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Si è avvalso della facoltà di non rispondere Gerlandino Messina, capo di Cosa Nostra di Agrigento, arrestato dai carabinieri, sabato pomeriggio dopo quasi 12 anni di latitanza. Il boss è comparso, per la prima volta, davanti ai magistrati del Tribunale di Agrigento. L’accusa, per la quale sta procedendo il tribunale ordinario, è la detenzione di due pistole e munizioni trovate nel covo, di via Stati Uniti, a Favara, al momento dell’irruzione dei carabinieri del Gis. Scena muta anche da parte del presunto vivandiere del boss empedoclino, il ventiquattrenne favarese, Calogero Bellavia, accusato di favoreggiamento al superlatitante. Intanto, a Favara, i carabinieri del Ris di Messina, analizzeranno ogni cosa dell’appartamento, alla ricerca di una stanza segreta. Nell’ultimo covo di Messina pare ci fosse un posto dove nascondersi. Il capomafia agrigentino pare ammirasse Totò Riina, – una biografia del criminale corleonese è stata ritrovata nello stabile dove è stato arrestato – secondo gli investigatori, non é escluso che abbia anche cercato di emularlo nei sistemi di “sicurezza personale”. L’appartamento rimane sequestrato e piantonato dai militari 24 ore su 24. I carabinieri non avrebbero, poi, nessun elemento per capire da quanto tempo Messina si trovasse in quella casa. In linea di massima si sarebbe trasferito circa quattro mesi fa, qualche giorno dopo l’irruzione nel covo di via Primo Maggio, sempre a Favara, da parte degli agenti della Squadra mobile di Agrigento.