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Mancano pochissimi minuti alle 23, quando nel quartiere di Villaseta, in una stanza del Reparto operativo dei Carabinieri di Agrigento, l’ultimo latitante agrigentino catturato ieri pomeriggio esclama ” sono io quello che cercavate da tempo”. I militari non avevano alcun dubbio, avevano già da alcuni giorni la certezza che l’abitazione di via Stati Uniti, a Favara, era l’ultimo covo scelto dal copo di Cosa nostra agrigrentina, per nascondersi. Dunque, a distanza di quattro mesi, uno dopo l’altro sono caduti i due latitanti agrigentini, che per anni hanno marchiato a fuoco l’ immagine stessa della provincia. Nel giugno scorso, il boss campobellese, Giuseppe Falsone, nel pomeriggio di ieri a finire nella rete dei carabinieri è stato Gerlandino Messina, 38 anni, di Porto Empedocle, latitante da undici anni, e da qualche mese ritenuto il numero uno di Cosa nostra agrigentina. . La sua cattura era nell’aria da mesi. Le forze dell’ordine in questi ultimi anni gli hanno fatto attorno, terra bruciata. Messina era considerato un elemento di spicco della nota consorteria mafiosa regionale, secondo alcuni, dietro solo al superlatitante e capo indiscusso di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Il boss è stato catturato dai carabinieri del Ros, dalle teste di cuoio del Gis di Livorno, e dai militari del Reparto operativo di Agrigento. Si nascondeva in un edificio di via Stati Uniti, alla periferia nord di Favara. Si è arrivati all’arresto seguendo i suoi vivandieri, due uomini, imprenditori, già noti alle forze dell’ordine e vicini alla mafia la cui loro posizione al momento è al vaglio degli investigatori. La quasi certezza che Messina, fosse lì dentro i carabinieri l’hanno avuto nella giornata di venerdì. L’operazione è stata preparata ieri mattina, e solo allora si è deciso di fare scattare il blitz. Il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, che con l’empedoclino ha trascorso un periodo di latitanza nella vicina Siculiana, raccontava che Gerlandino amava fare il bagno in mare di notte, e girava sempre scortato da un gruppo di fedelissimi pronti a tutto ed è armato come se dovesse andare alla guerra. La conferma delle dichiarazioni del racalmutese, sono state confermate ieri. Messina era armato, aveva due pistole pronte a sparare, ma non sono servite.