fbpx

Di particolare interesse, nell’operazione antimafia “Kamarat” il coinvolgimento di Angelo Longo, nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso e  sciolto nell’acido, per fargliela pagare al padre, Santino Di Matteo, uno dei primi pentiti di mafia. Il nonno, Giuseppe Di Matteo, detto Zu Piddu, era l’anziano capofamiglia dei Di Matteo, una famiglia di Altofonte affiliata alla mafia da generazioni, rispettosa dei codici tramandati nel tempo che legano tra loro gli uomini d’onore. Ma Zu Piddu è anche il padre di Santino, il primo pentito a rivelare i retroscena delle stragi dove trovarono la morte i giudici Falcone e Borsellino. Ma è soprattutto il nonno del piccolo Giuseppe, il protagonista involontario della storia, il bambino che è stato sequestrato dalla mafia e, dopo circa due anni di prigionia, fatto uccidere da Giovanni Brusca e sciolto nell’acido. Il tutto solo per farla pagare al padre, considerato un infame a causa del suo pentimento. Il piccolo Giuseppe, nato il 19 gennaio 1980 ad Altofonte, terra intrisa di tradizioni mafiose, era un ragazzino pieno di vita, che andava a scuola e amava andare a cavallo: proprio per questo già nell’età dell’infanzia aveva cominciato a coltivare questa passione allenandosi per le gare a ostacoli. Segnato dall’arresto del padre, e dal successivo pentimento, che ha squarciato il velo di omertà e ipocrisia, tipico di tutte le famiglie mafiose, Giuseppe si era chiuso in sé stesso e rifugiato sempre di più nella sua passione, portando con se una sola colpa involontaria: essere il figlio di colui che ormai era considerato dai corleonesi un infame, un traditore, uno cui fargliela pagare. Solamente per questa ragione, nel novembre del 1993, mentre si trovava al maneggio, venne rapito dagli uomini di Giovanni Brusca, e da lì iniziò il suo calvario, che si protrasse per ben 779 giorni di prigionia, spostato da un bunker all’altro, sempre tenuto nell’oscurità e nella sporcizia, malnutrito e guardato a vista dagli ex amici del padre, alcuni dei quali erano padri di famiglia, vecchi frequentatori della sua casa e suoi ex compagni di videogiochi. Il tutto finché un giorno Giovanni Brusca, ormai braccato dalle forze dell’ordine, dopo aver sentito in televisione, da latitante, della sua condanna all’ergastolo, imputandola alle dichiarazioni di Santino, decise una sera del gennaio 1996 la condanna a morte di Giuseppe, ordinando ai suoi uomini, Giuseppe Monticciolo, Enzo Brusca e Vincenzo Chiodo, di far strangolare il bambino e il suo corpo scioglierlo nell’acido per farne perdere le tracce.