Lattuca (Confimpresa Euromed) su autonomia fiscale:”Falsa autonomia per la ricerca del malloppo”

Riceviamo e pubblichiamo nota stampa di Alessio Lattuca (Confimpresa Euromed) su autonomia fiscale.

“Si assiste da molto, troppo tempo, a uno stanco, quasi surreale dibattito su Tav si Tav no, su trivellazioni, su Ilva, pedemontana, altro (zero su programmi infrastrutturali al Sud) oggi, peggio, su autonomia, secessione o su autonomia differenziata, come la chiamano i rappresentanti del governo giallo-verde. Si tratta della firma che verrà apposta (si presume presto per evitare che salti il governo) per  avviare il percorso di autonomia del Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e qualcuno usa alibi poco credibili secondo cui non sarebbe intaccato il principio di sussidiarietà. E’ l’inizio di un percorso, davvero, pericoloso perché pervade un nuovo modo di intendere: secondo il quale non verrà intaccato il principio di solidarietà. E’ l’inizio della secessione (federalismo??) tanto strombazzata a suo tempo da Bossi capo della Lega Nord. Altre regioni oltre al Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, hanno chiesto lo stesso iter: Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Marche. Giocoforza la forbice si allargherà a dismisura e il Paese si spaccherà in due. La parte più produttiva si sgancia da quella parte d’Italia a cui non sono mai stati dati gli strumenti di sviluppo economico per correre alla pari. E così viene meno l’unità: principio fondante della Costituzione. E si va verso la disgregazione del Paese, verso la esasperazione delle disuguaglianze, verso le diseconomie. Ed è la fine dei diritti fondamentali a partire dal diritto allo studio. Si avranno diritti diversi a seconda del luogo in cui si nasce. Esattamente il contrario delle politiche di “coesione” indispensabili per un Paese che si richiama a principi democratici. Adesso si è costretti ad assistere ad altri teatrini: il Partito Democratico – piuttosto che protestare contro le accelerazioni del governo giallo verde – dimostrando di avere memoria corta, faccia una vera opposizione e raccolga la parte migliore (quella progressista e interessata ad una società aperta) del Paese attorno ad un vero progetto alternativo agli egoismi, alle monadi e alla pochezza dilagante. Con l’obiettivo di attenuare o meglio compensare le enormi responsabilità di cui è portatore. A tale proposito occorre ricordare che l’accordo che prevedeva il processo di autonomia di talune regioni è stato avviato proprio dal governo Gentiloni. La dichiarazione di intenti, infatti, è stata firmata tra Gentiloni e il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, nell’ottobre del 2017. E fu proprio questa regione a decidere di avvalersi dell’articolo 116 della Costituzione, che al comma terzo consente alle regioni a statuto ordinario l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia attraverso una legge dello Stato approvata a maggioranza assoluta. A differenza delle azioni impresse dal Veneto con il referendum consultivo. Oggi il Pd protesta contro se stesso, contro quei processi che sono stati avviati sotto la sua guida con la riforma del Titolo V°: scorciatoie, pasticci per contrastare le incursioni della Lega. Se l’autonomia legislativa e amministrativa prenderà il via può dirsi che è anche merito, o demerito, di quella classe che ha governato il Paese. Oggi la ministra leghista agli Affari regionali Erika Stefani esulta per aver chiuso in anticipo la fase tecnica, i 5 Stelle chiedono una pausa perché contrari all’autonomia differenziata che “crea cittadini di serie A e di serie B”. Si firmerà l’intesa ma ancora non si conosce nulla di quello che prevede. Emerge, però, che molte risorse saranno direttamente gestite dalle regioni autonome, l’equazione sarà semplice da realizzarsi: più soldi più servizi. Timidamente emergono talune considerazioni in merito alla Costituzione che prevede l’equa distribuzione delle risorse e a tale proposito il Parlamento dovrebbe avere un ruolo centrale nella decisione. Nel frattempo, però, risulterebbe utile e di buon senso evitare da parte dell’attuale Governo di scavalcare il Parlamento con argomenti poco fondati: Salvini ha paragonato le intese a Trattati internazionali come se le Regioni fossero Stati sovrani indipendenti. Considerazioni palesemente insostenibili. Neanche nella fase “calda” in cui la Lega chiedeva la secessione si era mai arrivati a sabotare le prerogative dello Stato per affidarle a singole regioni, trasformate in questo modo in piccoli organismi statali. Purtroppo con i noti soggetti in campo il Paese già in declino e in conclamata recessione precipiterà nel disastro. Avrà “per legge” due velocità e non potrà più recuperare il gap. E’ stata persa l’ennesima occasione per affrontare il dibattito nel merito. Come dovrebbe fare una vera classe dirigente. La politica, politicante, invece, si divide in tifoserie che, tra l’altro, non sono in grado di vedere la gravità e la portata di ciò che, davvero, può succedere. Ma si limita a gridare slogan e cori da stadio. Una classe politica responsabile dovrebbe considerare il bilancio dei guai causati dalla trentennale, fallimentare, stagione federalista, e impostare un nuovo organico e sistematico processo di riforma basato su Autonomia e Responsabilità. E, definire con chiarezza quali sono i livelli di governo della Repubblica, assegnar loro competenze (esclusive), strumenti fiscali (esclusivi) e fondi perequativi per garantire il soddisfacimento dei fabbisogni standard (o livelli essenziali delle prestazioni) indipendentemente dalla capacità fiscale. E dopo attenta riflessione su questioni come arretratezza e declino, razionalizzazione della spesa pubblica, lotta agli sprechi, infrastrutture da assicurare al paese da nord a sud senza distinguo, su politiche sociali dei comuni non riescono peraltro a contrastare i divari, anche perché il Nord continua a destinare per la lotta alla povertà molto di più del Sud ( intanto il governo riduce i fondi per le politiche sociali, nonostante gli impegni presi con l’Europa. nell’ambito della Strategia Europa 2020, a far uscire dal rischio di povertà e di esclusione sociale almeno 2,2 milioni di persone entro l’anno 2020). Intanto, la povertà si presenta in tutta la sua drammaticità con profonde differenze fra Nord e Sud del paese: nelle regioni settentrionali la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione è analoga a quella della Svezia e della Finlandia, ai primi posti nella graduatoria (14 per cento nel Nord-Est e 15,6 per cento nel Nord-Ovest, con punte dell’11,1 per cento nel Trentino Alto Adige e del 13,4 per cento in Valle d’Aosta), mentre nelle regioni del Mezzogiorno la percentuale è prossima a quella della Romania e della Lettonia che occupano gli ultimi posti della graduatoria (44,4 per cento nelle Isole e 38,7 per cento nel Sud, con punte di 49,3 per cento in Sicilia e 42,7 per cento in Campania). Chi ha responsabilità politica invece di sgomitare per continuare a depredare una parte del Paese attraverso discutibili metodi (ma di evidente natura egoistica) diretti ad assicurare alle regioni del nord il 95% di risorse fiscali, ha il dovere di spiegare come farà lo Stato a svolgere la sua azione perequativa per garantire i diritti fondamentali a tutti. E pensare su come assicurare ai giovani effettive politiche per il lavoro e per il loro futuro. Perché un Paese che non è in grado di pensare ai giovani non solo non è, ma è destinato a una fine ingloriosa! Purtroppo non esiste oggi nulla di tutto ciò. Ma cosa più grave non esiste oggi un piano di sviluppo per 20 mln di cittadini italiani che vivono nel mezzogiorno, di cui parecchi milioni sotto la soglia di povertà. Un territorio in cui un giovane su due è privo di occupazione e, soprattutto, privo di speranza. Il Meridione – nel complice silenzio delle classi dirigenti e da chi ha responsabilità politica – è uscito fuori dall’agenda politica. E’ tempo di svegliarsi e opporsi in tutti i modi contro la svendita del Sud. E il momento di serrare le fila. E di richiamare il senso di appartenenza al sud da parte di chi lo rappresenta. C’è un limite a tutto. È in gioco la sopravvivenza stessa della struttura unitaria del paese”.