Frana palazzi Crea, indagati i proprietari dei terreni

I macigni franati dal costone tufaceo continuano a minacciare i due palazzi gemelli costruiti dalla Crea nel 1967 e sgomberati lo scorso 5 marzo a seguito dell’evento calamitoso, e a pesare sulla coscienza di molti tecnici protagonisti della passata stagione della speculazione edilizia. Nelle stanze del tribunale di via Mazzini si lavora senza sosta nel tentativo di accertare tutte le responsabilità: nella tarda serata di sabato gli agenti della sezione giudiziaria della Polizia Municipale di Agrigento, su ordine del Gip del Tribunale Stefano Zammuto, hanno posto i sigilli sull’intera area che era stata nel frattempo transennata in attesa degli interventi di messa in sicurezza da parte della protezione civile. Tre le persone finite nel registro degli indagati. Si tratta di Maria Isabella Sollano 73 anni, di Agrigento ma residente a Palermo e i suoi due figli, Oreste e Valentina Carmina rispettivamente di 43 e 47 anni, anche loro agrigentini trapiantati a Palermo, proprietari dei terreni a nord dei palazzi gemelli Crea, nei confronti dei quali pendeva una ordinanza di messa in sicurezza e consolidamento del costone poi franato. Non si escludono comunque ulteriori colpi di scena, con altri soggetti che potrebbero finire sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. Sull’intera vicenda vige il massimo riserbo da parte degli inquirenti. Con il passare delle ore sembrano emergere schiaccianti responsabilità da parte di tecnici e amministratori in ordine alla mancata messa in sicurezza dei luoghi. I due Palazzi Gemelli furono costruiti, tra mille polemiche, alla fine degli anni ’60. La licenza edilizia risale, addirittura al 1946, quando il consiglio comunale di Agrigento votò favorevolmente un provvedimento che autorizzava un massiccio e, con il senno di poi assurdo, sbancamento della collina in tufo e argilla. Poi, insieme alla realizzazione dei due palazzi, la messa in sicurezza del costone, affidata ad enormi blocchi di calcestruzzo armato adagiati, e non ancorati, sul nudo costone tufaceo. Una scelta, a parere dei tecnici di oggi, alquanto discutibile sotto ogni profilo. Per quasi 50 anni il costone ha retto, nonostante le infiltrazioni d’acqua ed i movimenti franosi, noti da decenni. Inutile ogni atto amministrativo finalizzato alla risoluzione di una emergenza. Infine nella tarda mattinata del 5 marzo scorso l’atteso, e fortunatamente non tragico, epilogo.

Pietro Fattori

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