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Mentre la Procura di Palermo trasmette al ministro della Giustizia Angelino Alfano la richiesta di applicazione del carcere duro per il boss Gerlandino Messina, oggi udienza di convalida dell’arresto del boss agrigentino per il reato di detenzione illegale di armi da fuoco davanti al gip del Tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto.
Intanto sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori anche quattro pizzini scritti a macchina trovati nel covo del latitante al momento dell’arresto.
Tra questi un biglietto, probabilmente la brutta copia di quello poi spedito, indirizzato al capomafia trapanese latitante Matteo Messina Denaro.
Nella lettera, in cui é presente esplicitamente il nome del padrino di Castelvetrano, Messina cercherebbe accordi per la spartizione  territoriale delle “messe a posto”, suggerendo una sorta di suddivisione per aree della gestione del pizzo alle imprese.
Gerlandino Messina pertanto, contrariamente alla linea di Giuseppe Falsone, grande nemico del superlatitante trapanese, stava cercando accordi con il capomafia Matteo Messina denaro.
Sarebbe questa una dimostrazione inequivocabilmente che Messina era perfettamente operativo e controllava il territorio mafioso agrigentino.
Nei pizzini vi sarebbe anche l’indicazione di un elenco di imprese che si sono aggiudicate grossi appalti pubblici (come il rigassificatore di Porto empedocle e il raddoppio della Statale 640) alle quali, secondo gli inquirenti, il boss intendeva chiedere il pizzo.
Di questi pizzini ha anche parlato il ministro dell’interno Roberto Maroni.
Intanto sono attesi per oggi, a Favara, i carabinieri del Ris di Messina che analizzeranno, alla ricerca di una stanza segreta, l’appartamento di via Stati Uniti, l’ultimo covo di Gerlandino Messina. Il capomafia agrigentino pare ammirasse Totò Riina. Secondo gli investigatori, non é escluso che abbia anche cercato di emularlo nei sistemi di “sicurezza personale”.