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Nessun disegno di legge che posticipa la chiusura di bar e ristoranti alle 22 o alle 23. E di conseguenza niente scontro col governo centrale. In Sicilia le attività della ristorazione dovranno fermarsi alle 18 come nel resto del territorio nazionale. Diversamente da quanto dichiarato dal presidente della Regione Nello Musumeci ieri, la giunta ha approvato un provvedimento più morbido, che lega le eventuali riaperture all’andamento della curva del contagio.   La Regione, quindi, non imita le Province autonome di Bolzano e Trento, che nei giorni scorsi hanno approvato ordinanze che derogano parzialmente alle restrizioni contenute nell’ultimo Dpcm. Il testo di legge, di quattro articoli, “dà la possibilità al governo regionale di adeguare la ripresa delle attività economiche all’andamento effettivo del contagio nell’isola”, ha spiegato Musumeci che ha poi proseguito: “Stiamo applicando in Sicilia lo stesso principio adottato dalla Provincia autonoma di Bolzano nello scorso maggio che assicura il rispetto dei valori costituzionali della sussidiarietà e della leale collaborazione”.   “Siamo tutti consapevoli dei tempi difficili che ci attendono e della necessità di contenere la diffusione del virus, ma rivendichiamo anche la responsabilità di anticipare e accompagnare la ripartenza per meglio rispondere alle specifiche esigenze del territorio siciliano”, ha concluso il governatore, che mercoledì aveva invece dichiarato a Fatti e misfatti di ritenere opportuno spostare l’orario di chiusura delle attività alle 22 o alle 23. Alla fine, dunque , salta la “sfida” con Roma sulla chiusura alle 18 di bar e ristoranti. Roberto Di Mauro, Vicepresidente vicario dell’Ars , invita il governatore siciliano ad “aprire una linea chiara tra il Governo Nazionale, la Regione, i Liberi Consorzi e i Comuni in uno spirito scevro da rapporti gerarchici e direttive che non producono effetti benefici per i cittadini siciliani. Sulla finanziaria regionale ancora c’è molto da fare- dice- soprattutto per i ristori per le categorie ampiamente piegate dalla prima ondata del coronavirus tra marzo e maggio.