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 Entra nel vivo a partire dal 21 marzo prossimo il processo scaturito dall’operazione denominata “Ouster”, cioè ”Imposizione”, che nel dicembre del 2012, in esecuzione di un’ordinanza del Gip del Tribunale di Palermo, Riccardo Ricciardi, su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica della Direzione distrettuale antimafia, Rita Fulantelli, portò all’arresto di sei persone, tutte di Licata, con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso e intestazione fittizia di beni. Tra gli arrestati, Pasquale Antonio Cardella e Angelo Occhipinti, entrambi già processati per mafia. Dalle indagini, avviate nel 2009 e i cui particolari vennero illustrati nel corso di una conferenza stampa dal Capo della Squadra Mobile di Agrigento Corrado Empoli e dal Colonnello della Guardia di Finanza di Agrigento Antonio Cecere, è emerso che, con minacce e con metodo mafioso, gli imprenditori venivano costretti a rifornirsi di inerti senza che le vittime fossero libere di decidere il quantitativo da acquistare né i trasportatori da utilizzare e quindi senza effettuare alcuna valutazione circa la convenienza del prezzo imposto. In qualche caso, secondo l’accusa, vi sarebbe stato un tentativo di farsi consegnare da un imprenditore, con minacce, una somma pari al 2% del valore di una fornitura di calcestruzzo. Stanchi delle vessazioni subite e dell’imposizione del pizzo, alcuni degli imprenditori vittime degli estorsori hanno denunciato i loro aguzzini. In occasione del blitz di un anno fa, i militari della Guardia di Finanza avevano sequestrato due aziende di movimento terra e di commercializzazione di calcestruzzo. Entra nel vivo perché il Collegio del Tribunale penale di Agrigento, presieduto da Luisa Turco, ha deciso di dedicare un’intera udienza all’interrogatorio di Angelo Stracuzzi, personaggio chiave dell’inchiesta che con le sue rivelazioni (per i Pm antimafia solo parziali) già vittima di attentati, ha aperto ampi squarci sul sistema mafioso operante a Licata. Stracuzzi – scrivono i Pm della Dda di Palermo –  ha deciso di aprire un dialogo con la magistratura inquirente perché temeva per la sua vita. E’ stata, soprattutto, la paura di finire tra le grinfie di Pasquale Cardella e Angelo Occhipinti, detto “piscimoddu”, (allora in carcere ma che sarebbe stato liberato da lì a poco) che ha determinato l’azione di denuncia dell’imprenditore, non il sentimento del pentimento. Insomma, un dichiarante, come lo hanno definito i Pm della Dda che però ha un sacco di cose da dire. E l’imprenditore non si fa certo pregare: racconta di omicidi, di gerarchie mafiose, di estorsioni e pizzo e dei suoi incontri con l’allora boss latitante Giuseppe Falsone.  Insomma, molta carne al fuoco, tuttavia con una premessa, quella fatta dai Pm che scrivono: Al fine di delineare la personalità di Stracuzzi, va comunque osservato che Stracuzzi stesso, in passato, è stato coinvolto in inchieste giudiziarie riguardanti le vicende mafiose del territorio di Licata e per questo le sue dichiarazioni appaiono, in alcuni tratti, “interessate”. D’altra parte, però, la natura qualificata della fonte le rende attendibili e significative”. L’attendibilità delle dichiarazioni di Stracuzzi deriva principalmente dalle attività di riscontro svolta dalla P.G. e dall’esito delle attività di intercettazioni. Ed ecco che sarà teste principale nel delicato processo “Ouster” dove sono state ammesse come parti civili, Francesco Urso della BetonMix, e le associazioni Pio La Torre, Sos Democrazia, Libere Terre e Associazione Testimoni di giustizia. Risponde di aver fornito false informazioni al Pm solamente il licatese Michele Giorgio.