggetti controindicati”. Il giovane ha presentato un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, con il patrocinio dell’avvocato Girolamo Rubino, per l’annullamento dell’informativa prefettizia e della revoca del finanziamento. L’ imprenditore ventinovenne , per tutto ciò , è stato costretto ad un periodo di inattività di oltre un anno. Il Tar ha accolto il ricorso e ordinato alle amministrazioni di pagare entro 60 giorni  il risarcimento del danno.

Favara, ex datore di lavoro di Gessica Lattuca accusato di estorsione e tentata estorsione

Finisce nei guai il favarese Gaspare Volpe, nome noto poiché è stato il datore di lavoro della giovane madre 28enne Gessica Lattuca scomparsa dallo scorso agosto.

Questa volta l’uomo finisce a processo con l’accusa di estorsione e tentata estorsione. Chiestodal pm il suo rinvio a giudizio insieme ad un altro favarese. La vicenda trae spunto da alcune intercettazioni disposte dagli inquirenti dopo  la denuncia delle presunte vittime. Si tratta di intercettazione dalle quali emergerebbero anche particolari rilevanti su un presunto giro di prostituzione. Particolari che potrebbero aprire nuovi scenari, anche se al momento il riserbo rimane assoluto.

Intanto per l’accusa di estorsione e tentata estorsione, l’udienza preliminare è prevista per il prossimo 3 aprile.

Fu sindaco per oltre mezzo secolo, il Comune “cancella” moglie e figlia

La moglie e la figlia di Vincenzo Di Caro, sindaco di Camastra per 51 anni, perdono la causa contro il Comune che le aveva cancellate dalle liste elettorali dopo avere accertato che avevano perso il requisito della residenza. 

Il tribunale di Canicattì, in primo grado, aveva ritenuto illegittima la cancellazione e aveva condannato i funzionari al pagamento in favore delle due donne dichiarando privo di efficacia giuridica il provvedimento di cancellazione anagrafica dalle liste del Comune di Camastra.

L’ex comandante della polizia municipale Antonio Baldacchino, rappresentato e difeso dall’avvocato Girolamo Rubino (in foto), ha proposto appello, lamentandone l’erroneità sotto molteplici profili.

Adesso la Corte d’appello di Palermo ha riformato la sentenza impugnata, rigettando la domanda di risarcimento del danno proposta nei confronti dei funzionari responsabili. Resta, invece, la sentenza di condanna nei confronti del Comune.

Poligono di tiro, il giudice dispone il dissequestro della struttura

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto, ha disposto – secondo quanto riporta oggi il quotidiano La Sicilia – il dissequestro del poligono di tiro di Montaperto. La struttura era stata sequestrata dai carabinieri lo scorso 29 gennaio. Il gestore, un agrigentino che è rappresentato e difeso dagli avvocati Calogero Vetro e Daniela Morreale, venne, allora, denunciato alla Procura della Repubblica

Nuova condanna per l’ASP di Agrigento su ricorso di alcuni odontoiatri agrigentini

Un gruppo di odontoiatri , titolari di studi e ambulatori odontoiatrici ubicati nella provincia di Agrigento accreditati con il servizio sanitario regionale, aveva chiesto l’assegnazione di un bugdet, ma l’Asp di Agrigento non ha mai provveduto alla contrattualizzazione.

Pertanto, con apposito atto di invito, hanno chiesto all’ASP di Agrigento di essere convocati per la contrattualizzazione; ma tale atto di invito restava privo di riscontro. Successivamente gli stessi odontoiatri, con apposita istanza di accesso, trasmessa all’ASP di Agrigento, chiedevano di estrarre copia della documentazione afferente l’ammontare delle risorse assegnate con decreto assessoriale all’ASP.

Anche questa istanza non ha però avuto ripsosta.  A questo punto, i dentisti hanno presentato un ricorso giurisdizionale, patrocinato dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, con il quale si chiede al TAR Sicilia l’annullamento del silenzio serbato dall’ASP sulla richiesto di accesso agli atti. Il Tribunale Amministrativo Regionale ha dichiarato la cessazione della materia del contendere e ha condannato l’Azienda Sanitaria Proviniale  al pagamento delle spese giudiziali.

Gli odontoiatri agrigentini proponevano un secondo ricorso per la declaratoria di illegittimità del silenzio inadempimento formatosi sulla richiesta di contrattualizzazione. Si è costituita in giudizio l’ASP di Agrigento, rappresentata e difesa dall’Avvocato Massimiliano Mangano, eccependo l’inammissibilità del ricorso, non sussistendo asseritamente un obbligo dell’ASP di riscontrare le istanze di contrattualizzazione, essendo stata sempre asseritamente richiesta un’attività materiale e non provvedimentale, nonchè eccependo la disintegrità del contraddittorio, per omessa notifica del ricorso all’Assessorato Regionale della Salute, nonchè infine l’infondatezza comunque nel merito del ricorso medesimo.

Il TAR Sicilia,Palermo,Sezione Prima, Presidente il DR. Calogero Ferlisi, Relatore la Dr.ssa Aurora Lento, condividendo le tesi sostenute dagli Avvocati Rubino e Impiduglia secondo cui l’Assessorato Regionale della Salute è estraneo al giudizio, in quanto la contrattualizzazione della strutture accreditate è di competenza dell’ASP, e sussiste un obbligo di provvedere sull’istanza di contrattualizzazione avanzata dai ricorrenti, ha ritenuto fondato il ricorso, dichiarando l’illegittimità del silenzio serbato dall’ASP di Agrigento sull’istanza avanzata dai ricorrenti, con conseguente obbligo di pronuncia entro trenta giorni, con previsione di nomina di un commissario ad acta per l’ipotesi di ulteriore inadempimento entro il termine assegnato, e con nuova condanna dell’ASP al pagamento delle spese giudiziali. Pertanto, laddove non venga adottato un provvedimento espresso entro trenta giorni, interverrà in via sostitutiva quale commissario ad acta il Dirigente Generale del Dipartimento per la pianificazione strategica dell’Assessorato regionale della Salute, o un suo delegato, mentre l’ASP di Agrigento dovrà pagare le spese giudiziali afferenti due gradi di giudizio.

Società lampedusa fa ricorso: il TAR condanna l’Assessorato Regionale del Territorio

Il TAR condanna l’Assessorato Regionale del Territorio su ricorso di una società lampedusana che aveva avanzato una richiesta di concessione demaniale per l’istallazione di un impianto di distribuzione carburanti da realizzare al molo del Porto Vecchio di Lampedusa. L’ istanza sarebbe stata corredata da tutta la documentazione e gli elaborati tecnici necessari a verificare l’idoneità del sito individuato per l’istallazione dell’impianto, nonchè la natura e la tipologia delle opere da realizzare. Ma l’Amministrazione Regionale non riscontrava l’ istanza. La società lampedusana ha presentato un ricorso davanti al TAR Sicilia, con il patrocinio dell’Avvocato Girolamo Rubino. Il Tar Sicilia, Palermo, condividendo la tesi dell’Avvocato Rubino secondo cui ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un’istanza le pubbliche amministrazioni hanno il dovere di concluderlo mediante l’adozione di un provvedimento espresso, ha accolto il ricorso proposto dalla società.