Vittime, paura, minacce, prostituzione, disoccupazione… sono soltanto alcuni degli argomenti affrontati dall’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, in Piazza Municipio, ieri sera al termine della processione del venerdì Santo. Parole piene di amarezza quelle del pastore della chieda agrigentina che

ha parlato del territorio agrigentino definendolo imbrattato dal malaffare della mafia e dall’invasività dei suoi loschi affari: “e così la concordia-ha detto-, frutto della pace, appare lontana anziché una felice realtà“. Don Franco ha ricordato quanto disse Giovanni Paolo II : <<Concordia! Vi sia concordia in questa vostra terra. Una concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime … “Non uccidere”. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio».


Mi domando, Signore, se a distanza di venti anni, stiamo andando nella direzione indicata dal papa, quella della civiltà della Pasqua o se piuttosto continuiamo a permanere nell’ombra del venerdì santo. Non dirmi, Signore, che sono pessimista. Ma vedi come vanno le cose, anzi come non vanno?”

Mons. Montenegro ha poi sottolineato come ad Agrigento si senta più il venerdì santo e meno la forza e la gioia della Pasqua e questo potrebbe influire sul come si vive la fede, spesso triste e pesante, e anche sulla vita sociale, “sembriamo un popolo rassegnato e senza futuro”, ha contionuato l’arcivescovo.

 “Ti prego, facci sentire il sussulto della fede e della gioia pasquale. Facci credere nella Pasqua. Aiutaci perché il Venerdì santo non pesi e non influisca più del dovuto sull’andamento della vita della Chiesa e di questa terra.

Don Franco ha fatto riferimento anche agli scippi degli ultimi tempi e non solo di borsette ma anche di vita.

 “A cominciare da coloro – molti a giudicare da ciò che sento – che spesso, anche per delle banalità, finiscono per rompere il matrimonio o ignorarsi dal giorno della lite fino alla morte per motivi di interesse: genitori abbandonati dai loro figli; mariti e mogli incapaci di perdonarsi; relazioni recise tra fratelli e sorelle, e figli che vengano trascinati in queste inutili e dannose follie.

Sempre parlando di scippo il pastore della chiesa agrigentina si è soffermato su alcune situazioni di cui , ha detto, ” per finta rispettabilità, preferiamo non parlare”. Ha ricordato le giovani donne straniere che a Licata erano costrette prima a prostituirsi e poi all’aborto con un mix di acqua calda e candeggina. Il ricordo è andato anche Cindy Vanessa Candelo Arroyo, giovane colombiana, ” sorella di tutti prima che prostituta- ha detto- volata nelle braccia della morte cadendo da una abitazione, vittima, pare, del tentativo di rapina di un cliente.

 “Signore Gesù, se è vero che gli sfruttatori sono scippatori di vita, non meno lo sono i clienti e quanti, pur sapendo e vedendo, voltano la faccia dall’altra parte. La presenza della prostituzione è indice per un territorio di degradazione e d’incapacità di vivere e costruire relazioni autentiche.”

E non è mancato il ricordo al piccolo Sebastian, il bimbo rumeno morto avvelenato a Naro , a soli 5 anni .

 “Spero che nessuno pensi che in fondo si tratta solo di immigrati o che l’assassino potrebbe essere uno di loro. Affari loro! No, perché quella morte ci deve graffiare dentro se pensiamo ai nostri atteggiamenti di rifiuto verso chi viene da lontano per lavorare. Spesso dimentichiamo che Tu ci hai insegnato che ogni uomo ci è fratello. E stasera non posso non ricordare le centinaia di immigrati che sono sbarcati in queste ultime ore nelle nostre coste. È gente affamata di vita, oltre che di pane”.

Il discorso dell’arcivescovo è continuato bacchettando gli uomini le cui relazioni sono avvelenate: “a stento- ha detto- ci si saluta tra vicini nelle vie e nei condomini, anche se poi ci ritroviamo in Chiesa per la celebrazione domenicale.
E non poteva mancare il riferimento alla Cattedrale, al centro storico e a proposito di maceria a Mario Cardinale , l’operaio di Bivona sepolto dalla frana nella cava di Villafranca Sicula e alle altre vittime per lavoro e di lavoro.

 “Anche per questo non permetterci la rassegnazione. La città è di noi che la viviamo, noi siamo la città e il territorio. I monumenti, la viabilità, i servizi, sono lo specchio di ciò che siamo e di ciò che aspiriamo a essere. I nostri avi ci hanno consegnato il sogno di una città “grande”, fa’ che non lo spegniamo, rifiutandone l’eredità”.