fbpx

Rosario Livatino e Pino Puglisi. Due martiri della Chiesa in Sicilia. Un laico ed un sacerdote. Accomunati dalla stessa forte tensione ideale che li ha spinti a vivere non solo una fede mistica, ma una fede fatta di opere. E le “opere” in Sicilia hanno un comune denominatore: l’impegno sociale, per la propria gente, per l’isola nella lotta alla mafia. Potrebbe riassumersi così il messaggio che i vescovi siciliani hanno voluto diffondere in occasione della Beatificazione di Rosario Livatino, il 9 maggio.

“Se sembra finito il tempo del grande clamore con cui la mafia agiva nelle strade e nelle piazze delle nostre città- scrivono i vescovi- è certo che ha trovato altre forme per infiltrarsi nei vari ambiti della convivenza umana, continuando a destabilizzare gli equilibri sociali e a confondere le coscienze. E’ , in sintesi, il messaggio che i vescovi siciliani hanno voluto diffondere in occasione della Beatificazione di Rosario Livatino, il 9 maggio. “Di fronte a tutto questo non possiamo più tacere- scrivono ancora i vescovi- ma dobbiamo alzare la voce e unire alle parole i fatti: non da soli ma insieme, non con iniziative estemporanee ma con azioni sistematiche. Solo così il sangue dei Martiri non sarà stato versato invano e potrà fecondare la nostra storia, rendendola, per tutti e per sempre, storia di salvezza. Con beatificazione di Livatino ci viene offerto un modello nuovo e dirompente di santità: un modello insolito, che aggiunge ai canoni tradizionali del concetto di santità i connotati dei «santi della porta accanto», con la loro attualità e la loro concretezza, ma soprattutto con l’originalità della loro specifica missione, vissuta coerentemente per diventare più umani in se stessi e più fecondi per il mondo”. Limitarsi a parlare di mafia senza tentare di raggiungere i mafiosi rischia di ridursi alla condanna e alla presa di distanza, che sono necessarie ma non bastano. Ecco l’eredità di Livatino, di Puglisi e di 3 innumerevoli altri fratelli e sorelle, che non saranno mai elevati agli onori degli altari, ma che hanno scritto pagine indelebili di storia ecclesiale e civile. Purtroppo dobbiamo riconoscere che, al di là di alcune lodevoli iniziative più o meno circoscritte, le nostre Chiese non sono ancora all’altezza di tale eredità. Il 19 aprile 1992, tra l’omicidio del Giudice Livatino e la visita del Papa, mentre in tutta la Sicilia si consumavano i più efferati delitti di mafia, la Chiesa Agrigentina ha pubblicato il documento Emergenza mafia. Un problema pastorale, a firma del Consiglio Pastorale Diocesano. Dopo una ricostruzione storica volta a individuare i due aspetti complementari del fenomeno — l’organizzazione criminale e la diffusa mentalità — il documento passava in rassegna la responsabilità personale e collettiva del silenzio e della connivenza, i segnali per riconoscere la mentalità mafiosa come pratica disumana e antievangelica e il dovere della testimonianza e della profezia nella comunità cristiana oggi . Da questa consapevolezza dobbiamo ripartire- conclude il messaggio dei vescovi- considerando che in questi trent’anni tante cose sono cambiate, ma non sono ancora cambiate abbastanza. “