Ansia, tristezza, depressione. La partenza di un figlio dal nido familiare provoca in alcuni genitori (in particolare nelle madri) una sofferenza che può durare a lungo.

Oltre il 35% delle mamme, e un numero crescente di papà, soffre della sindrome del nido vuoto. Una condizione che può essere evitata (e fortunatamente curata), a patto che si accetti di vedere il proprio figlio crescere e diventare indipendente.

Dopo due decenni di investimento totale nella prole, quando un figlio lascia il bozzolo familiare per trasferirsi in un’altra città, magari dall’altra parte del mondo, i genitori sono spesso combattuti tra sollievo, orgoglio, ma anche, spesso, tristezza.

In un’intervista rilasciata alla rivista Psychology nel 2019, Béatrice Copper-Royer, psicologa clinica e autrice del libro “Le Jour où les enfants s’en vont” (pubblicato da Albin Michel), spiega che questa tappa fondamentale nella vita dei genitori (e dei figli) può essere”preparata” in anticipo. In primo luogo, tenendo presente che i figli un giorno avranno una loro vita e che non ci appartengono e, soprattutto, coltivando una vita professionale, personale ed emotiva soddisfacente.

La chiave, in definitiva, è trovare un equilibrio tra il bisogno di attenzione per i figli e la necessità di preservare la propria vita individuale e coniugale. La partenza di un figlio dovrebbe essere vista come un’opportunità per prendersi nuovamente cura di se stessi.