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Duplice condanna del Ministero della Salute al risarcimento del danno in favore di soggetti danneggiati a causa di trasfusione di sangue infetto.

La Terza Sezione Civile del Tribunale di Palermo, ha emesso due diverse sentenze di condanna del Ministero della Salute al risarcimento del danno in favore di soggetti danneggiati per contagio di epatite C dovuta a trasfusioni di sangue infetto.

In particolare con una prima sentenza il Tribunale ha condannato il Ministero della Salute a risarcire la somma complessiva di € 547.000,00, di cui € 497.000,00 in favore di un cittadino Lampedusano D.G., a titolo di danno biologico e morale, ed € 50.000,00 in favore della di lui moglie S.M., a titolo di danno morale e danno alla sfera sessuale conseguente alla necessità di adottare precauzioni per il pericolo di contagio.

Con una seconda sentenza, lo stesso Tribunale, sia pure in persona di un Giudice diverso, ha condannato lo stesso Ministero a risarcire in favore di due coniugi di Ravanusa, la somma complessiva di € 529.000,00, di cui € 376.000,00 in favore della moglie F.G., a titolo di danno biologico e morale, ed € 153.000,00 in favore del marito A.B., anch’esso contagiato dal virus HCV, per effetto dei rapporti sessuali intrattenuti con la moglie già affetta dal virus a causa di trasfusioni di sangue infetto.

Entrambe le sentenze, costituiscono l’epilogo di una battaglia processuale intrapresa da soggetti che a causa di una trasfusione di sangue subita nel corso di un intervento chirurgico effettuato rispettivamente, il primo presso l’Ospedale “Molinette” di Torino, ed il secondo presso l’Ospedale Policlinico di Palermo, hanno contratto, senza loro colpa, il virus dell’epatite C.

Peraltro, nel caso dei coniugi ravanusani, dalla cartella clinica relativa all’intervento chirurgico cui era stata sottoposta la Signora F.G., non emergevano, in quanto non erano state annotate, neppure le trasfusioni di sangue effettuate, circostanze questa che avrebbe impedito la prova del nesso di causalità tra la trasfusione ed il contagio. Solo dopo innumerevoli istanze di accesso ed in ultimo la minaccia ad opera dell’Avv. Angelo Farruggia nei confronti dell’Azienda Universitaria Policlinico di una denuncia penale per omissioni di atti d’ufficio, ha consentito ai legali di venire in possesso dei registri trasfusionali dai quali, invece, risultava che alla Signora F.G erano state somministrate almeno tre sacche di sangue.

A distanza di quasi vent’anni dalle trasfusioni, effettuate nel primo caso nel 1986 e nel secondo nel 1983, il grave peggioramento dello stato di salute ed il radicale mutamento delle proprie condizioni di vita, caratterizzate da frequenti ricoveri in urgenza, hanno indotto i cittadini agrigentini ad intraprendere una causa civile contro il Ministero della Salute al quale competeva istituzionalmente il compito di vigilare sulla raccolta e sulla distribuzione del sangue e degli emoderivati da destinare alla somministrazione.

Il Ministero della Salute, difeso dall’Avvocatura di Stato, si è difeso sostenendo che in capo allo stesso non poteva riconoscersi alcuna colpa nella causazione del danno, in quanto all’epoca della trasfusioni (effettuate nel 1986 nel primo caso e nel 1983 nel secondo)  il virus dell’Epatite C non era  stato ancora classificato; dunque, non essendo ancora conosciuto dalla Comunità Scientifica non sarebbe stato possibile prevenirne la diffusione.

Di contrario avviso è stato il Tribunale di Palermo che, accogliendo la diversa tesi sostenuta dai legali del danneggiato, Avv. Angelo Farruggia e Annalisa Russello del Foro di Agrigento, ha condannato il Ministero della Salute a risarcire entrambi i danneggiati ed i loro coniugi.

In particolare il Tribunale, facendo applicazione dei principi già espressi dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione in materia di danno da emotrasfusione di sangue infetto, ha ritenuto che lo stato delle conoscenze progressivamente raggiunto dalla scienza fin dagli anni “70”, avrebbe dovuto indurre il Ministero della Salute ad esercitare attivamente il dovere di controllare e vigilare – secondo le tecniche al tempo note – sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati, in modo da ridurre il rischio infezioni post-trasfusionali. Pertanto, l’aver omesso di effettuare i previsti controlli sul sangue, che in grosse quantità veniva importato da Paesi come l’Africa e l’Asia ad alto rischio patogeno, integra una responsabilità colposa in capo al Ministero della Salute che con il suo comportamento omissivo ha favorito, in tutti coloro che per una qualche ragione avessero subito, prima degli anni novanta, una trasfusione di sangue o la somministrazione di emoderivati, il contagio del virus dell’Epatite B, dell’Epatite C e del virus HIV.