Il discorso dell’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro è stato uno dei momenti più attesi della tradizionale processione serale del Venerdì Santo con il simulacro del Cristo nella Sacra Urna. Attorno a mezzanotte in piazza Municipio, il discorso dell’arcivescovo Montenegro. Al centro del suo intervento: Lampedusa, la Cattedrale di Agrigento e poi una critica all’immobilismo generale, con il riferimento alla morte di un’anziana, trovata cadavere nel suo appartamento dopo due settimane. “Signore Gesù, questa sera, ancora una volta ammirato per la moltitudine di agrigentini che ti accompagna, e per i molti segni di commozione che ho avuto modo di cogliere, mi sono tornate in mente le tue parole: «Figlie di Gerusalemme – che potrei rendere con figlie e figli di Agrigento – , non piangete su di me, ma piangete su voi stessi e sui vostri figli. Sento, che calde lacrime solcano il tuo Volto anche per questa mia città, per Agri­gento; so che non sono lacrime di condanna, piuttosto sono un accorato incoraggiamento, un appello del tuo cuore amico, a ricercare ciò che con­duce alla pace, a riconoscere nei segni della storia il tuo passaggio. Voglio ancora una volta parlarTi della mia città nella quale non mancano aspetti positivi e interessanti, e di questo ti ringrazio, ma voglio approfittare per presentarti alcuni nostri modelli di vita che sono discutibili. Che Ti voglio dire? Signore, non è solo quì, ma anche ad Agrigento, di parole se ne dicono tante e non solo nelle stanze delle decisioni, ma anche per le vie. Sì, si parla, si discute per tro­vare le giuste soluzioni, ma non si fa quel gioco di squadra che, invece, quando c’è, è sempre vincente. Anzi sembra che si preferisca la frantumazione. Così non solo il tempo passa velocemente, ma si finisce col perdere le sfide, e si continua ad incrementare arretratezza, immobilismo, disser­vizi … Si vive da rassegnati, anche quando, è solo un esempio, ci troviamo agli ul­timi posti nelle diverse classifiche. Come se non avessimo la possibilità e la capacità di ribaltare tali situazioni. Continuiamo a dire parole, ma non sappiamo cercare e trovare l’azione comune, la condivisione sincera di pensieri che ricercano il bene, il discernimento fatto insieme. È come se non si voglia cercare il co­raggio per osare il dialogo. E così – non posso dire senza renderci conto, perché conto ci rendiamo,- cresce il clima di resa, di rinuncia e di sconforto. Sembra che per noi non ci sia futuro e che di questo noi non ne siamo responsabili. Signore, non è la prima volta che ti parlo di ciò, ma continuo a chie­dermi perché siamo solo preoccupati di ricordare il flo­rido passato e di lamentarci dicendo: “Tanto qui siamo ad Agri­gento”! Mi chiedo, Signore, dov’è finita l’originalità, l’intraprendenza, la genialità dei nostri padri? Perché serpeggia tra le vecchie e le giovani gene­razioni questa velenosissima sfiducia? E così le tante parole, anche se velate di promesse, progetti, proposte, riescono a scardinare la fiducia, la volontà, la speranza. Si dà colpa ai signori della cosa pubblica, attori di tristi spettacoli nei palcoscenici della politica, eppure, in misura differente, siamo un po’ tutti prota­gonisti dello stesso spettacolo. Desideriamo una città diversa, eppure ognuno cerca di farsi i fatti propri. Ci pensino gli altri, non tocca a me: è la filosofia di molti. Il domani di questa città sembra più argomento da bar. E a furia di agire così, non si reagisce, neppure si urla, ci si adatta invece. Intanto ad urlare silenziosamente e a chiedere attenzione sono fatti a cui sembra che non si vuol dare attenzione, di cui sembra che non se ne voglia parlare, quasi per non rompere un’onorabilità formale. Cosa intendo dirti, Signore? Penso allo strepito, che non sempre si sente, di quei giovani che usano droghe, soffocatrici di intelligenze, di creatività, di vita. Quanto spreco di vita e di intelligenze! Noi ci giriamo dall’altro lato e fingiamo di non vederli … e ce la sbrighiamo dicendo che i giovani moderni sono così. Ma il problema è presente nel territorio agrigentino ed è grosso. E come questo ce ne sono tanti. Te ne presento alcuni. Tu, Signore, ti sei presentato al mondo come il Maestro che è via e verità. Ma oggi hai scarsa audience, a te si preferiscono altri maestri, quelli televisivi, per esempio, i quali, ormai modelli di una vita insignificante, spieta­tamente dominano e giocano coi sentimenti di giovani e di adulti, trattando tutti da ri­dicoli burattini. Rattrista poi sapere di tanti giovani che annegano nel mare spesso pericoloso di internet alla ricerca di sogni spesso fatali. Non sanno più alzare lo sguardo e restano sempre più incatenati dalla fredda solitu­dine regalata da un monitor. Chi sa se non è questa la causa dell’aumento vertiginoso dei cinque in condotta; dell’ esibizione di performance di ragazzi che singolarmente sembrano per bene ma che poi per una strana meta­morfosi si trasformano in bulli, e fanno paura quando sono in “branco”. Quale futuro per loro e per questa città se sembra che il massimo si rag­giunga solo perché si ha in mano una bottiglia di birra e di vino, o la siga­retta, o lo spinello che dà una momentanea ebbrezza? E poi, non capisco, – sto diventando anziano, Signore – quelle corse con l’acceleratore a tavoletta, che trasformano le nostre strade – già peri­colose per la deformazione del loro manto e per buche sempre più profonde e larghe – in cimiteri di vittime giovani, colpevoli ed innocenti. Mi chiedo: sono problemi solo dei giovani o sono problemi di noi adulti. Dobbiamo solo lamentarci o fare qualcosa? Questi urli silenziosi non dovrebbero farci riflettere tutti, Signore. Perché si finge di non sapere? Perché non ci si chiede: ma io che posso fare per cambiare qualcosa? Signore, tu senti pure i tanti urli silenziosi che s’innalzano da chi subisce le armi del ricatto, dello strozzinaggio, della retribuzione disonesta, del lavoro nero o talvolta non pagato e riconosciuto. Spero solo – ma ho paura di restare deluso – che tu non mi dica che a fare urlare così silenziosamente non sono solo coloro che noi chiamiamo delinquenti, ma anche tanti che spesso si fanno il segno della croce e che sono rispettabili e stimati. E che dire dei tanti segni di violenza, qui e in provincia? Dare a fuoco ai portoni, alle case, agli automezzi di privati o di rappresentanti di istituzioni sono diventati roba quotidiana. La distruzione dei segni religiosi lungo le strade è definita da qualcuno come una ragazzata … Signore, sono confuso davvero. Immagino la tua risposta se ti chiedo perché ancora si muore di insicurezza sul lavoro o sulla strada, mi dirai che è il disprezzo delle norme a produrre vittime,come il non indossare il casco in moto o al lavoro, non allacciare le cinture in auto, non usare l’auricolare quando si è alla guida. Hai ragione! E poi diamo la colpa a te di tante disgrazie. Scusaci. Signore, ti presento anche gli urli silenziosi e bagnati di lacrime di chi muore di disoccupazione ma non perché si toglie la vita, ma perchè lentamente si vede soffocato dalla dure rinunce alle legittime aspirazioni quali la casa e ad una vita dignitosa per la propria famiglia. Che ci dici, poi, del grido muto di Michelina Navarra arrivato a Te, quel 14 dicembre, tempo di acquisti natalizi. Aveva 79 anni. È stata trovata morta dai poliziotti, nella nostra Agrigento, di­stesa sul letto, avvolta in una misera coperta. Viveva da sola nel suo appartamento, in pessime condizioni igienico-sanitarie: non aveva né corrente elettrica, né acqua corrente. Non aveva nemmeno una cucina. Si può vivere così nella cristianissima e civilissima Agrigento del II Millennio dopo Cristo? In quella triste abitazione c’erano sparse alcune bacinelle colme di bisogni fisiologici e diversi sacchi di immondizia. Molti hanno chiuso il fatto liquidandolo come un caso di estremo disagio. Perché non essere sinceri e non parlare di incuria, di disin­teresse, di indifferenza, di scarsa solidarietà. Signore aiutaci, perché tra sussurri, indifferenza, meschine miopie, ri­schiamo di non cogliere il senso dei rovesci della storia e perfino quelli della geografia. Signore stiamo vivendo contemporaneamente due fatti, di cui uno ci lega al nostro passato e l’altro ci parla di speranza e di pace. Si tratta della Cattedrale e di Lampedusa. Ad unirle non è solo san Gerlando, protettore di Agrigento e di Lampedusa, o l’appartenenza ad uno stesso territorio, quanto piuttosto la loro valenza simbolica di grembo che accoglie, genera, ripara, nutre … La Cattedrale è la chiesa madre per i credenti, per questa città è come faro posto sul colle, luce che orienta la navigazione della vita, punto di con­giunzione tra cielo e terra. Lampedusa è speranza di salvezza per chi nella vita è minacciato, violato, derubato. Il rischio è – speriamo che qualcosa finalmente cambi, come si è adombrato in questi ultimi giorni – che il faro, forse per scarsa atten­zione, incuria, lungaggini inutili, si spenga e che questa città resti senza un riferimento importante che lega il suo passato al futuro. Però l’impressione, Signore, è che la Cattedrale e le case che le fanno da corona, il Centro Storico, siano affare del vescovo e di poche famiglie, e non di tutti. Ogni agrigentino dovrebbe invece esclamare: la cattedrale mi interessa. Non è una chiesa tra le tante, né il centro storico sono case vecchie tra le tante. Cattedrale e cen­tro storico sono il cuore di questa città. Fanno parte della storia di Agrigento. Signore, dacci luce sufficiente per evitare che l’una e l’altro muoiano, o che finiscano in coma irreversibile. Signore, per chiudere, voglio dirti grazie per quanto i lampedusani ci hanno insegnato e ci insegnano. Approfitto per lanciare attraverso Te un grazie agli uomini di mare e di terra e ai volontari che con alto grado di umanità si sono prodigati e si prodigano per salvare vite umane. La responsabilità degli isolani di fronte ai fratelli – non importa se profughi, richiedenti asilo, immigrati – è stata più veloce di quelle dell’Europa, dello Stato italiano, del governo e delle varie Istituzioni. Gli abitanti della nostra isola, attenti e solidali, sono arrivati primi nel soccorrere i migranti anche a dispetto di chi non vuole arrivare o tarda a capire che non si può perdere tempo. Signore, ai tempi di Gregorio agrigentino gli arabi vennero per razziare e per conquistare, oggi quelle genti da sud sbarcano sulle nostre coste a mendicare pane e libertà. La storia si è come rovesciata, ma il suo esito, con il tuo aiuto e la tua grazia, è tutto nelle nostre mani e nei nostri cuori, anche di noi che siamo qui. Maria Addolorata, “madre migrante” e “porto di salvezza”, Madre tua e nostra, aiutaci a capire che i fatti della storia, della nostra città e del nostro territorio sono sfide da cogliere e opportunità che tu ci offri.