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I giudici del tribunale della libertà depositano le motivazioni del provvedimento di annullamento dell’ordinanza che ha fatto scattare l’operazione “Malebranche”, scattata all’alba del 30 luglio scorso. “Non sono stati offerti elementi sufficienti- scrivono i giudici- a fare emergere la gravità indiziaria in relazione al reato associativo”. Quanto ai singoli reati contestati di bancarotta fraudolenta e riciclaggio, inoltre, “risalgono ai lontani 2013 e 2016 e tale considerevole lasso di tempo impedisce di individuare un significativo rischio di ripetizione del comportamento criminoso”. Agli arresti domiciliari erano finiti 9 componenti della famiglia Sferrazza e la commercialista Graziella Falzone. Contestualmente agli arresti è scattato pure il sequestro delle quattro aziende ancora in attività e dei dieci negozi di articoli per la casa e da regalo che sono rimasti aperti dopo essere stati affidati all’amministrazione giudiziaria.  Il riesame ha depositato le motivazioni dei primi due provvedimenti di scarcerazione relativi alle posizioni di Maria Teresa Cani e Clelia Sferrazza. Secondo i giudici, che hanno accolto il ricorso dei difensori, non esiste alcuna associazione a delinquere. “Il fatto che siano stati realizzati più delitti di bancarotta nell’ambito dello stesso nucleo familiare – scrive il presidente del collegio Bruno Fasciana – non è sufficiente a fare emergere la stabile partecipazione a un sodalizio. L’intera vicenda – aggiungono – è connotata da aspetti di estemporaneità”.  Sulle singole accuse non viene fatta alcuna valutazione circa la sussistenza dei gravi indizi perchè i fatti sono troppo datati per giustificare una misura cautelare e “le altre valutazioni, in questa fase, sono superflue”.