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Ha trascorso la prima notte nel carcere di contrada Petrusa, il numero uno di Cosa nostra Agrigentina, Gerlandino Messina, 38 anni, di Porto Empedocle, catturato dai carabinieri dopo undici anni di latitanza ieri pomeriggio, in uno stabile di via Stati Uniti, a Favara. Assieme a Messina in manette è finito pure, Calogero Bellavia, 24 anni, di Favara, ritenuto dai militari il vivandiere dell’ex primula rossa, colui che si occupava materialmente di provvedere e portare, viveri, vestiti e quant’altro gli veniva richiesto. Di Bellavia ha parlato nel corso della conferenza stampa svoltasi stamattina al Comando provinciale dei carabinieri di Agrigento, il maggiore del Reparto operativo, Salvo Leotta. Fidanzato con la nipote dei proprietari della palazzina, dove si nascondeva il boss empedoclino, Bellavia provvedeva a tutto: portava da mangiare tre volte al giorno, al cambio di vestiti, lenzuola. Si occupava di fare la spesa, delle ricariche telefoniche e sigarette. Praticamente il giovane era a disposizione del Messina, H24. I particolari della cattura di Gerlandino Messina, sono stati resi noti nel corso della conferenza stampa a cui hanno preso parte il procuratore di Palermo, Francesco Messineo e l’aggiunto Vittorio Teresi, il pubblico ministero Rita Fulantelli, il maggiore della sezione del Ros di Palermo, il colonnello, Mario Di Iulio, il maggiore Salvo Leotta, il capitano Giuseppe Asti e il tenente della tenenza di Favara, Gabriele Treleani. La svolta. Un’informazione arrivata ai carabinieri del Reparto operativo di Agrigento, una ventina di giorni fa, dall’Aisi (l’Agenzia informazioni e sicurezza interna), faceva riferimento a possibili favoreggiatori vicino al boss empedoclino. Un’indicazione generica, che portava a Favara. L’inizio è stato complicato. I militari hanno cominciato con alcuni sopralluoghi, senza spingersi troppo per non essere scoperti.Un cammino difficoltoso, anche perchè i soggetti a cui faceva riferimento l’informativa, si dimostravano guardinghi. l’attenzione si è subito spostata su Calogero Bellavia, che lo si vedeva entrare ed uscire dalla palazzina di via Stati Uniti, anche dieci volte al giorno. All’apparenza nella parte destra dell’edificio non c’era vita. Attraverso un lavoro fatto con intercettazioni e pedinamenti si è avuta la quasi sicurezza che all’interno dell’abitazione posta al prima piano dello stabile ci potesse essere qualcuno, anche se l’appartamento restava sempre chiuso. I carabinieri hanno monitorato tutti gli spostamenti del giovane e delle persone che abitano nella zona. Negli ultimi la certezza che all’interno della casa ci potesse essere qualcuno. Come faceva tutti i giorni Bellavia, che si dimostrava sempre diffidente e sospettoso, è stato visto entrare verso le 13 nel portone della palazzina, con in mano un sacchetto pieno di viveri – poi si scoprirà essere il pranzo del boss – una permanenza di pochi minuti, il tempo necessario per consegnare la busta. A questo punto i militari hanno deciso di intervenire ed in poche ore è stato programmato il blitz, che ha portato all’irruzione attorno alle 17. Ad attuarlo il Reparto speciale del Gis di Livoro, i carabinieri del Ros di Palermo e i militari del reparto operativo di Agrigento. L’operazione durata circa due minuti, tra accerchiamento dello stabile, irruzione e arresto, è stata coordinata in persona dal colonnello Mario Di Iulio e dal maggiore Salvo Leotta. Con le manette strette ai polsi, l’ex latitante, ha ammesso subito di essere Gerlandino Messina. Poi non ha detto altro. Solo dopo poche ore rivolgendosi ai militari ha esclamato “ogni cosa ha la sua fine”.