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Pubblichiamo di seguito il testo integrale della lettera pastorale che mons.Monenegro ha consegnato alla Chiesa agrigentina, riunita in Assemblea il 3 novembre, festa di San Libertino, primo vescovo di Agrigento.

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere,gli si avvicinarono i suoi discepoli…” (Mt 5,1)

L’inizio del discorso della montagna, che farà da linea-guida al nuovo anno pastorale, mi suggerisce alcuni spunti introduttivi attraverso cui creare la giusta cornice per l’accoglienza di quanto sarà detto in questa lettera e nel piano pastorale

Tento di valorizzare i tre verbi della frase introduttiva: salì, si mise a sedere, gli si avvicinarono.

Innanzi tutto si dice che Gesù <<salì sulla montagna>>. Sappiamo che il monte, nel linguaggio biblico, è il luogo dell’incontro con Dio. Gesù non è solo la Persona che ci rivela il Padre, ma è Colui che ci conduce al Padre ed è attraverso di Lui che noi possiamo salire la santa montagna. Ogni passo fatto insieme, ogni itinerario ecclesiale è sempre una breve tappa nel salire la montagna che ci conduce a Dio. In questa lettera non vi proporrò indicazioni o cose da fare. Tuttavia sarà utile se, nell’accoglierla, fossimo tutti animati dallo spirito di comunione che ci fa desiderare di salire sempre più in alto; facendolo, scopriremo aria sempre più fresca, vedute più nitide, libertà inattese.

Il secondo verbo ci porta a contemplare Gesù che si mette a sedere. Questo gesto sembra contraddire il primo, che è di movimento e di ascesi; invece no, poiché il Maestro sa bene che anche la più ardua fatica ha bisogno di soste di riflessione. Fermarsi per un istante e prendere il giusto fiato è il modo migliore per riprendere con successo il cammino; fermarsi significa affacciarsi alla possibilità di guardare, di contemplare, di gustare la bellezza delle cose che ci stanno attorno. Vi invito ad accogliere questa lettera pastorale come occasione per una benefica sosta. È utile che all’inizio e, qualche altra volta lungo l’anno, ci sediamo a riflettere, a pensare, a rimetterci in discussione, così come avevamo deciso a conclusione dell’anno dell’ascolto, impegnandoci a fare in modo che quest’attitudine diventi stile ecclesiale. In ogni partitura musicale la pausa non danneggia l’armonia, anzi, la rende possibile, poiché senza di essa le note risulterebbero confuse. Attraverso le espressioni che qui proverò ad indicarvi cogliete la possibilità di fermare la frenesia a cui tutti siamo sottoposti ogni giorno e di capire in che misura è possibile un comune sentire, una condivisione d’ideali, di sforzi, di fatiche, di progetti, perché i passi siano fatti insieme e i piccoli traguardi diventino occasione di festa per tutti.

Il terzo verbo è quello dell’amicizia: <<… gli si avvicinarono i suoi discepoli>>. Prima della parola, prima di qualsiasi parola, serve la prossimità e la vicinanza; senza di queste le parole rischiano di diventare strumento di contesa o, molto più semplicemente, occasioni mancate. Accogliete questa lettera con la simpatia di uno scritto consegnato a ciascuno di voi da un amico che vi vuole essere vicino, che vuole abbattere qualsiasi distanza creata per reciproche responsabilità, e anche come occasione per rinsaldare vincoli di fraternità e di stima. Dentro queste righe leggete l’affetto di cui sono capace e il bisogno che sento di amarvi con tutto me stesso per rendere visibile il Vangelo della carità. E anche per me sarà bello sapere che l’accoglienza che farete di questa lettera sarà animata dal desiderio di avvicinarmi, di condividere la mia stessa passione ecclesiale, di non farmi mancare la vostra amicizia ed il vostro sostegno. Il Vescovo non è un super-uomo che vive di autorità; è un padre ed un fratello che vive di legami di affetto e di sincera cordialità. Sono certo che questa lettera aiuterà a rinnovare le nostre relazioni umane e spirituali.

1. <<Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto>>; il cammino della comunione: i passi fatti.

A conclusione dell’anno dell’ascolto, dopo aver raccolto le tante vostre indicazioni, mi è sembrato opportuno indicarvi un cammino che aiutasse la nostra Chiesa a focalizzare meglio l’attenzione su alcuni valori che già facevano parte del corredo ecclesiale ma che, evidentemente, avevano bisogno di essere meglio valorizzati. Comunione, formazione e missione, nello scorrere delle pagine di verifica fatta a diversi livelli, erano come le note dominanti, quelle di cui maggiormente sentivate il bisogno. Il metodo che abbiamo scelto durante l’anno dell’ascolto ha consentito ad ognuno di esprimersi e alla nostra Chiesa di raccogliere quanto emergeva dalla base. Da quel momento abbiamo provato a creare le occasioni perché dall’ascolto si passasse all’attuazione e dalla verifica allo sforzo necessario per colmare le lacune emerse. Nessuno – tanto meno io – ha pensato che sarebbero bastati pochi anni o solo qualche piano pastorale per raggiungere il traguardo prefisso. La nostra Chiesa ha una storia ricca e preziosa; tanti santi pastori l’hanno fecondata con il seme della Parola e di una viva Tradizione. Ed anche nell’ultimo segmento di storia molti passi sono stati fatti nel tentativo di tradurre il Vangelo in stile ecclesiale ed in scelte concrete. A noi, oggi, tocca il compito di continuare il cammino fatto e di proiettarci in avanti con il coraggio dei profeti e con la semplicità dei bambini.

Rispetto all’insistenza sulla comunione vorrei sottolineare quelli che, secondo me, sono i passi fatti. Anzitutto vorrei ringraziarvi per la docilità che avete manifestato nell’accogliere le indicazioni pastorali emerse; con ciò non voglio nascondere le difficoltà e, qualche volta, le incomprensioni. Tuttavia rimane positiva e costruttiva l’attenzione che viene riservata alla programmazione pastorale.

All’interno di questa disponibilità vorrei leggere un dato che, certamente, non è passato inosservato: i diversi cambi di destinazione dei sacerdoti. A molti di loro, soprattutto a quanti avevano concluso un mandato, ho chiesto la disponibilità per annunciare altrove il Regno. L’itineranza sacerdotale è, a mio avviso, espressione di una Chiesa missionaria, che vive di annuncio più che di radicamento; di una chiesa libera e snella che sa di essere mandata a tutti e allontana la tentazione di fossilizzarsi solo in qualche luogo.

Colgo l’occasione di questa lettera per ringraziare tutti i sacerdoti che con la loro disponibilità ed obbedienza hanno manifestato amore alla Chiesa. Desidero ringraziare anche coloro che hanno sollevato critiche o dissensi. Ho colto le tante manifestazioni di sofferenza e di disagio; desidero, però, invitare tutti a considerare che le logiche che ci animano non possono essere quelle di questo mondo. Per usare l’immagine del Salmista, noi sappiamo che è il Signore a costruire la casa; i suoi ministri siamo semplici collaboratori chiamati a faticare dove Lui ci chiama; siamo in cammino verso il Regno e, come tali, dobbiamo cogliere la sfida della novità e il rischio dell’incertezza. Noi siamo coloro che abbiamo lasciato tutto per servirLo in tutti e ovunque.

L’anno sacerdotale e le diverse assemblee ci hanno aiutato a comprendere meglio le difficoltà nelle quali ci muoviamo: l’età media dei sacerdoti, le zone periferiche delle città, i centri storici sempre più svuotati … Il nostro presbiterio avverte un grande bisogno di ripensarsi per comprendere come servire meglio il territorio di questa diocesi. A questo proposito la scommessa su nuove prospettive come le unità pastorali (di cui abbiamo iniziato a parlare e che speriamo di poter realizzare alla fine di questo primo quadriennio) vale la pena di essere affrontata con il giusto piglio. Vorrei ribadire un verbo ed un atteggiamento che tante volte mi avete sentito esprimere: bisogna osare! La cosa più facile è rimanere richiusi dentro il proprio piccolo recinto, con le cose fatte sempre allo stesso modo, con il piccolo gruppo di persone che ci circondano e che, se osserviamo bene, si va attenuando di anno in anno.

Dobbiamo renderci conto che le nostre parrocchie hanno cambiato volto in modo radicale. Mutamenti sociali, culturali, antropologici hanno contribuito notevolmente a far cambiare aspetto e forma alle nostre comunità e noi non possiamo esimerci dall’accogliere questi mutamenti come occasioni di conversione. Ecco perché bisogna osare. Bisogna avere il coraggio di intraprendere strade nuove. Anzi, di metterci per strada, di ridare alle nostre parrocchie la fisionomia della strada, in un territorio – ampio e difficile come il nostro – abitato da uomini che la parrocchia o le parrocchie vicine provano a servire. Le comunità parrocchiali ci sono per annunciare il Vangelo; per portarlo ad ogni uomo senza restare imbrigliati dentro confini mentali, prima ancora che territoriali, preoccupate non solo di coloro che frequentano i sacramenti ma, con la carità del Buon Pastore, soprattutto, di coloro che definiamo i lontani. Le nostre parrocchie devono essere comunità aperte: aperte a Dio per ascoltarne la Parola sempre nuova e aperte ad ogni uomo, soprattutto se povero e afflitto. In un mondo che cambia, le nostre parrocchie non possono rimanere ancorate a vecchi schemi e nostalgiche mentalità. Hanno bisogno anch’esse di mettere “vino nuovo in otri nuovo”; di ripensarsi per rimettere al centro il Vangelo di Gesù Cristo e l’uomo da lui redento.

Lo scorso anno abbiamo iniziato a prospettare nuove e rinnovate logiche pastorali; siamo convinti, come vi dicevo, che ci vorrà del tempo per creare una mentalità nuova; mi rasserena il riscontrare una positiva accoglienza in tanti – sacerdoti e laici – e di questo vi dico ancora grazie. È utile continuare a spendersi affinché si creino scenari nuovi ed una mentalità profondamente rinnovata.

2. <<Beati in poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli>>: la beatitudine della comunione

Anche quest’anno insisteremo sulla comunione, perché è un valore fondante il nostro essere Chiesa. La comunione non può essere considerata una strategia pastorale. Essa è dono di Dio; anzi, è Dio stesso che si fa dono all’umanità. La comunione di cui parliamo è quella teologale che si riflette in quella ecclesiale; la comunione è unione-con la Trinità e unione-con l’umanità. La Chiesa è il sacramento, il segno visibile e verificabile di questa comunione ed in essa tutti i membri vivono come le membra di un corpo (1 Cor 12). Su questo fondamento teologale la comunione che siamo invitati a vivere non può essere identificata con il semplice ‘stare bene insieme’. È molto di più: è condivisione di grazia, è corresponsabilità rispetto alla crescita del Regno, è comune passione per la Chiesa.

La prima beatitudine di Gesù mi aiuta a cogliere qualche aspetto legato alla comunione. “Beati i poveri …”: il povero in spirito è colui che non ha nulla ma sa, in Dio, di avere tutto. È spoglio di cose ma è rivestito di Dio. Ecco perché è beato ed ecco perché a lui già appartiene il Regno.

La comunione richiede la povertà di spirito. Essa non si può realizzare se si è orgogliosi o presuntuosi. Il povero tende la mano perché sa di avere bisogno. Anche Gesù ha chiesto da bere alla Samaritana. Per accedere alla comunione serve scoprirsi bisognosi dell’altro, mendicanti rispetto a colui che sta davanti. La comunione che stiamo invocando per la nostra Chiesa agrigentina è quella dei poveri in spirito. Comunione tra i sacerdoti, i laici, i gruppi, le parrocchie, i religiosi: un popolo di poveri. Senza l’altro si è più poveri; si manca di qualcosa perché è come se si fosse privi di un pezzo di se. Anche rispetto alla comunione fra le parrocchie vicine è necessario smettere i panni dei ricchi; non possiamo continuare a pensare che nelle nostre parrocchie vada tutto bene perché le celebrazioni eucaristiche sono animate con i canti o perché le processioni sono molto partecipate. Allarghiamo lo sguardo e ci rendiamo conto che nelle nostre assemblee liturgiche e nelle nostre comunità parrocchiali mancano i volti di tanti ragazzi, delle giovani coppie, di tante persone che hanno deciso di fare a meno di Dio; mancano i tanti disperati che hanno perso il posto di lavoro e che ci sentono distanti dalle loro problematiche …

La nostra è la provincia più inquinata dalla mafia. La stragrande maggioranza dei nostri comuni ha infiltrazioni mafiose e noi agiamo tranquillamente come se nulla fosse o come se il problema non ci riguardasse. Ho l’impressione che la parola mafia nel nostro annuncio e nella nostra predicazione o catechesi è quasi assente; mentre il Vangelo della Verità e della Carità ci invita a smascherare la cultura mafiosa e a dire chiaramente che la persona non può diventare schiava di mentalità che uccidono e annientano la dignità. Una Chiesa povera è una Chiesa chiamata a fare attenzione alle tante forme di povertà presenti nel territorio, invece, ho l’impressione che esse non sono abbastanza presenti nel nostro annuncio: droga, prostituzione, usura, lavoro nero, ingiustizia sociale, emarginazione degli immigrati. Una Chiesa povera in spirito è una Chiesa profetica, che sa gridare la verità; che non deve difendere nulla se non l’uomo; che non ha paura di nessuno perché Dio è il suo unico Signore.

Vi chiedo fraternamente di invocare l’umiltà dei poveri di Jhwh e di Cristo; quell’umiltà che fa scoprire nell’altro una ricchezza e non una minaccia; nella parrocchia vicina una forza in più per servire il territorio e non un ostacolo; nell’altro gruppo ecclesiale un alleato e non un concorrente; nel confratello un amico insieme al quale si può tendere la mano in attesa di ricevere qualcosa dall’Alto.

Ve lo chiedo di cuore: apriamoci alla comunione! Facciamolo con l’umiltà dei poveri in spirito e questo ci porterà a sperimentare la missione; perché i poveri sanno stare per strada! Sperimentiamo la comunione in modo sincero e costruttivo. Proviamo ad immaginare quello che ciascuno può fare senza, necessariamente, aspettarsi tutto dall’alto. Al di la delle proposte o delle singole iniziative serve che ognuno si interroghi sul serio su quali passi fare per sperimentare la comunione. Anche se con piccole cose, con esperienze condivise, con occasioni di incontro, di confronto, di celebrazioni … cerchiamo di stare insieme, di guardare l’altro con gli occhi del cuore, per scoprirlo come colui insieme al quale ci si può salvare e senza il quale si resterà poveri, non in spirito, ma in umanità!

3. <<Se la vostra giustizia non supererà quella di scribi e farisei non entrerete nel Regno dei cieli>>; le difficoltà che siamo chiamati a superare

Nel cuore del discorso della montagna, Gesù invita i suoi discepoli a superare le logiche ristrette del legalismo farisaico. Pur riconoscendo che non è venuto per abolire la legge ma per portarla a compimento, Gesù addita ai Suoi discepoli una meta più alta ed un traguardo più significativo. È come se dicesse: <<le cose che è giusto fare fatele, però cercate di superare continuamente voi stessi mettendoci tutto l’amore di cui siete capaci>>.

La parrocchia esprime la presenza capillare della Chiesa, la prossimità alla gente, la capacità di entrare nel tessuto vivo di un territorio. Il nostro cristianesimo rimane popolare, indicando con questo aggettivo non un limite ma un aspetto d’identità forte: è avvertito, ancora, come forma di popolo, appartenenza ad un popolo ben preciso. Dunque le realtà essenziali attraverso cui vivere il nostro cristianesimo rimangono invariate: le parrocchie, i sacramenti, i gruppi, il catechismo … A cosa siamo chiamati allora? Qual è la novità che il Signore ci invita a scoprire? <<Se la vostra giustizia non supererà …>>, in genere nella guida si supera innestando la marcia superiore o perché si ha un motore più potente. Ciò che ci consente di superare e di superarci è la forza dell’amore. Si tratta, allora, di mettere più amore ed entusiasmo in quello che facciamo e di interrogarci con verità per capire se lo stiamo facendo bene o se ci anima soltanto la spinta del ‘si è fatto sempre così’. Cercare di superare noi stessi è esercizio quotidiano di santità, risposta all’invito ad essere <<perfetti come il Padre nostro che è nei cieli>>.

Da qui il bisogno di aprirci alle cose nuove di questo tempo, alle situazioni mutevoli, alle condizioni diverse che si vanno, di giorno in giorno, configurando. La Tradizione è un veicolo importante nella trasmissione della fede poiché unisce e lega un passato ad un presente, unendo ciò che va scomparendo con ciò che si inaugura. Ma la Tradizione non va assolutamente confusa con le tradizioni e con l’abitudinario. È Tradizione che la Chiesa educhi attraverso la catechesi e l’annuncio; ma non è Tradizione, per esempio, organizzare il catechismo in classi con un’impostazione puramente scolastica. Il cammino di fede ha ritmi diversi dalle scadenze della scuola. La scelta di far coincidere l’anno pastorale con quello liturgico ha come obiettivo principale di aiutare le nostre comunità a misurare il tempo con il mistero di Cristo. Far passare questo contenuto vuol dire aiutare i nostri ragazzi – ma ciò vale per tutti – ad amare la vita di Cristo mentre la celebrano e mentre la ricevono in dono nei sacramenti.

Lo stesso principio va applicato a tutti gli ambiti del nostro agire ecclesiale. Anche a proposito delle Parrocchie dobbiamo avere il coraggio di superare la giustizia di scribi e farisei. Nessuno mette in dubbio che nelle nostre comunità si lavori tanto e bene. Ma siamo proprio sicuri che questo basti per rispondere al bisogno di Dio che l’uomo di oggi avverte? Siamo sicuri che il nostro territorio ha acquisito il sapore del Vangelo? Siamo sale della terra e luce del mondo oppure ci accontentiamo di insaporire solo piccoli e sicuri spazi e di illuminare solo qualche altare? È il Maestro che ci invita ad aprire le porte del cuore, prima e più di quelle delle Chiese; ad accorgerci che fuori dai nostri piccoli e ristretti ambienti c’è un umanità che bussa e chiede; che ha bisogno di attenzione, di amore, di comprensione e di speranza. Lo stesso servizio che diamo ai poveri ha bisogno di essere ripensato; anche se alcuni gruppi hanno il carisma della carità non è ammissibile che l’intera comunità parrocchiale deleghi a loro tale servizio. Coloro che partecipano all’Eucarestia devono essere consapevoli e sentirsi responsabili di quanto si fa o non si fa per i poveri; sono fratelli di tutti! Di loro dobbiamo prenderci cura, con la stessa attenzione con cui curiamo gli altari e i tabernacoli! Le nostre comunità sono chiamate a diventare casa per il povero.

Lì dove non entra la luce resta il buio e non tarda ad arrivare la polvere e la muffa. Noi rischiamo di essere intaccati da questo pericolo se non spalanchiamo le porte a Cristo e all’umanità.

Insieme dobbiamo fare il salto di qualità dal necessario e dal dovuto al nuovo e all’evangelico. È necessario ed è dovuto che si amministrino i sacramenti; è nuovo ed è evangelico farlo nel tentativo di portare l’olio della consolazione ed il vino della speranza ai tanti feriti del nostro tempo. Per fare questo dobbiamo superare l’ostacolo del pregiudizio o della diffidenza. Non possiamo avere come criterio di riferimento quello che si è sempre fatto ma ciò che il Signore ci chiede ora di fare. È comprensibile la paura di iniziare ma non dimentichiamo quel consolante ritornello che troviamo nella Bibbia quando Dio chiede qualcosa di nuovo e si accorge che l’interlocutore rimane dubbioso: “Non temere! Io sono con te!”. Non dobbiamo aver paura di intraprendere strade nuove, esse sono già frequentate da altri uomini e incontrali è incontrare Dio. Abbandoniamo le vecchie logiche; è vero che queste ci fanno stare più tranquilli e ci costano di meno ma è anche vero che non ci aiutano a crescere.

La nostra giustizia deve superare quella di scribi e farisei. Dobbiamo distinguerci, come Gesù, per l’amore che sappiamo mettere nelle cose che facciamo. Gesù, quando fu avvicinato dall’adultera, conosceva bene le regole scritte e orali ma prima di ripeterle a memoria, come avevano fatto tutti gli altri, ha filtrato ogni giudizio con la carità e la verità. Agendo così non ha annullato la tradizione ma ha dimostrato che è possibile superarla, riconoscendo i propri peccati prima che quelli degli altri e offrendo una possibilità nuova a chi aveva sbagliato.

4. <<Chi osserverà questi precetti e li insegnerà sarà considerato grande nel Regno dei Cieli>>; la comunione dentro lo stile educativo

Nel prossimo decennio sentiremo parlare di “sfida educativa”. I Vescovi italiani chiedono alle nostre comunità di riprendere tra le mani l’opera nobile dell’educazione. Anche questo valore, credo, si coniughi bene con la comunione. Perché l’educazione non avviene mai in modo isolato, ma è sempre opera che presuppone una reciprocità relazionale. Ci vuole qualcuno che educhi e qualche altro che si lasci educare. Se si crea armonia fra i due, l’opera educativa sarà efficace.

La necessità pastorale di questa scelta risiede nello scollamento ormai diffuso tra la fede che professiamo e lo stile quotidiano del nostro vivere; sembra che i due poli siano totalmente contrapposti e non vi sia alcuna possibilità di congiungerli. Eppure il Vangelo ci è stato annunciato per portare Dio dentro la vita dell’uomo e questa dentro la vita di Dio. Non può esistere un Vangelo che non diventi vita, né una vita che non traduca il vangelo.

Di fronte al dilagare di logiche che promuovono la lontananza da Dio non possiamo stare a guardare né lasciarci prendere dalla rassegnazione. Dobbiamo agire come cristiani che sanno di avere il lievito necessario che serve a far fermentare la pasta. Siamo chiamati a fare la nostra parte indipendentemente dai risultati che otterremo.

La sfida educativa vuole aiutarci a far si che le nostre comunità, educate da Dio e dall’ascolto della sua Parola, imparino ad educare alla fede, alla speranza ed alla carità. Educare vuol dire formare e formare è sempre garanzia di successo.

Gli studiosi di pedagogia dell’infanzia ci dicono che i genitori, in quanto primi educatori, consentono al bambino che cammina a quattro zampe – come gli animali – a mettersi in piedi e ad acquisire la postura migliore valorizzando la forza dei muscoli e la spina dorsale. Questa è la prima opera educativa, quasi inconscia, dei genitori. La chiesa, accogliendo la sfida educativa, vuole dare una mano all’uomo di oggi affinché si rimetta in piedi, usando la spina dorsale dei valori per camminare come uomo e come credente; per essere se stesso in ogni situazione, senza bisogno di dipendere da nessuno ma solo da Colui che gli ha donato la vita ed il respiro.

Attraverso la sfida educativa saremo invitati a riprendere tra le mani i contenuti fondamentali della nostra fede per evitare di alimentare visioni troppo soggettive e parziali che, a volte, rendono fuorviante l’esperienza di Dio. La conoscenza delle verità rivelate ci aiuterà ad amare meglio Dio; ad amarLo con il cuore ma anche con la mente, unendo la dimensione razionale con quella affettiva del nostro credo. E amando Dio con il cuore e con la mente saremo pronti ad amarLo anche con le nostre forze, testimoniandoLo con tutta la nostra vita.

Avremo ancora tempo per riflettere sulla sfida educativa e sulla sua ricaduta nelle nostre scelte pastorali. Intanto, chiedo a tutti gli operatori pastorali di avere a cuore la formazione. So che i diversi uffici di curia si stanno attrezzando per creare occasioni di formazione (oltre alle scuole di formazione cristiana, i corsi per i ministri straordinari dell’eucarestia, per i volontari, per i catechisti…). A tutti e a ciascuno chiedo di scommettere sulla formazione; ne va del nostro presente e, soprattutto, del nostro futuro.

<<…è simile ad un uomo saggio che ha deciso di costruire la sua casa sulla roccia>>

Vorrei affidare la conclusione di questa lettera alla chiusura del discorso della montagna. Gesù assicura i suoi che l’ascolto della Parola e la ricerca della sua attuazione sono simili alla scelta saggio di colui che ha deciso di costruire la casa sulla roccia.

È inevitabile che il pensiero vada alla Chiesa, casa degli uomini, e alla nostra Chiesa agrigentina chiamata ancora a costruirsi sulla roccia che è Cristo.

Chi fa una simile scelta è saggio perché sa che la roccia è sinonimo di forza, di stabilità, è garanzia di futuro. La roccia non allontana la tempesta o la pioggia, ma la vince perché è più forte di ogni intemperie. Casa e roccia diventano un tutt’uno: la roccia diventa casa prendendone la forma e la casa si fa roccia attingendone la sostanza.

Sono certo che tutti vogliamo costruire la casa della nostra Chiesa sulla roccia. La costruzione di questa casa è opera di tutti: ognuno ha il suo compito, le sue responsabilità, le sue competenze, il suo genio. L’importante è che tutti, insieme, decidiamo di costruire sulla roccia. Non dovremo scoraggiarci se lo scavo delle fondamenta richiederà fatica e schiene a pezzi (… è più facile costruire sulla sabbia); non dovremo abbatterci se dopo giornate di lavoro ci sembrerà di essere ancora all’inizio. Dobbiamo continuare a costruire e a faticare, insieme. Sapendo che la roccia è lì, davanti a noi e per noi e che il risultato finale sarà in grado di farci dimenticare ogni fatica perché finalmente ci sarà una casa sicura, in cui tutti potremo dimorare … nella comunione!

La Vergine Santissima, donna che ci insegna cosa vuol dire avvicinarsi al Figlio dal primo battito nel grembo fino all’ultimo respiro sulla Croce, donna che ha vissuto la vicinanza con Elisabetta e con i discepoli, ci accompagni anche in questo anno pastorale, insieme a San Libertino nostro primo Vescovo, tenace nella santità e nella comunione, insieme ai nostri santi di ieri e di oggi, affinché i figli di questa diletta Chiesa agrigentina possiamo tutti essere costruttori di comunione.