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Da un lato c’è la verità scritta nel verbale della riunione d’inchiesta voluta dal Viminale che nega che il motopesca mazarese Ariete, mitragliato domenica notte da una motovedetta libica a 30 miglia dalla coste del Paese nordafricano, quindi in acque internazionali, sia stato inseguito. Dall’altro, quella del comandante e dell’equipaggio dell’imbarcazione, Gaspare Marrone, che racconta di  “di un tentativo di abbordaggio proseguito per circa cinque ore con raffiche di mitraglia sparate a intervalli di un quarto d’ora-venti minuti”. In mezzo c’è la magistratura, che sulla vicenda ha aperto un’inchiesta per tentato omicidio plurimo, ancora a carico di ignoti: sarà la Procura di Agrigento a doversi districare tra le ricostruzioni ufficiali e le testimonianze dei protagonisti a cui si aggiunge l’esito della perizia balistica del Ris, che ha accertato che i militari libici hanno sparato ad altezza d’uomo. Nel ribadire la competenza del suo ufficio, visto che si tratterebbe di un reato comune, e non militare, il procuratore Renato Di Natale ha annunciato che sentirà, come persone informate sui fatti, i sei finanzieri che, in qualità di osservatori, erano a bordo della motovedetta nordafricana. “Al momento – spiega – non ci sono elementi che facciano pensare a un coinvolgimento delle Fiamme Gialle”. E sulla correttezza dei Finanzieri è intervenuto anche il ministro dell’Interno  secondo il quale sarebbero stati rispettati i protocolli di cooperazione tra Italia e Libia. Davanti ai pm intanto è già comparso il comandante che ha ribadito quanto raccontato ieri ai giornalisti. L’Ariete non era impegnato in una battuta di pesca. ”Eravamo in acque internazionali e non stavamo pescando”, ha ribadito, smentendo le parole del ministro degli esteri Frattini, che ieri aveva accusato i marittimi di essere impegnati illegalmente in una battuta di pesca, e a quelle del ministro dell’Interno, che aveva parlato di un “incidente”, sostenendo che forse i militari libici avevano scambiato il peschereccio per un barcone di clandestini. “Non è possibile – ha ripetuto Marrone – al comandante della nave libica abbiamo espressamente detto d’essere italiani, pescatori italiani”. Ed anche il suo armatore, Giuseppe Asaro, si è detto “allibito” per le parole di Frattini: “Evidentemente il nostro ministro degli Esteri preferisce difendere Gheddafi invece dei marittimi italiani mitragliati senza alcun motivo da una motovedetta libica che aveva a bordo anche nostri militari”. Ieri i magistrati agrigentini hanno compiuto un sopralluogo a bordo del motopesca, sottoposto al sequestro preventivo a Porto Empedocle, constatando di persona la presenza dei fori lasciati dai proiettili sulla fiancata sinistra e sulla cabina di comando dell’imbarcazione. “Una circostanza – ha osservato il procuratore Di Natale – che sembra confermare il fatto che i militari libici abbiano sparato ad altezza d’uomo. Nella vicenda è intervenuto nuovamente il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, che ieri aveva accusato di inerzia il Governo: “L’attacco armato di domenica scorsa al peschereccio Ariete è un episodio gravissimo e drammatico che riguarda ciascuno di noi e, in modo particolare e diretto, ciascuno di voi, uomini e famiglie di mare”, ha scritto in un messaggio inviato alla “gente di mare” della sua diocesi. “Le mie dichiarazioni – ha spiegato – intendevano certamente dare voce alle mie preoccupazioni, ma soprattutto lle vostre, al vostro sacrificio, al vostro lavoro”.